Un ragazzo di bottega nel deserto di El Alamein

Abbiamo tante volte parlato delle campagne militari in Nord Africa nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Sia parlando della Battaglia di El Alamein, sia incontrando gli autori che hanno scritto di quegli eventi. La memoria è importante: ad oltre settant’anni di distanza da quei fatti, che videro per protagonisti tanti giovani partiti per le sabbie africane poco più che ventenni, con i loro e le loro speranze, ma anche con molte paure e incertezze dovute alla guerra, ricordare il loro sacrificio, specie alle generazioni più giovani deve servire come monito importante affinché simili tragedie mai più abbiano a ripetersi. Tra le sabbie egiziane partì anche Armando Lauretti, originario della provincia di Frosinone: arruolatosi volontario nel Regio Esercito, aveva appena diciannove anni quando, tra il 23 e il 24 ottobre 1942, le forze inglesi diedero inizio alla battaglia decisiva per sfondare le linee italo-tedesche intorno ad El Alamein. Venne fatto prigioniero, rimpatriando soltanto a conflitto ormai concluso, nel 1946. Divenne artigiano, si sposò e costruì una sua famiglia: oggi, il nipote di Armando, Stefano Lauretti ha deciso di consegnare alla memoria storica le vicende di suo nonno, mettendo insieme le memorie di guerra nel libro Da ragazzo di bottega alla Battaglia di El Alamein. E a noi, testimoni di un passato che rischia pericolosamente di scomparire, l’arduo compito di mantenerne vivo il ricordo. Ed è proprio l’autore a spiegarci il perché, e soprattutto il significato, del libro.
“Lì, in una terra lontana, seppero costruire nell’immensità del deserto, una piccola, grande Patria, in fratellanza, dividendosi il pane, l’acqua e la dura vita al fronte. Sembrano racconti provenienti da un altro mondo, un’altra era. Invece chi li racconta è un nostro contemporaneo e narra di esperienze che ha vissuto in prima persona. Tutti sappiamo cos’è la guerra. Ma ne siamo proprio sicuri? Sappiamo veramente cosa si prova a sentire fischi di proiettili, bombe, schegge pioverci addosso? Vedere i nostri amici, e anche i nostri nemici, feriti, uccisi o ridotti ad un mucchietto di cenere sotto un elmetto? No, non lo sappiamo. Così come non conosciamo le pene di tutti i disagi minori: le marce in condizioni inimmaginabili, la mancanza di acqua e di cibo, la sporcizia, i pidocchi, le condizioni climatiche insostenibili. Leggere su un giornale che il tuo paese è stato raso al suolo e magari la tua famiglia non c’è più. Chi le ha vissute sa di avere dentro un patrimonio umano talmente grande da essere quasi insostenibile. Armando Lauretti, che ha combattuto in Africa, ha voluto che tutti, e in particolare i suoi nipoti, sappiano di cosa è fatta la parola guerra. Il racconto, perfettamente inserito nelle vicende storiche e politiche del periodo, è narrato con un linguaggio semplice, ma profondamente espressivo”.

Mancò la fortuna non il valore!A tanti, probabilmente, queste parole scritte dal nipote di un reduce, di un combattente e di un prigioniero di guerra vorranno dire ben poco. Ma per chi ha a cuore la storia, ma soprattutto chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle, senza nulla chiedere in cambio, vuol dire tanto. Come riuscire a bere dell’acqua potabile dell’inferno del deserto africano nel 1942 o poter avere un pasto caldo nelle sperdute immensità della steppa russa nel 1943. Dopotutto, sono appena passati poco più di settant’anni da quei tragici eventi: è vero, ormai sono rimasti pochi testimoni diretti. Ma abbiamo i loro racconti, i loro diari, le loro registrazioni. Allora, non dimentichiamoci di loro, perché, in fin dei conti, erano i nostri padri e i nostri nonni ad aver combattuto in quello che fu il secondo conflitto mondiale: e dimenticarli sarebbe un po’ come dimenticare chi siamo noi stessi.