L'eroe di Giarabub che fermò gli Alleati

L´ufficiale di Caltagirone cantato dall´Italia in guerra
di Giuseppe Passarello
Nel 1941, in Inghilterra e in America, si diffuse alla radio e sui giornali l´espressione the Giarabub´s man, 1´uomo di Giarabub, per indicare un nemico degli Alleati che aveva suscitato la loro ammirazione. Si alludeva a Salvatore Castagna, il maggiore dell´esercito italiano, che, in una sperduta oasi della bassa Cirenaica, con un pugno di uomini, aveva tenuto testa all´esercito inglese dal 9 dicembre 1940 al 21 marzo 1941. Salvatore Castagna era nato a Caltagirone, in provincia di Catania, il 14 gennaio 1897. Aveva appena compiuti gli studi medi superiori quando l´Italia, nel maggio del 1915, entrò in guerra. Deciso a prendervi parte i1 giovane diciottenne dovette eludere con uno stratagemma 1´opposizione dei genitori per arruolarsi come volontario. Dopo un breve corso di allievo ufficiale, nel novembre ebbe il battesimo del fuoco sul Monte Civaron, e per il suo eroico comportamento fu promosso tenente. Nel 1917, combattendo sul Carso, gli fu conferita la medaglia d´argento al valor militare; venne anche assegnato al servizio permanente effettivo per merito di guerra.

Pochi giorni prima della fine del conflitto il 26 ottobre 1918, fu ferito alla testa combattendo sul Grappa. La guerra contribuì a rivelare il giovane Castagna a se stesso, ne affinò il carattere, ne temprò la volontà: il romantico diciottenne e diventato un esperto e valoroso soldato, insofferente dell´inazione. E così, dal 1923 al 1925 prese parte alla riconquista della Tripolitania, in quell´Africa in cui nel 1937, col grado di Maggiore, ritornò come comandante prima de1 presidio dì Iefren, poi di Bardia e infine di Giarabub, dove lo sorprese 1´inizio della seconda Guerra mondiale per 1´ Italia.
Giarabub è un´oasi circondata da dune, a 50 chilometri dal confine egiziano e a 300 da1 mare. In essa nel 1856 una carovana aveva fondato uno dei più importanti santuari del mondo musulmano: scavati pozzi e piantate palme, l´oasi era stata recintata per otto chilometri di perimetro con mura massicce, e vi erano state costruite una scuola, una foresteria e una sede per la confraternita. Ai primi del Novecento, decaduto il convento, l´oasi era diventata un punto dì sosta delle carovane. Il governo italiano nel 1926 1´aveva occupata, d´accordo con quello egiziano, come posto dì controllo di frontiera, senza alcuna importanza strategica. Quando nell´aprile 1940 vi fu destinato il maggiore Castagna, in previsione della partecipazione italiana alla guerra il presidio era stato rafforzato, e risultava composto da 1340 militari italiani e 800 libici. L´armamento, modestissimo, vantava due cannoni dì piccolo calibro, 56 mitragliatrici, 12 mitra, oltre alle armi individuali.

Il 9 dicembre 1940, dopo sei mesi dall´inizio delle ostilità, le forze inglesi in Egitto, prevalentemente composte in quella zona da australiani, sferrarono 1´attacco che li avrebbe portati alla conquista di tutta la Cirenaica, ma solo il presidio di Giarabub resistette a tutti gli attacchi, sempre più lontano dalle altre zone di combattimento che, dopo la ritirata italiana da Bardia a Bengasi, erano a 700 chilometri di distanza in linea d´aria. L´assedio durò quattro interminabili, terribili mesi: la difficoltà dei rifornimenti aerei costrinse alla progressiva riduzione della razione giornaliera fino a mezza scatoletta di carne e ottanta grammi di gallette; si arrivò a dover sacrificare gli ultimi animali, i due cammelli e 1´asino adibiti a girare attorno a un pozzo per tirare su l´acqua. Ma gli inglesi non avevano fretta: sapevano che il presidio avrebbe capitolato per fame e continuavano ad alternare durissimi attacchi ad inviti alla resa.

Dopo tre mesi di resistenza, un giorno di metà marzo un aereo britannico lancia sugli assediati dei volantini dove di legge «Difensori di Giarabub, i vostri capi non vi hanno detto che abbiamo occupato l´intera Cirenaica catturando 150.000 prigionieri. Ogni sacrificio è inutile Arrendetevi. Noi vi tratteremo bene». Ne1 contempo da Tripoli giunge via radio 1´ordine di resistere fino all´esaurimento dei viveri, e poi arrendersi chiedendo 1´onore delle armi.
A questo punto Castagna raduna i superstiti di quella impari lotta e chiede a ciascuno di pronunciarsi apertamente sulla scelta tra la vita e la morte: «Volete arrendervi?» La risposta è unanime e decisa: «No». E nello stesso momento in cui quei ragazzi entrano nel1a leggenda, compiono un gesto emblematico: danno alle fiamme i loro fazzoletti bianchi. Castagna tenta 1´ultimo disperato tentativo di allentare la morsa dei nemici sempre più soffocante e lancia i suoi in un disperato contrattacco.

Dalle alture che circondano la ridotta occupate dagli inglesi piovono bombe a mano e fucilate sui pochi ancora incolumi. In quegli estremi sussulti, una bomba a mano vola, verso Castagna, ma il suo fedelissimo portaordini, Orazio Barbagallo, si frappone tra lui e la bomba: entrambi cadono gravemente feriti, ma riusciranno a sopravvivere.

Di tutti questi avvenimenti, in Italia si seppe solo quel che comunicò il bollettino di guerra numero 288 de1 22 marzo 1941: «Nell´Africa Settentrionale, i1 nostro piccolo presidio di Giarabub, al comando del tenente colonnello Castagna, rimasto ferito in combattimento, dopo strenua difesa durata quattro mesi è stato sommerso dalla prevalenza delle forze e dei mezzi avversari». Si apprendeva solo allora che quello che nei precedenti bollettini era stato il «fronte di Giarabub» in questo diventava «il piccolo presidio di Giarabub»: una delle solite miseriuzze e un malinteso orfismo della parola usato dai detentori del potere, che anche oggi, in proporzioni ben più vaste, ci affligge. Il tenente colonnello Castagna (era stato promosso sul campo qualche giorno prima per merito di guerra), ferito al capo, fu portato in un ospedale della Palestina e, dopo la guarigione, in campo di prigionia in India, presso Bombay, dove trascorse «sei lunghi anni di attesa come scriverà egli stesso pieni di angosce, di umiliazioni e di mortificazioni».

Quando tornerà in Italia, il 23 novembre 1946 apprenderà che entrambi ì genitori erano morti, ansiosi sino alla fine di sue notizie. Apprese pure che in tutti quegli anni la sua eroica vicenda aveva avuto risonanze imprevedibili sul piano della popolarità: tutta l´Italia aveva intonato una canzone entrata nel repertorio di tutte le orchestrine e persino portata in palcoscenico come numero di varietà, in ballerine con casco coloniale in testa, contro un fondale dipinto di Palme, si dimenavana cantando: «Colonnello non voglio pane / dammi piombo pel mio moschetto, / c´è 1a terra del mia sacchetto / che per oggi mi basterà. Colonnello non voglio 1´acqua, / dammi il fuoco vendicatore, / con il sangue di questo cuore / la mia sete si spegnerà». Era la sagra di Giarabub, musicata dal Maestro Ruccione, entrato a far parte delle «canzoni di guerra» trasmesse alla radio due volte al giorno in apposite rubriche.

Ad alimentare la leggenda vi era stato pure il film Giarabub, diretto da Goffredo Alessandrini nel 1942, con Doris durante, Mario Ferrari e, nella parte del maggiore Castagna, Carlo Ninchi. Dopo che the Giarabub´s man tornò in Italia, il ricordo della sua leggendaria impresa si andò diradando. Dopo aver rivisto la sua «diletta isola» dove, per un certo tempo, fu comandante militare della zona di Catania, si stabilì definitivamente a Roma e continuò la sua carriera nell´esercito fino al grado di generale di divisione. Morì, ottantenne nell´Ospedale Militare del Celio il 3 febbraio 1977.