TESTIMONIANZE: NELLO SGUANCI

Nato a San Casciano Val di Pesa (Firenze), il 3 novembre 1920
Il 4 gennaio 1940 fui chiamato alle armi come militare di leva e destinato al 35° Reggimento Fanteria di stanza a Bologna.
Erano tempi duri per tutti, perché c’era la guerra. I giovani richiamati sapevano che dopo un primo periodo di addestramento sarebbero dovuti partire per una zona di guerra, in Albania o in Africa orientale, queste erano le destinazioni dei reparti del 35° Reggimento.
Al deposito del Reggimento ebbi la divisa di fante con tutti gli accessori, fra i quali un cappotto nuovo, che la mattina successiva, al posto di quello, ne trovai una tutto sdrucito e liso, al quale erano stati strappati i galloni da caporale. Lo stesso giorno ai nuovi arrivati, domandarono chi di loro conosceva la musica.
Io risposi di conoscere la musica e di suonare il clarinetto. Quella fu la mia fortuna, perché mi concessero subito un permesso di quarantotto ore per tornare in famiglia a prendere il clarinetto con il quale avrei dovuto sostenere l’esame di ammissione per entrare a far parte della grande orchestra del 7° Corpo d’Armata con sede in Bologna.
Il 3 marzo inviaii una breve lettera a casa, nella quale scrivevo di essere molto contento di far parte
dell’orchestra, aggiungendo di aver compreso, nel confronto con gli altri orchestrali, tutti di alto livello professionale e di elevata cultura, la necessità di rimettermi a studiare cominciando da zero. Ossia, da quella quarta elementare terminata con uno schiaffone, per aver replicato alla decisione del padre di mandarmi a lavorare. Così, nel giugno del 1940 ho conseguito la licenza della quinta elementare e a settembre ho superato l’esame di terza media inferiore.
Possedevo il dono naturale di una memoria fotografica per cui studiare non era per me una fatica eccessiva.
E trovavo sempre, anche nel periodo di esercizio in caserma nella grande orchestra, un po’ di tempo
per lo studio, spesso rubandolo al sonno, usufruendo della luce della lampadina che illuminava l’ingresso della camerata e sfidando il regolamento inflessibile degli ufficiali di ispezione.
La guerra sempre più pressante, determinò nei primi mesi del 1942, lo scioglimento del complesso musicale del 7° Corpo d’Armata di Bologna. Ancora una volta fui fortunato. Infatti fui assegnato all’infermeria del Deposito del 35° Reggimento Fanteria, quale scritturale, passando dalla Caserma Cialdini, alla Caserma Giordani in via Santa Margherita, sempre nel centro di Bologna.
Nella nuova posizione avevo più tempo per studiare e questo era il lato positivo del cambiamento.
All’infermeria del Deposito dove io lavoravo come scritturale, al terzo piano dell’ultimo padiglione interno della Caserma Giordani, la maggior parte del lavoro si svolgeva al mattino, dedicavo invece le ore libere del pomeriggio allo studio e agli svaghi, sempre molto modesti perché i soldi a disposizione erano sempre pochi.
Nell’estate del 1943 cominciarono i bombardamenti aerei sulla Direttissima nelle vicinanze di Bologna e l’intera regione dell’Emilia Romagna venne dichiarata zona di guerra. Pertanto i militari di quella zona dovevano restare armati e pronti al combattimento. Bologna città, almeno così si diceva, era invece considerata città ospedaliera e perciò fuori dal pericolo dei bombardamenti aerei degli Anglo-Americani. Ma il 23 luglio del 1943, una formazione aerea cominciò a girare e ad abbassarsi sulla città, e da ogni aereo furono sganciate grosse e devastanti bombe in pieno centro con danni anche alla Caserma Giordani. Tra la popolazione civile ci furono morti e feriti.
Io, come di solito, ero salito con altri sul terrazzino della Caserma, sopra il tetto dell’infermeria per curiosare e vedere lo sgancio delle bombe dagli aerei.
Questa volta, la formazione dei bombardieri puntò sul centro, mirando e colpendo in pieno l’Hotel Brown, occupato da pochi giorni dall’Alto Comando Tedesco, di cui però, l’Esercito Italiano non sapeva nulla.
Così gli scritturali dell’infermeria in pieno bombardamento si trovarono sul terrazzino impietriti dallo spavento e nell’impossibilità di scendere, perché la scala aveva ceduto. Quella fu per tutti una esperienza terribile.
Il 25 luglio 1943, la notizia della caduta del fascismo arrivò anche a Bologna. Con entusiasmo anch’io presi parte all’esultanza della popolazione, alla festa dove tutti esprimevano la gioia di un ritorno, finalmente, alla pace e alla libertà. La festa finì subito con le parole del Maresciallo Badoglio, che assunto il supremo comando delle Forze Armate Italiane, disse che la guerra continuava a fianco dei Tedeschi.
La notizia gelò gli entusiasmi della gente, poco prima esultante ed euforica per un possibile ritorno alla normalità. Rientrai, mogio mogio, nell’infermeria della caserma Giordani e per calmare il tumulto dei pensieri, mi concentrai nello studio.
Rimasi negli uffici dei vari reparti del Reggimento, come scritturale e soldato semplice, una posizione di privilegio perché esonerato dal prestare servizio, a turno, anche nelle ore di libera uscita.
Per questo motivo avevo sempre evitato la promozione a caporale, finché fui scoperto, promosso e consegnato per dieci giorni. La consegna punisce il soldato in modo leggero, privandolo della libera uscita.
L’8 settembre 1943 arrivò la notizia dell’armistizio, l’Esercito Italiano si dissociava dall’alleanza con i Tedeschi. La notizia arrivò improvvisa e fu per tutti un’esplosione di gioia. Per me quel giorno era l’ultimo dei dieci giorni di consegna. Il tempo di consegna lo avevo impiegato in parte a costruire, nella cameretta degli scritturali, una scaffalatura in legno per sistemare i libri che avevo comprato nei mercatini, sulle bancarelle dei libri usati, e in parte a studiare.
Certo la notizia dell’armistizio aveva messo tutti di buonumore ed esso fu accolto e considerato come un preludio al ritorno alla normalità. Però, nella caserma c’erano l’infermeria e i degenti, la responsabilità dei quali era degli addetti al servizio che non sapevano come regolarsi perché completamente isolati dal resto del mondo.
Verso le nove del mattino arrivò nell’infermeria il tenente medico Stella. Era vestito con abiti civili e al braccio portava una fascia bianca con la croce rossa. La presenza del tenente Stella aveva rassicurato tutti, perché si pensava avrebbe dato ordini e istruzioni necessarie a risolvere quel difficile momento.
Invece il medico, dopo aver visitato i malati ci disse che i ricoverati potevano essere tutti dimessi, ma senza spiegare come poteva essere fatto. Per il resto non sapeva cosa consigliare perché l’ufficiale non si considerava in servizio.
Mi resi subito conto che chi si trovava dentro la caserma era ormai prigioniero dei Tedeschi. Durante la notte i tedeschi avevano ostruito tutte le uscite della caserma dove si trovava l’infermeria. Avevano lasciato aperto soltanto il portone principale, ma solo per entrare, avendo ostruito l’ingresso con un panzer e ai lati erano di guardia alcuni soldati tedeschi in assetto di guerra. Intanto qualcuno, il Capitano Minguzzi, per esempio, si era già messo a disposizione del comando tedesco, facendo opera di persuasione presso i soldati della caserma, a fare altrettanto, aiutandosi con una insolita facilità di parole e con un bel frustino sferzante. La maggioranza dei soldati non aderì e per questo motivo erano scortati come galeotti nel cortile posteriore della caserma, cortile ben sorvegliato dei soldati invasori.
Ma i soldati italiani trovarono ben presto un modo per evadere. Il muro del cortile dove erano relegati era in comune col Seminario Vescovile ed aveva subito grosse lesioni nei recenti bombardamenti aerei.
Con le mani i militari allargarono una grossa crepa trasformandola in un passaggio a misura d’uomo. Uno alla volta i prigionieri uscivano in silenzio e con ordine dal cortile della caserma, entravano nei locali del seminario Vescovile, uscendone poco dopo vestiti da prete, dalla porta principale. Quando i tedeschi si accorsero della beffa chiusero il passaggio e spostarono i soldati rimasti nel terzo cortile e li spedirono nei lager.
I sei addetti all’infermeria, compreso me, eravamo rimasti in trappola.
Proposi io, una via d’uscita, che si rivelò ottima. Infatti proposi di metterci una fascia bianca con la croce rossa al braccio, come aveva fatto il tenente Stella, poi il più mingherlino di noi doveva fare finta di essere un ammalato grave. Fu preparata una barella per il trasporto urgente all’ospedale, con tanto di certificato redatto con rigorosi termini del codice militare, vidimato con i timbri autentici del servizio sanitario e firmato da me stesso che mi finsi medico per l’occasione.
Quando tutto fu pronto, il drappello partì guidato dal caporal maggiore Emmedì, che presentò il certificato medico all’ufficiale tedesco, facendosi capire soltanto a gesti, non conoscendo una parola di tedesco. La messa in scena non fece una grinza.
I soldati di guardia all’uscita, fecero spazio per lasciare passare il gruppo. L’ospedale militare di Bologna era a poche centinaia di metri dalla caserma Giordani.
A metà strada tra questa e quello, sotto il porticato di via Aurelio Saffi, c’era una sartoria: la sartoria Mansanesi.
Il nostro gruppo entrò in questa sartoria e quando uscirono sembravamo totalmente trasformati, infatti eravamo stati completamente rivestiti con abiti civili. Eravamo felici e fuori c’era un bel sole. Non avevo rimpianti.
Al pensiero che mi rodeva dentro come un tarlo, tirai un bel calcio.
Era il pensiero di aver lasciato gli amati libri in mano ai tedeschi. Fuori c’era un bel sole. Nel sole un invito allettante: l’invito a vivere. Era finita la vita militare, ma non certo la guerra.
Dopo l’armistizio, i soldati italiani di ogni corpo, di qualsiasi grado e ovunque si trovavano, furono posti di fronte ad una drammatica alternativa: dovevamo scegliere di collaborare con le truppe tedesche, prima alleate, ora nemico invasore o cercare di tornare a casa e diventare clandestini.
Io scelsi di tornare. Della mia bella famiglia, dodici figli tra fratelli e sorelle, eravamo in sei sotto le armi, quattro fratelli e due cognati. In quattro riuscimmo a superare le difficoltà, a non cadere nelle mani del nemico, e dopo varie peripezie, a rientrare a casa sani e salvi.
Gli altri due furono invece catturati e portati come bestie nei campi di lavoro coatto, nel nord estremo della Germania.
Tornarono a guerra finita gravemente debilitati dalla prigionia e dal lungo, massacrante viaggio, ma a quel punto l’importante era essere di nuovo tutti insieme.
Io vestito da civile, intrapresi la strada del ritorno, ma le difficoltà non furono poche.
Intanto decisi di uscire il più presto possibile dalla città, di viaggiare su strade secondarie, poco frequentate e puntare verso i monti dell’Appennino. Camminavo di notte attraverso viottoli, strade campestri e nei boschi. Di giorno mi fermavo spesso vicino a un casolare sperduto, ricevendo da quelle brave persone cibo, comprensione e solidarietà.
Ce la feci a tornare, ma la vita da clandestini proseguiva nel furore dei bombardamenti, nella paura di essere catturati dalle truppe tedesche, inviati nei campi obbligati a impiantare le mine sulle strade e sui ponti, e a volte, al minimo sospetto, si poteva anche essere fucilati sul posto.
Vivevo nascosto, cercando di utilizzare il riposo forzato per studiare. Entravo strisciando sul ventre, in un cunicolo scoperto, da bambino nei giochi con i fratelli, ed ora rifugio contro la ferocia della guerra. Stavo molte ore in quel nascondiglio naturale, difficile da vedere dall’esterno, e indisturbato, isolato dal mondo, in compagnia dei miei amati libri, studiavo. Studiavo perché volevo cambiare la mia vita e un po’ anche il mondo.