TESTIMONIANZE: PARISIO PINI

Nato a Migliana, Comune di Cantagallo, il 3 agosto 1919
Sono nato in una famiglia di contadini a mezzadria, andai militare nel marzo del 1940, con destinazione Trento all’11° Reggimento Alpini Battaglione Trento, 144° Compagnia B (l’indirizzo era Posta Militare 206).
Quando è scoppiata la guerra, mi trovavo a Col di Lavigne, passo delle Cavalle Cuneo, Valle Stura. Il 10 giugno del 1940 ci fu la dichiarazione di guerra. Il 25 giugno dello stesso anno i Francesi firmarono l’armistizio. Siamo rientrati a Cuneo passando da Boves e siamo stati condotti in Val Pusteria a Brunico, con tutta la divisione. Il 30 novembre siamo stati portati a Trento per partire per l’Albania. Per sei mesi abbiamo combattuto contro la Grecia, fino al 23 aprile 1941. Tra morti e feriti siamo stati decimati, del nostro battaglione eravamo rimasti una cinquantina. Nel mese di agosto del 1941, arrivò l’ordine per il rimpatrio, ma scoppiò una rivolta nel Montenegro fatta dai Partigiani di Tito, contro i Tedeschi e gli Italiani che avevano invaso la Jugoslavia. La divisione Alpini Pusteria fu inviata a combattere contro i Partigiani di Tito per liberare il Montenegro. Non si poteva nè catturare nè sparare se i Partigiani oppure i civili non erano armati. Il battaglione Trento riuscì a liberare il territorio.
Successivamente siamo stati rimpatriati a Bussoleno in Val di Susa. Eravamo ben equipaggiati e il cibo era piuttosto abbondante. Quando sono sbarcati gli Alleati in Algeria e Marocco, era l’8 novembre del 1942, abbiamo occupato la Francia fino al Rodano. I Francesi non si sono ribellati e non abbiamo mai sparato.
Quando eravamo in libera uscita a Grenoble si trovava da conversare e non ci mancavano le ragazze.
Tutti gli spostamenti avvenivano su treni merci e carri bestiame. Con l’Armistizio dell’ 8 settembre si sarebbe dovuti rientrare in Italia, ma i Francesi ci fecero prendere prigionieri dai Tedeschi e fu la milizia fascista a dare l’ordine di non sparare e di abbandonare le armi. Eravamo circa ottocento fra soldati e ufficiali del battaglione Trento. I Tedeschi ci considerarono prigionieri di guerra. L’Alto Comando Tedesco considerandoci prigionieri di guerra ci fece scegliere: collaborare e continuare a combattere a fianco dei Tedeschi oppure lavorare e restare prigionieri.
Solo uno di noi accettò di collaborare con i Tedeschi. Tutto il battaglione fu trasferito in un campo di concentramento a Salon de Provence. Si lavorava a ripulire il campo di aviazione (di fortuna) dalle pietre.
Avevamo sempre la divisa e a me mancava il cappello degli alpini, la milizia fascista per spregio me l’aveva preso quando avevo detto che non accettavo di collaborare.
Il mangiare era schifoso, caffé amaro e una brodaglia dolce per minestra.
Fu reclamato, allora presero due prigionieri italiani per preparare il rancio all’italiana, ma era sempre immangiabile.
Nel mese di novembre del 1943 tutti i prigionieri del 6° plotone furono inviati a Mont de Marson nelle Landes. I Tedeschi ci facevano tagliare e sbarbare i pini per fare piste di atterraggio per gli aerei. I bombardamenti erano frequenti e si intensificavano di notte. Ai primi di gennaio del 1944 alcuni incaricati del comando tedesco passarono a controllare noi prigionieri per vedere come lavoravamo. Quelli più bravi, attivi e cattolici furono portati a visitare il Santuario di Lourdes, furono solo dieci compreso me.
Il viaggio fu effettuato su un treno viaggiatori da Bordeaux a Lourdes.
Io riuscii a fuggire durante quel viaggio: chiesi di andare in bagno e mi buttai dal treno quando rallentò per entrare nella stazione di Corsadi.
Mi arruolai nella Resistenza francese, si combatteva contro i tedeschi, nelle file della quale rimasi fino alla liberazione della Francia. Durante il periodo della Resistenza conobbi la mia futura moglie Ida Vettorelli.
Il nostro è stato un amore di guerra. Ida era emigrata in Francia nel 1925 con tutta la sua famiglia, quando aveva solo cinque mesi . La sua famiglia mi aiutò durante gli anni passati in Francia e il nostro amore nacque nella miseria e nella paura, ma è stato un amore durato tutta una vita.
Rimpatriai il 12 maggio 1946 con la moglie Ida Vettorelli ed il figlio Giulio di due mesi e mezzo.
Mio fratello Luigi era nato nel 1922, fu richiamato il 14 maggio 1942 ed assegnato all’artiglieria contraerea.
Nel 1942 fu mandato in Russia e risulta disperso sul fiume Don.