TESTIMONIANZE: LEO SANTINI

Nato a Prato, il 10 luglio 1915
Sono partito il 24 aprile 1936 e venni destinato al 7°Artiglieria Contraerea a Firenze.
Sono stato una vita militare e sono passato caporale, poi caporal maggiore e avevo la patente, perché l’avevo presa subito lì, ed ero anche un bel giovane sicchè fui scelto come autista al Colonnello, non mi viene il nome, e passai tutto il periodo militare così. Mi dettero anche i guanti, avevo le scarpe da borghese, il Colonnello stava lassù in cima a Piazza Vittorio (ora piazza della Repubblica), avendo le spalle alle Poste c’è un palazzone alto, sotto allora più di sessant’anni fa, c’era la Rinascente.
Il 24 settembre 1937 fui congedato con il grado di caporal maggiore. Ripresi il mio lavoro, dal Mazzini, ero assistente al lanificio in via San Martino.
Nel 1939 fui richiamato, non più all’artiglieria contraerea, ma al 7° Centro Automobilistico, perché avevo la patente civile, sempre a Firenze alla Fortezza da Basso. Mentre di fronte c’era la caserma Favini dove era il 7° Artiglieria Contraerea, ma anche prima quando ero artigliere le macchine si tenevano in Fortezza.
Quelli in nomina da sergente fummo presi e ci fu fatto fare un corso e dopo sei mesi tornai a casa il
1° novembre ‘39. Tornai a fare il mio lavoro, ma c’era puzzo di guerra. Il primo giorno di guerra, il 10 giugno ‘40, io ero già richiamato al 7° Centro Automobilistico e lì sono a disposizione e mi mandano a Pistoia in attesa, dopo pochi giorni mi richiamano a Firenze e mi spediscono a Pisa e mi aggregano al 22° Fanteria, 44° battaglione mortai, erano mortai da 81. Dopo un po’, c’era un colonnello imbecille, allora non c’era un ufficiale di fanteria, che sapesse cos’era un motore a scoppio. Si chiamava Fiumarella era un imbecille, perché la gente con il fascismo era un po’ rimbecillita. Da lì si parte in febbraio, a me danno trentanove autocarri L 39 con le gomme semipiene, senza batteria (anche prima quando ero all’autocentro le macchine si mettevano in moto a manovella – e c’era un motore a cinque cilindri che era un diavolo e tante volte dopo partito si spengeva e si doveva rifarsi daccapo). Si parte in treno con tutte le macchine e si parte da Civitavecchia, era una stagione terribile, dove mi aspettavano diciannove autieri che erano
partiti da Pisa, ed io presi il comando di questo piccolo reparto, ero io l’unico responsabile. Ci mandano in Sardegna si sta due giorni in mare, perché era agitato e si sbarca ad Olbia. Questo viaggio fu un po’ non tanto di villeggiatura, perché si viaggiava di notte al buio, c’era un mare che faceva paura, digiuni, io ero fradicio perché dovevo stare sul ponte a controllare il carico, ero l’unico responsabile. S’arrivò in Sardegna ad Olbia, l’11 dicembre ‘42 dopo una venticinquina d’ore di navigazione, e ci da contentarsi perché s’arrivo, si poteva anche non arrivare, perché di notte, fermi, si sentiva urlare con i megafoni tra loro le navi che s’incontravano, a ripensarci oggi viene da ridere, ma non fu un viaggio di piacere, come si fa ora in Sardegna. Ora, ci sono stato anch’io è un’altra cosa.
Si sbarca e laggiù la guerra non si sentiva tanto, per dire la verità. Ci mandano a Macomer, in treno.
Avevano preparato due capannoni e lì ci mandarono con gli autocarri. Noi si dormiva su una carretta, si chiamavano carrettiere, perché noi autieri non avevamo il sacco, ma l’amaca, si metteva il telo da cima a fondo e si dormiva lì. Ci si stette un periodo di tempo non male, si vivacchiava. Io che avevo fatto da giovane l’elettricista, presi la corrente dai fili che passavano e avevo messo una luce portabile anche nella macchina. Fu un periodo antipatico, perché non c’era nulla, ma passò. Da lì ci mandarono in cima alla Sardegna ad Aggius, un paesino bellissimo, dove si trova tanta gente brava, mi telefonano ancora, ci si fa gli auguri e ci sono ritornato due o tre volte a trovarli, perché io trovai un altro babbo e un’altra mamma, mi presero in casa, la sera quando si sortiva io ero libero e avevo fatto amicizia con questa famiglia, mi lavavano, mi stiravano, perché s’ha bisogno di tante cose. Lì si dormiva in un capannone, ci passavano anche i gatti, coperto con del telo incatramato. Lì ci si stette benino, perché c’era una botteghina dove si poteva prendere un caffè e latte e sopperire alla miseria del mangiare, perché il cibo cominciava a scarseggiare.
Poi, finito lì ci mandarono a Benetutti, ora sarebbe nella provincia di Oristano, sei mesi qua, sei
mesi là, da lì si partì per Olbia per partire ad occupare la Corsica. Ad Olbia ci si stette parecchio tempo, sotto l’acqua il vento da far pietà; a proposito della Corsica, sotto il fascismo si cantava: “Osteria della Savoia, se si prende quella troia si rimane senza noia, dammela a me biondina, dammela a me biondà”.
Noi eravamo quelli che dovevano prendere la Corsica. Prendere la Corsica non era difficile, era difficile rimanerci in Corsica, come ora gli Americani in Irak. Ci si imbarca con le macchine il 13 dicembre ‘42 e vado a due chilometri da Ajaccio, dove c’era il comando di battaglione. Lì facciamo vita normale, perché non succede niente e pareva tutto a posto, sennonché si comincia a sentire che un soldato è stato ammazzato, allora s’incomincia a rinforzare le guardie, perché la cosa cominciava a puzzare. In Corsica ci sono stato dieci mesi, fino a fine settembre. In Corsica io fui attaccato, ero a Cognopoli con le macchine e per andare al comando di reparto a piedi, perché la benzina non si poteva buttar via – avevamo anche due motociclette: una gilera 500 e una MR 500 – e fui comandato di partire con cinque macchine per combattere con i Tedeschi, perché c’era già stato il ribaltone dell’8 settembre e il Generale Primieri aveva l’ordine di attaccare, quindi ci furono delle grande battaglie, perché i Tedeschi cercavano di raggiungere Bastia per lasciare la Corsica. Io vengo comandato per delle isolette vicino ad Ajaccio, passai il campo di aviazione e andai avanti e quando arrivai a due chilometri da Ajaccio sento un aereo che ci mitraglia. Fermo sul bordo della strada tutti a terra, non s’aveva la tuta mimetica, ma quella da meccanici. Le macchine erano rimasti
fermi, e con la prima passata e mitraglia le macchine, si scende e i soldati vanno verso una cava di pietre che era vicino alla strada. Le macchine erano rimaste vicine tra di loro. L’aereo fatto il giro, tornò indietro, mentre io dicevo a due soldati di venire con me per allargare le macchine in modo che non bruciassero.
Ma non facemmo in tempo perché l’aero lanciò una bomba incendiaria e con i serbatoi precedentemente bucati, vennero delle fiamme …Cominciò a sparare la contraerea e l’aereo sparì, forse era uno degli ultimi che avevano i Tedeschi. Io rimasi lì a vedere che succedeva. Due macchine le feci ripartire, due macchine erano fuori uso, una completamente bruciata. Passa il comandante del reparto che veniva ad Ajaccio, con l’ufficiale Raveggi, che era l’Assistente in Prima, mi dettero da bere una gazosa, perché non ero come si deve, tra l’altro era una giornata con quaranta gradi di calore. Di quest’incendio di questa macchina non ho saputo più nulla al reparto.
Poi arrivò De Gaulle in Corsica di passaggio per l’Inghilterra dove doveva preparare lo sbarco in Normandia.
Con De Gaulle ci siamo incontrati in Corsica: lui aveva davanti una macchina per fargli posto ed
io camminavo con le mie carrette, ma oramai si operava insieme, perché i Tedeschi erano già andati via dalla Corsica. Venne il momento che mi dettero l’ordine di ripartire con due carrette ed una motocicletta da smontare, la dovevo portare in cassette. Io metto la Gilera in pezzi e ci si imbarca da Bonifacio a Santa Teresa di Gallura, su delle barche piccole, in venti minuti si fece la traversata delle Bocche di Bonifacio.
A Santa Teresa di Gallura io baciai la terra, perché quello che avevo patito in Corsica lo so io, stetti dieci mesi sotto una tenda insieme a dieci macchine, pronto a tutte le evenienze. Una sera c’era la ronda e passò dal mio accampamento e cento passi l’ammazzò un tizio che era una spia, peccato tra l’altro era un Santini, l’ammazzò il sergente maggiore, uno che con il moschetto ‘91 ammazzava anche i corvi. Di notte lo videro: - Altolà! Chi va là! Fermi o sparo! - questo tento di tornare indietro e il sergente maggiore l’ammazzò. Poi successe il finimondo, perché nel paese poi ci fu la rivolta e divento una vita d’inferno. Io avevo la tenda lì, la spostai un po’ ma non si dormiva più. Finalmente venne il giorno che si venne via dalla Corsica. Molti rimasero laggiù, si partì il Tenente, io e due autocarri, e forse un altro soldato, il resto rimasero a disposizione delle forze francesi. Invece io venni in Sardegna per preparare il reparto per ripartire per il fronte, e si venne a Benetutti, lì ci si stette un bel pezzo e venni reinquadrato come artigliere.
Da Cagliari partii nel 1944 di ottobre, novembre, sull’incrociatore Filiberto di Savoia e fui sbarcato a Napoli il giorno dopo. Per sbarcare fu un problema perché non c’era un metro per poter scendere, tutte le navi voltate in su. C’era una nave con la chiglia rovesciata e avevano fatto un tavolato su questa chiglia e di lì si sbarcò. Da Napoli, a piedi, perché le macchine che avevo rimasero in Sardegna, per una decina di chilometri, in posto dove ci riordinammo e da lì, sempre a piedi a Principato in Provincia di Avellino.
Laggiù ci restituiscono le macchine, ma non c’erano autieri, perché quando eravamo sbarcati a Napoli chi poteva scappare, scappò e la fanteria non aveva un autista. Io non potevo venire a casa, perché la nostra zona era sempre occupata e c’erano battaglie a Montecassino. A Principato c’era una piccola stazione ferroviaria con un deposito che ci faceva comodo, perché, avendo già le macchine, dieci o dodici autocarri e una bella Jeep originale con il verricello, che mi serviva per mettere in moto gli autocarri, faceva da ricovero per i mezzi. Io dovevo fare scuola guida, in questa campagna da mattina a sera sotto un tempo diavolo, era una strada con le fossette come usa in campagna. Erano fanti e li dovevo fare autieri, li dovevo in sostanza portare al fronte. Fino ad un certo punto, che ero stufo, non ne potevo proprio più: dormivo sotto una tenda; c’era un pantano da morire e litigai con un maggiore la sera che l’ufficiale effettivo era andato in licenza, perché avevano già liberato la sua terra ed era rimasto un capitano, un esoso che si dava dell’arie, veniva dal Fascismo questo, tanto per essere chiari.
Io la sera dopo aver fatto dieci ore di scuola guida non ne potevo più andavo nella tenda a cercare di asciugarmi e lui mi mandava a chiamare, perché aveva messo il comando in un a bella casa, che aveva preso, ad un duecento metri di distanza, da un fante.
- Cosa vuole, perché mi manda a chiamare qua con questa pioggia, non ho mica l’ombrello io e neanchel’impermeabile -, avevo un pastranuccio. E là con gli ufficiali per dirmi delle bischerate, il giorno dopo mi rimanda a chiamare da un soldatino: - Sergente Maggiore, il capitano la vuole.-
- Tu gli hai a dire che vada a pigliarlo nel culo, io non ci vado, se mi vuole viene qua. - Io ero disposto anche ad andare in galera, perché quando si arriva a quel punto lì, io era sedici mesi che non sapevo più nulla di casa mia, che cosa me fregava a me di lui, non mi importava più di nulla, che senso aveva la vita, perché io non ero più un ragazzo, sicché mi manda il Tenente Medico che mi dice: - Santini che fai? Ti capisco, sai, ma vieni con me.- - La non mi porti, ma perché si è disturbato, signor Tenente, la mi lasci stare, la non vede che non rispondo delle mie azioni. -
Prima che mandasse il Tenente Medico gli avevo detto davanti atutti gli ufficiali: - Lei mi ha già rotto i coglioni! -, ma con il Tenente Medico mi toccò andare. Il Tenente Medico mi porta là e mi disse: - Tu stai zitto, devi stare sempre zitto. -
E io feci così e poi ritornai al campo, perché mi aveva messo in galera, scortato da un fante con la baionetta in canna. Insomma la mattina si rincomincia a fare scuola guida e venne un po’ di sole, sennonchè verso le11.00 mi chiamano per andare al comando. Io faccio per andare al comando e c’era già il sole, doveva essere novembre o dicembre, mi sento chiamare: - Santini! - era il Maggiore quello vero, che aveva saputo tutto, quando lo vidi lo salutai: - Bentornato, signor Maggiore! -
Lui mi fa: - Santini, oh che fai, cosa hai fatto. - e io quasi, quasi mi metto a piangere: - La lasci stare. - - Io lo so cosa hai, lo sai cosa ti dico, ti mando in licenza, perché Prato è liberata! -
-Sì, Maggiore. - - Vai al magazzino, fatti dare dieci giorni di viveri ed io ti mando in licenza. -
Il 12 dicembre ‘44 io preparai un sacco di roba: tonno, altra roba in scatola, pane, sarà stato trenta chili ed il giorno dopo un autocarro ci porta me ed altri a Firenze, poi a Prato. Però prima di partire il Maggiore mi chiama e mi dice: - Tu vai in licenza, io ti mando in licenza. Tu mi devi dare la parola d’onore che tu verrai a raggiungere il reparto. -
- Signor Maggiore io sono un uomo di parola la raggiungo dove la va. - E la mattina parti venni a Prato, prima a Firenze s’arrivo di notte, perché da Avellino è lunga e poi non c’era neanche un ponte, c’era da fare certi giri ogni volta che c’era un fossetto, c’era da stare attenti, perché laggiù dove ero io ci morirono due soldati che erano in motocicletta e per un paracarro buttato giù morirono tutti e due, così succedeva era difficile camminare. A Prato arrivai la sera , dopo che ero arrivato a Firenze in piazza Beccaria dove sentii una voce: - Oh, oh! Santini che sei qui! -
- Di casa mia che sai nulla? -
- Sì, ho visto tuo fratello che non è tanto. -
- Che strada c’è di qui per andare a Prato? Passo da Sesto o di sotto? -
- No, no, tu passi da Sesto ma stai attento ai ponti. -
Allora al Ponte alla Fogliaia c’era un fosso con un ponticello e ero con un Sergente Maggiore si aveva un autocarro grosso di quelli che c’è ancora, era lui il responsabile e guidava lui, però sapeva che ero un autiere e quando si arrivò a codesto punto era rimasto poco di qua e di là e mi fa: - Santini piglialo te il volante. Io vado avanti e ti faccio strada. - Quella macchina lì aveva già la batteria e i fari, erano già cambiate le cose. Così quando si passa di qua e di là e si esce. Quando arrivai a Ponte Pietrino credevo di passare ed invece il Ponte Pietrino era tutto giù e allora bisognò fare il Chilometro Lanciato, che era tutto segnato: mine, mine, mine…Sicchè si va a passare al Ponte dell’Orfanotrofio, c’era poco da scegliere. Quando s’era quasi lì, una ruota va in una
buca e non si ripartiva. Io li dissi, il ponte era rotto: - Ragazzi, bisogna torniate indietro e quest’ora non so cosa farete. Io sono a casa e qualcuno trovo. -
Avevo da passare la ferrovia e poi il Bisenzio, ma la Passerella c’era ancora, era rimasta in piedi. Me lo disse un soldato che era lì e con il quale ci s’intese alla meglio, meno male. Andai alla Misericordia, perché da civile ero stato capoguardia della Misericordia, per sentire se c’era qualcosa di nuovo. A piedi, perché c’era la ronda. Mi fermai alla Misericordia, suono il campanello e : - Santini! -
- Santini sei tornato! -
- Sono tornato in licenza. - insomma le solite cose che si fa in quei momenti: - Ma che sapete nulla della
mia famiglia? -
- Sì, tuo fratello l’ho visto qui. -
- Allora vado a casa -. Andai a casa ritrovai mio fratello, i genitori, la fidanzata. Io ero a Prato, c’era lefeste di Natale e tanti mi dicevano. - Cosa fai? Ma che sei grullo a tornare al fronte? -
E io - No, bisogna che torni laggiù. -
In San Francesco, accanto alla chiesa c’era un comando tappa, potevo andare lì. Ma insomma feci passare Natale. Sennonché venne giù Pinochi di Montecatini, uno che era stato con me in Corsica ed in Sardegna e che doveva ripigliare anche me per riportarmi al reparto. Viene a casa mia mi chiama e io: - Guarda appena sono pronto si va via. - Ma quando s’arrivò a Firenze, in via dell’Oriolo, non ci fecero ripartire, perché la strada per andare al fronte, eravamo sull’Adriatico, non era praticabile. Perché la mia divisione la “Cremona” ebbe l’onore di far parte dei primi reparti che formarono l’Esercito Italiano in quattro corpi di combattimento e combattevamo sull’Adriatico. Però ci si avevano gli ufficiali di collegamento Inglesi, eravamo vestiti da Inglesi e da mangiare quanto si voleva. Comunque alla fine si ritorna là , mi avevano dato disertore, e ci si trova a dormire con un telo addosso in zona di operazioni.
Il 10 aprile ‘45 si deve dare l’assalto, per cui si fu tutti mobilitati. Eravamo dopo Ravenna, sulla linea formata dai fiumi Senio e Santerno, che dovevamo passare. Io ero su un Ford carico di fusti di benzina che andavo a rifornire le macchine davanti, che seguivano il 22° ed il 21° fanteria. Io alle dieci di sera ero su un ponte sul Senio fatto di barche, costruito dal Genio Militare. Prima dell’assalto della fanteria dalle parti del fiume c’erano sempre i soldati tedeschi e ci furono atti di grande coraggio da parte dei Partigiani che erano laggiù. Qualcuno ancora si ricorda i nomi dei morti. Comunque io camminai solo con un soldatino, che aveva il fucile scarico e dovevo andare avanti di notte, con i fari spenti, solo con questo soldatino, non era una cosa facile. Ora per chi è pratico di quelle zone ci si trova anche dei veri fiumi, che non sono fiumi però son canali dove ci si casca e ci si muore. Io mi trovai, ad un certo punto al tocco di notte, a non saper dove andare e trovai una casa, picchio, dico: “Sono un soldato italiano, sono un Italiano, non abbia paura, se la mi può dire questo e quest’altro”.
Mi risposero: - La vada a destra, poi c’è un comando - e infatti era vero. Verso le due di notte arrivai a questa cittadina, mi fermai in piazza, spostai i fusti di benzina, per fare un sonnellino. Presi sonno, venne la mattina e mi ricordo mi trovai a vedere che la gente ci festeggiava, s’eramo arrivati e i tedeschi erano andati via, ma erano atre passi, li si correva dietro. E s’era vicino al Po, s’era proprio sulla sponda del Po.
Lì praticamente la guerra era finita, perché io andai anche in trincea di notte a vedere quello che c’era.
C’era un cannone ogni dieci metri su tutta la linea e più indietro, siccome era già caldo, c’erano tutte le tombe dei morti, che erano fitti come i boschi, da ricordare, prima del Po. Quando arrivai al Po andai sulla sponda e c’era un cavallo e c’era anche un morto, un soldato tedesco, che galleggiava, in quell’acqua gialla, perché il Po era in piena.
Mi congedai alla fine della guerra. La guerra finì l’8 maggio ‘45, io il 14 di maggio ero vicino a Venezia ma non potevamo entrare in Venezia, mi mandò a chiamare il maggiore e mi disse: - Ci sono delle novità, Santini. -
- Speriamo le siano buone, Maggiore. -
Si va là, mi fermo c’era un prete ragionava con delle puttane, erano tutti lì a chiaccherare con dei soldatie parlavano di puttane.
- Meno male siamo alle buone, ora non si parla più di guerra si parla di puttane. - Poi tornò il Maggiore e mi fa: - Santini di che classe tu sei? -
- Maggiore, son del ‘15. -
- Allora tu ti congedi, ma io non ti posso mandare via non ho nessuno. -
Io gli dissi: - Signor Maggiore io gli avevo dato la parola, ho fatto il mio dovere in pieno e son contento, potevo essere morto, come è morto il Sottotenente che ho visto nel cimitero, io sono vivo ancora e vado a casa. Ho una ragazza, la fidanzata che mi aspetta, io vado a casa, se la mi da un fogliolino scritto io l’accetto volentieri perché me lo merito e se no, vado a piedi, piano, piano a casa. - - Che scherzi, Santini, tu vai a casa domani l’altro, si fa un camion apposta si manda fino a Siena e timando a casa con tanto di licenza illimitata. -
- Bene, son contento. -
Casa mia l’avevo già vista perché ero tornato di lassù con l’autocarro a pigliare il vino a Firenze, per portarlo in su. Ero stato a casa mia a desinare, con il Tenente, anzi feci un rubamento, perché avevo un Dodge, ed ero venuto giù dal fronte con cinque fusti di benzina e venni a Firenze, si feci quello che dovevamo fare e poi dissi: - Ora si va a casa mia. -
Si stette lì a desinare ed io accanto avevo la fidanzata e venne il mio suocero, che aveva un sidecar in un campo bellino lì dietro. Gli dissi: - Lastrucci, ci ho messo l’autocarro di là, venite, guardate c’è cinque fusti di benzina, ne lasciate uno e quattro li prendete voi. -
- Oh che sei matto Leo. - E io gli feci vedere che avevo in tasca il blocchetto per ritirarne altri.
Sicchè il mio suocero prese gli ottanta litri di benzina. Si ripartì quasi la notte e s’arrivò a Ravenna che s’era stanchi morti, insomma fu bellina.
Io tornai a casa il 17/5/1945.