TESTIMONIANZE: JACOPO GAVAZZI

nato alle Piastre, Casa Marconi (Pistoia), il 16/01/1919.
Sono stato chiamato alle armi ai primi di maggio del 1939 e fui arruolato al 7° Genio di Firenze. Di là poi, nel 1940 mi hanno assegnato alla 53A Compagnia Artieri e fui spedito nei Balcani.
Ci imbarcarono a Bari, sbarcammo a Durazzo e di lì andammo alla zona che ci avevano assegnata, da Librazhd al Passo Sciafed. Abbiamo combattuto a Struga sul lago di Ocrida, e poi si finì a Dibra, dove abbiamo passato l’inverno con il freddo fino a - 35°.
Dopo la fine dei combattimenti con la Grecia, rimanemmo come truppa di occupazione; io però fui mandato a Tirana per fare un corso di specializzazione come motorista, finito il quale fui assegnato al 26° Genio di stanza a Tirana.
Il mio lavoro di specializzazione in officina continuò fino a che l’8 settembre 1943 non ci fu l’armistizio.
Dopo alcuni giorni arrivarono i Tedeschi; c’era veramente una baraonda. Fu emanata una circolare da parte del nostro generale con la raccomandazione di stare calmi, perché i Tedeschi ci avrebbero presi e portati in Italia via terra. Alcuni non ci credettero e fecero anche fuoco, sparando a tappeto, però la maggior parte di noi aderì alle direttive della circolare, e quindi dopo alcuni giorni ci fecero preparare per andare a Bitol, in Bulgaria, per prendere il treno.
Nei giorni dall’8 al 21 settembre a Tirana ci fu il caos, con continui furti e rapine.
Alla prima marcia che facemmo, io ebbi in consegna un automezzo (ricordo bene era una Lancia trirota per il trasporto zaini), mentre tutti gli altri dovettero partire a piedi. Da Tirana si partì il 21 settembre alle quattro del mattino, eravamo ventuno mila soldati, per ogni compagnia avevano assegnato due macchine per il trasporto zaini, tutti gli altri a piedi.
Dopo un po’ che eravamo partiti a piedi ci attaccarono i ribelli albanesi al passo tra Tirana e Elbasan e molte colonne furono decimate.
Una volta viste queste difficoltà fu deciso che il trasporto non dovesse più avvenire a piedi, ma con gli automezzi; in conclusione in cinque tappe si arrivò a Bitol, in Bulgaria1, qui ci chiamarono i Tedeschi e ci fecero la morale: ci dissero che chi voleva stare con loro se aveva un grado lo poteva conservare, e chi si rifiutava andava ai lavoro forzati nei campi di concentramento in Germania.
In maggioranza fummo disarmati, ci fecero buttare tutte le armi su un prato, a me e a tutti gli altri che avevamo fatto da autisti ci portarono alla stazione e ci fecero consegnare gli automezzi.
Dormimmo sotto una tenda ed il giorno successivo ci caricarono tutti su un treno di circa ottanta vagoni, tutti scoperti tranne tre.
Dopo diciassette giorni di viaggio arrivammo in Germania.
Il nostro treno era diretto a Belgrado, ma poiché i Partigiani jugoslavi avevano fatto saltare i binari ci fecero tornare indietro fino a Sofia, e da qui Bulgaria, Romania, Ungheria ... siamo passati anche sul Gernavola, un ponte che è a circa settanta chilometri dal Mar Nero. Dopo ventuno giorni di viaggio, diciassette in treno e quattro in macchina, arrivammo al 9° Campo di Concentramento.
1) Probabilmente si tratta di Bitola oggi in Macedonia, all’epoca in Jugoslavia, forse il fatto che Gavazzi pensasse che fosse in Bulgaria è dovuto alla circostanza che nel 1943 la cittadina macedone era occupatada truppe bulgare. (N. d. C.)
Abbiamo avuto anche dei morti, perché con una tradotta così lunga e scoperta ogni tanto qualcuno moriva; alcuni vagoni durante il trasporto si ruppero e gli occupanti vennero trasferiti sugli altri, fino ad arrivare a cento occupanti per vagone.
Una volta arrivati ci chiamarono tutti in un grande prato, ci fecero ancora un discorso per dirci che per noi iniziava un periodo difficile, o collaborare o andare a lavorare nei Campi di Concentramento ai lavori forzati.
Ma su circa tremila arrivati, sembra aderissero una quindicina, perché pensavano di essere mandati
sul fronte italiano e quindi avevano la speranza di potersela svignare. Se ci riuscirono non lo so.
Quelli che non aderirono furono assegnati ai campi di concentramento. Io ed altre cinquanta persone, tra le quali ne conoscevo soltanto tre, fummo mandati ad un distaccamento, il 9° C, dislocato a Kloster Allerdorf, nei pressi della cittadina di Bad Salzungen, in Turingia.
Lavoravamo in due fabbriche più una parte di noi era al servizio della città. La mia squadra, che era di quattordici persone, lavorava in una fabbrica di macchine utensili, mentre un’altra squadra di circa una quindicina lavorava in una fabbrica di munizioni, sempre nella cittadina di Bad Salzungen, la rimanente manovalanza, era al servizio della città, di corvèe.
In città la corvèe consisteva in questo: se arrivava l’ordine di scaricare un vagone si andava in stazione, se c’era da pulire un giardino o delle strade, ogni mattina andavano a fare il lavoro che c’era da fare, a volte andavano a scaricare le mele, perché lì c’era una fabbrica di marmellata, così che tramite loro a volte entravano in prigione anche dei torsoli di mela.
Il nostro lavoro era di settantadue ore e mezza settimanali, quando non si faceva lo straordinario, che però era quasi inevitabile. Se per caso passava una squadriglia aerea al di fuori del normale (che lì ogni giorno annuvolava, per i tanti aerei), ci mandavano fuori e perdevamo mezz’ora di lavoro bisognava recuperarla.
Ma non era solo questo, perché queste settantadue ore e mezza settimanali, le lavoravamo in sei giorni, ma se per caso la domenica, che doveva essere di riposo, arrivava un furgone di munizioni o qualcosa d’importante in stazione venivano a Kloster Allerdorf e prendevano una squadra di noi per i lavori più urgenti da fare.
Nei primi quattro mesi di prigionia, benché venissi dal fronte, ho perso diciassette chili per il poco mangiare.
Uno dei miei compagni mi diceva tutte le sere: - Io non ce la faccio, con questo mangiare non ce
la faccio. -
Il cibo ce lo distribuivano presso la prigione, ci davano un pane, che era un mattone di due chili, in sette, circa trecento grammi a testa. La mattina ci davano un gavettino di caffè, che era di cicoria e a mezzogiorno ci davano una mezza gavetta di rape, che loro chiamavano rübe, che sarebbero tipo le nostre barbabietole da zucchero. Il novanta per cento della mezza gavetta era quello, ma molte volte non c’era nemmeno il segno delle barbabietole, il resto poteva contenere qualche patata o qualche pasta. Devo precisare che di pasta ce ne davano cento grammi al mese a testa, che cuocevamo tutta in una volta per sentire almeno l’odore.
A questo punto facendo un salto in avanti, mi viene in mente un episodio indicativo: quando arrivarono gli americani, il 15 aprile del 1945, vennero da noi e vedendo un pentolone dove c’erano rape ci chiesero se avessimo dei maiali.
Il bello è stato la mattina che siamo arrivati lì. Ci hanno portati subito in questa prigione, che era una vecchia fabbrica trasformata in prigione, con le doppie finestre in ferro e le porte anch’esse in ferro, e di fronte, sotto le finestre c’era il fiume, la Werra.
Noi più di una volta si pensava di togliere le finestre per buttarci di sotto, ma che cosa avremmo fatto? Ci poteva essere la possibilità anche in fabbrica di andare via, ma dove, con scritto KG2 sulla schiena, sulle ginocchia e sul petto? Tutti ci avrebbero riconosciuti per prigionieri.
Vorrei precisare che questo mio collega di Padova, di cui non ricordo il nome, quello che diceva di non farcela per il mangiare, una sera non venne come sempre da me. La sera dopo il lavoro c’inquadrarono, ma lui non c’era. Lo cercarono tutta la notte e lo trovarono verso le tre in fabbrica sotto i trucioli. Gli fecero una bella ramanzina e lo portarono in prigione. Con me si fidava molto, e la mattina gli chiesi cosa avesse fatto. Disse: - Ieri sera sono andato deciso a buttarmi sotto il treno, ma ho aspettato fino all’una e non è passato più nessun treno. Mi era venuto un gran freddo e cercato di passare la nottata per aspettare il primo turno di mattina. -
Fatto sta che era potuto rientrare in fabbrica saltando il cancello, perché la notte la sorveglianza era relativa.
La mattina lo riportarono a lavorare con noi, verso le otto non c’era più. Verso le undici seppi che
s’era buttato sotto il treno ed era morto. Io potrei ritrovare la tomba dove fu seppellito.
Con la nostra fame chi poteva avere dieci marchi e un pacchetto di sigarette poteva rimediare due chili di patate. Grazie ai soldi qualcosa s’aveva, perché in Albania ci pagavano e tutte le volte i soldi non c’era la possibilità di spenderli: quando ci fecero prigionieri i soldi i Tedeschi non ce li presero; come sottufficiale guadagnavo circa ottocento lecchi3, e arrivai in Germania con dei soldi, qualche cosa avevo. Ce li ritirarono dicendoci che ce li mandavano a casa, cosa che naturalmente non fecero, però qualcosa riuscimmo a nascondere.
Allora io conobbi un Francese che si era fidanzato con la figlia di un panettiere tedesco, al quale qualche pane poteva sempre avanzare, e bastava che gli dessi o dieci marchi o un pacchetto di sigarette che lui mi arrivava con un filone di pane. Dopo sei mesi questo Francese fu mandato a Buchenwald e non l’ho più rivisto. Un giorno sono riuscito ad avere un filone per tutta la mia squadra.
Naturalmente quando si rientrava era un problema portare il filone, ma d’inverno, specialmente con il cappotto e la pancia che non c’era più riuscivamo a nasconderlo sulla pancia.
Non solo facevamo contrabbando con il Francese: quando era possibile nella nostra fabbrica di macchine utensili cercavamo di fare macchinette accendisigari, o il pettine di alluminio o qualche temperino. Con un accendisigari si rimediavano due chili di pane. Questi prodotti in genere ce li compravano i Tedeschi.
Magari un Tedesco che lavorava accanto a noi: allora succedeva che l’accendisigari veniva visto da qualcuno e veniva chiesto chi l’aveva fatto, e un giorno venne il comando di fabbrica a fare una perquisizione, trovando degli accendisigari e pettini in costruzione. Emersero tre responsabili: uno si chiamava Alcide Menchi, di Modena, era stato caporeparto della FIAT; un altro era Mario Bergamaschi, di Milano, che io per fortuna rincontrai in una via di Winterthur in Svizzera, sembra strano, nel 1948, faceva il tornitore;
l’ultimo era un certo Ferrari, di cui non ricordo altro.
2) KG era la sigla per Kriegsgefangenen, prigioniero di guerra, ma agli Italiani, per ordine dello stesso Hitler, non vennero riconosciuti i benefici della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra e furono classificati come Internati Militari Italiani, IMI. (N. d. C.)
3) Lech, la moneta albanese. Dal 1939 l’Italia aveva occupato militarmente l’Albania, ma lo stato balcanico aveva continuato ad avere la propria moneta e le truppe italiane presenti venivano pagate in moneta locale. (N. d. C.)
Io fui chiamato dal comando di fabbrica, perché a me tra l’altro avevano affidato mansioni di interprete perché fra i cinquantuno che eravamo non c’era un Italiano che parlasse una lingua straniera. Io per fortuna mi difendevo bene in francese, ed ogni volta che c’era qualcosa chiamavano me. Anche quella volta mi chiamarono. Cosa potevo fare? Non avevamo altre possibilità per sopravvivere. Anch’io avevo le macchinette in costruzione, che non mi avevano trovato. Passarono alcuni giorni, sembrava che la cosa fosse finita lì, ma una mattina ci chiamarono nella sala riunioni, in una quarantina. Era il 18 o il 19 gennaio 1945. I tre dovevano subire una pena spaventosa ... il principale fece un discorso agli Italiani, che ogni volta che ci penso mi si accappona la pelle. Disse in Tedesco che con la legge marziale, che era in vigore, non c’era che la pena di morte. Io avevo già sostanzialmente compreso, poi parlò l’amministratore in Francese per
farmi capire meglio. Dopo aver spiegato la condanna ai miei compagni domandai di poter replicare e con coraggio chiesi loro se avessero mai provato a lavorare settantadue ore e mezza alla settimana mangiando quello che mangiavamo noi e se avessero motivo di dirmi che queste macchinette accendisigari fossero state scambiate con pistole, prosciutti, salami o qualcosa del genere anziché con il pane. Inoltre aggiunsi che se quella era la loro destinazione desideravo che fosse anche la mia. Notai che erano stati colpiti dal mio discorso e feci la proposta di una punizione diversa anche perché i fatti non avevano nuociuto alla produzione (infatti quando uno di noi lavorava di notte, quando c’era minor sorveglianza che di giorno, poteva fare anche qualcosa di extra, ma doveva fare anche tutto il lavoro assegnato e non un pezzo in meno, ed era grazie alle nostre capacità che potevamo fare degli oggetti per noi).
La mia controproposta di punizione fu accettata. La pena di morte fu trasformata in ore di lavoro straordinarie e marchi da pagare. Dettero a Menchi e a Bergamaschi cinquanta ore da recuperare e cinquanta marchi da pagare, il terzo fu condannato al pagamento di venti marchi e a venti ore perché ritenuto meno colpevole degli altri.
Potevano pagare dei soldi perché dal 24 agosto 1944, ci avevano obbligato a dichiararci liberi lavoratori, anche se si stava peggio di prima, perché da prigionieri ci accompagnava la guardia a lavorare e se si arrivava tardi era colpa sua, mentre una volta dichiarati liberi lavoratori se si arrivava un minuto più tardi si saltava il pane. Però avevamo un po’ più di libertà la notte ed io una sera ne approfittai per andare al cinema, ma rientrai dopo l’appello ed il giorno dopo per punizione mi mandarono a scaricare un vagone di carbone in stazione.
A noi ci davano prima due sigarette e mezza al giorno, successivamente due. Erano quelle che ci permettevano, se si aveva la forza di smettere di fumare, di rimediare qualche chilo di pane. La cosa è che la ormai la maggioranza aveva smesso completamente di fumare, tanto per dire di cosa riesce a fare un uomo.
A me ormai mi consideravano come un capo perché lì eravamo tre sottufficiali, ma nessuno se la sentiva di far qualcosa per tirare avanti la baracca, perché se non ci si organizzava un po’ per noi era un manicomio, tanto e vero che nei primi giorni ci fu una confusione spietata. Cazzottate per una buccia di patata, per un torso di mela. I Tedeschi arrivavano lì e se c’era un po’ di disordine dicevano che finché non ci fosse stato ordine non distribuivano da mangiare a nessuno. Fui costretto a fare più di un padre di famiglia.
Dovetti fare una lista perfino per la pulizia e dire oggi io ed un altro facciamo le pulizie e ci rendiamo
responsabili per la distribuzione del mangiare, domani tocca ad altri e così via, perché bisogna dire che loro esigevano la pulizia veramente: bastava che su una finestra ci fosse un po’ di polvere che non ci davano da mangiare.
Una volta montati sui vagoni a Bitol a noi ci davano mezzo chilo di pane a testa ed una scatoletta ogni ventiquattro ore; però durante il tragitto nei Balcani a tutte le stazioni, sembra strano venivano Bulgari, Rumeni, a tutte le stazioni veniva gente con il pane, con un fazzoletto ci davano un chilo di pane, anche due. C’erano quelli che arrivarono in Germania con solo quello che avevano addosso, altri che avevano
un po’ di più, perché negli otto-dieci giorni che restammo a Tirana molti avevano cercato di rimediare uno zaino decente, dato che la roba restava lì ai Tedeschi, nello zaino qualcosa in più dell’indispensabile si poteva mettere. Il mercato nero cominciò appena montati sul treno a Bitol, fino a quando non si arrivò in Germania. Perché precisamente noi si partì il 21 settembre da Tirana e si arrivo al 9° Campo in Germania il 10 ottobre.
Sino al 24 agosto 1944 noi eravamo assolutamente prigionieri e ci davano moneta stampata su carta comune, denaro che potevamo spendere in luoghi stabiliti. però esisteva anche un mercato nero di questo denaro, perché io con dieci marchi di questa carta da quel Francese finito a Buchenwald riuscivo ad avere due chili di pane, e da ciò si capisce che c’era anche la possibilità di spenderli altrove. In quel periodo ci davano diciotto marchi al mese.
Dopo il 24 agosto 1944 ci pagavano con denaro corrente e a quelli ritenuti bravi (cioè che erano operai qualificati) davano cinquantatre centesimi di marco all’ora. Io facevo l’aggiustatore-montatore e avevo cinquantatre centesimi l’ora, come i tornitori ed i fresatori, dicevano che era la stessa paga che davano ai Tedeschi.
In tutti i campi generalmente cercavano uno che si assumesse le responsabilità verso i compagni. Per esempio arrivavano le sigarette e non erano i Tedeschi a distribuirle, ma cercavano una persona che si rendesse responsabile.
Nel mio campo eravamo tre sottufficiali, ma nessuno voleva farlo. Ora, siccome di me avevano bisogno perché ero l’unico che poteva volgere anche la funzione di interprete, e di una persona che si assumesse le responsabilità ce ne era proprio bisogno, perché se non c’era disciplina non ci davano da mangiare, le responsabilità me le assunsi io. avevo solo le responsabilità, privilegi niente. Continuai a lavorare come gli altri, senza alcuna funzione di comando.
Quando arrivammo al comando del 9° Campo, dal quale dipendevano centinai di Italiani, ci fecero fare il bagno, che consisté nel farci spogliare in una sala, farci passare in un’altra, dove un Tedesco, con un pennello da imbianchino lo tuffava in un liquido ci spennellava tra le gambe e sotto le braccia, facendoci saltare per l’aria dal bruciore, per poi dopo lavati, uscire dall’altra parte dove ci restituivano i nostri panni disinfettati, raggrinziti che sembravano cotti.
Si rimase con la divisa militare: però io arrivai lì che avevo due paia di scarpe e uno me lo presero, avevo altra roba e me la presero, di due coperte me ne presero una: quando le scarpe furono finite ci diedero degli zoccoli che cercavamo di chiodare, perché era molto difficile averne altri.
Ogni volta che uno era tutto sbrindellato ci davano qualcos’altro, molta roba francese, divise militari francesi, qualcuno ha finito la prigionia con qualcosa di italiano, ma la maggioranza, quando sono arrivati gli alleati al nostro campo, aveva poca roba italiana.
A noi non fecero la riga in testa: Il primo giorno, quando siamo arrivati in fabbrica e mi hanno dato la tuta, è venuto un pittore con un pennello e ci ha scritto KG sei volte: al petto, alle ginocchia, alla schiena, in modo che quando ci si spostava, tutti avrebbero visto un Kriegsgefangenen, al quale era assolutamente proibito conversare con gli altri: tanto è vero che io per avere uno scambio di pane con il Francese dovevo fargli una strizzata d’occhi a cinque metri di distanza, ed essere così intelligente da capire di seguirlo, senza farmi notare, quando lui andava al gabinetto con un filone di pane, per poterlo così trasferire dalla sua alla mia pancia per portarlo poi ad un ripostiglio affinché la sera potesse essere portato a destinazione.
Nel mio campo soltanto uno è stato picchiato. Dall’ingegnere che era in fabbrica ... siccome quello che si uccise diceva che non ce la faceva più e non poteva lavorare così ... una sera fu chiamato e seriamente schiaffeggiato dall’ingegnere, che dopo la guerra, quando la mattina andammo in fabbrica lo trovammo in cima da una scala, i miei compagno volevano farlo precipitare giù, e io ho dovuto adoperarmi per farlo scendere salvo.
La nostra fabbrica produceva macchine utensili per la produzione di munizioni; non c’era una volta che una macchina finita restasse lì più di due ore. Era distante cinquecento metri dalla stazione, che la vigilia di Pasqua del 1945 fu colpita dagli aerei che fecero esplodere tre vagoni di munizioni: noi in quel momento eravamo in prigione, perché mancava la corrente, e l’esplosione fece cadere tutti i vetri della prigione, e in fabbrica, a cinquecento metri di distanza, le gru caddero nei reparti. vicino c’era un cimitero, quello dove era stato seppellito il padovano e tutte le tombe furono ribaltate.
Noi eravamo affidati al comando dei militari prima del 20 agosto 1944 e dopo al comando civile di Bad Salzungen. Veniva la polizia la sera e sorvegliava se c’eravamo, se mancava qualcuno.
Di SS non se ne vedevano, che proprio dicessero di essere delle SS, anche quando venivano i civili chissà chi erano... noi portavamo la scritta KG, loro non portavano scritto SS, ne altre scritte. Come quando furono pronunciate le tre condanne a morte, le disposizioni erano sicuramente delle SS, o della polizia, perché quando venivano commesse delle infrazioni, come nel caso di cui ho già parlato, di quel Francese preso per il contrabbando, perché loro erano praticamente liberi, veramente internati4, lui fu mandato a Buchenwald.
Sul vestito avevamo KG, senza triangolo, avevamo il numero, il mio era il 50021, ma senza triangolo. I documenti sono delle lettere che mandavano a me dal comando perché qualsiasi cosa che succedeva reclamavano con me, e io potevo protestare presso un recapito indicato. Avevo chiesto di avere qualche ora libera per sbrigare quelle incombenze, perché lavorare settantadue ore e mezza settimanali e dedicarsi ad altri problemi era oltremodo gravoso. Io alla liberazione questi documenti li avevo con me e li ho tenuti, ho anche l’indirizzo di una quarantina di miei colleghi.
Fui liberato il 5 aprile 1945, pochi giorni prima c’era stata la Pasqua: alcuni giorni prima la fabbrica fu bombardata, non direttamente. furono colpiti tre vagoni di munizioni alla vicina stazione e la fabbrica fu danneggiata. La nostra prigione era a circa tre chilometri dalla fabbrica, e noi in quei giorni non si poteva lavorare perché si era rimasti senza corrente.
Fatto sta che i cannoni si sentivano notte e giorno, e dalla mia prigione passavano continuamente colonne di prigionieri di tutte le nazionalità, perché i Tedeschi si ritiravano e portavano dietro i prigionieri. A noi ci faceva paura, perché aspettavamo che qualcuno delle SS venisse a portare via noi, perché dicevano che andavano tutti verso Berlino.
4) Gavazzi fa giustamente una precisazione della differenza di trattamento, da parte dei Tedeschi, tra gli Internati Militari Italiani, sottoposti ad un regime particolarmente duro ed i prigionieri di guerra degli altri paesi occidentali che avevano condizioni di vita improntate al forrmale e sostanziale rispetto della Convenzione di Ginevra
Io avevo organizzato una certa difesa: perché li portavano uno avanti ed uno in coda per i sentieri e mi sembrava che bastasse un po’ di decisione per fuggire, acciuffando ad un cenno quello davanti e quello di dietro per farli prigionieri.
Quando il 5 aprile 1945 arrivarono gli Americani e vennero alla nostra prigione c’erano quelli che parlavano benissimo l’Italiano, simpatizzarono subito con noi prigionieri e, come ho già anticipato, nel vedere sul fuoco un pentolone con le rape ci chiesero se si avesse i maiali: quando seppero che le rape erano per noi ci portarono ad una villetta dove si erano acquartierati, ci portarono in una cantina, deve c’erano venti, trenta quintali di patate e ci autorizzarono a prenderle subito.
Per noi fu il giorno del matrimonio, si può dire.
Prima che arrivassero gli Americani ci fu un intenso bombardamento... Lungo la strada avevano fatto ogni cinquanta, cento metri una serie di garitte dove si sarebbe dovuto sistemare un soldato tedesco con un Panzerfaust, con il compito di tirare ognuno ad un carro armato alleato.
Io conoscevo un Tedesco che aveva minato il ponte sulla Werra e un giorno quasi scherzando gli dissi:- Ma se ora fate saltare questo ponte chissà quante volte poi dovrete riattraversare il fiume a nuoto. – Lo dissi scherzando, ma la fifa ormai ce la avevano, anche perché arrivavano nugoli di aerei che li facevano diventare con la faccia bianca.
Il 5 aprile 1945 finalmente arrivarono gli Americani, che cominciarono a darci un po’ da mangiare, poi si cominciò a cercarlo da noi.
Alla fabbrica era rimasto un barroccino da poterci caricare dieci quintali di roba... Quando arrivammo in Germania a farci la guardia c’erano due sottufficiali ed un soldato: si tirava la cinghia a tutto andare e loro ci dicevano che bisognava diminuire la razione perché a Natale volevano fare da mangiare un po’ meglio, noi ci si sentivamo ringalluzziti perché per lo meno si aspettava il giorno di Natale per riempire la pancia, perché si pensava che quel giorno...
Sennonché due giorni prima di Natale gli Alleati fecero un grande bombardamento sulla città di Kessel, dove sembra che siano decedute novantamila persone in un quarto d’ora, tra le quali anche i genitori del nostro sottufficiale, cosicché per Natale rimase solo il soldato e guarda caso questo soldato aveva la famiglia a cinquecento metri. Noi questo soldato lo si chiamava Austen, perché tutte le mattine era lui che veniva a darci la sveglia dicendoci:- Austen! -5.
Arriva il giorno di Natale, il sottufficiale non c’era ed il mangiare fu forse peggiore degli altri giorni.
I miei colleghi allora sì che rimasero avvelenati, di un veleno che penso, a quelli che sono ancora vivi, non sia ancora passato.
Allora finita la guerra, un gruppo di noi disse:- Questa mattina andiamo a trovare Austen.-
-Ragazzi non andiamo- dissi io. -Tu devi venire, devi fare l’interprete.- e mi portarono.
Si va dove stava Austen e si trova la moglie, che si mette a girare e non trova il marito. Parte un sardo e va a vedere se lo trova, perché in quel momento avevano paura di noi e lo trova nascosto dietro una porta.
Lo tira fuori per la manica della camicia e gli dice: Noi si vuole la margarina che ci hai rubato per il Natale del ’43.-
5) Probabilmente il soldato tedesco gridava: - Anstengen!-, cioè alzatevi
A quello per poco non gli viene un infarto, nel vederci lì. -Via - dicevo a questi ragazzi - lasciatelo stare- ma non c’era verso.
Corse tutto il paese, persino il sindaco, noi si diceva che non avevamo da mangiare. Il sindaco ci rimediò cinque, dieci quintali di patate e noi si partì talmente soddisfatti che pareva una festa.
Però le patate a cinquanta persone bastarono poco e il comune ci mandava qualcosa in più da mangiare, ma era ancora molto poco. Così quando finimmo le patate s’andava in quei paesetti di campagna per chiederne delle altre. A chi ce le rifiutava dicevamo: -Se ce ne avete ve le paghiamo, se invece non ce le volete dare ve le prendiamo.- Allora, vedendoci decisi in quattro e quattro otto trovavano le patate ed in molti casi non volevano neanche i soldi, purché non si tornasse. Così abbiamo tirato avanti qualche mese: poi un giorno venne l’ordine degli Alleati di concentrarci tutti a Meiningen.
Vennero ci caricarono sui camion e ci portarono a Meiningen.
Devo precisare, a questo punto che tra noi c’era uno, un amico milanese, che aveva la ragazza. Questo perché vicino al nostro c’era un campo, presso una scuola, con ventotto russe deportate e lui si era trovato la ragazza tra queste. Ci concentrarono tutti noi e le ventotto russe in una fabbrica a Meiningen in attesa del rimpatrio. Lì facevamo anche un po’ di baldoria, spesso si ballava.
Dopo ci trasferirono in un altro posto a Eisenach, in una caserma di una quindicina di padiglioni di cinque o sei piani l’uno, dove potevano essere ospitate dieci, venti mila persone.
Passati sette od otto giorni gli Americani si ritirarono a quattordici chilometri ed arrivarono i Russi che ordinarono di trasferirci nella zona americana. Dovevamo trasferirci a piedi, ma quelli che avevano famiglia potevano andare con un treno, che doveva servire per trasferire trecento tubercolotici da un ospedale lì vicino.
Ora un certo Gaggioli di San Mommè, che aveva la famiglia con se, mi disse: - Io ho la moglie e la figliola, vieni con noi, se ci trovassero dici che sei il marito di mia figlia.- E così facemmo.
Al confine tra le due zone di occupazione gli Americani ci fermarono. quelli che erano venuti a piedi non avevano dove andare. Avevano piantato dei teli nei campi di grano, con dei baracchini, perché pioveva a dirotto.
Il treno stette fermo un giorno o due. arrivava sempre altra gente: si diceva che cercavano altre vetture per farci proseguire. Dopo tre o quattro giorni arrivò un altro treno, dovemmo trasbordare, ci sistemammo anche appesi fuori dai vagoni, abbiamo avuto anche dei morti, in quel viaggio.
Io ci ho messo dodici giorni per arrivare a Prato. Fino alla stazione di Mitenval, che penso sia in Austria, abbiamo proseguito con quel treno, poi lì, la ferrovia era saltata tutta e ci hanno fatto il trasbordo sui camion, poi ancora in treno fino a Bolzano, quindi a Verona e poi ognuno alle proprie destinazioni.
Io sono arrivato a Bologna con l’ultimo treno la sera del 16 luglio 1945. La mattina successiva sono potuto ripartire con il primo treno che veniva chiamato espresso.
Da Bologna a Prato ci mise dodici ore, poi da Prato a Pistoia mezz’ora, tre quarti d’ora: a casa sono arrivatola sera alle 20,00 del 17 luglio.
Dei miei compagni di prigioni ho saputo poi che due furono al ritorno ricoverati in ospedale, ma non ho saputo poi più nulla: quando sono arrivati gli Americani eravamo in quarantotto, assai denutriti, ma sani, perché nel campo c’era molta pulizia e non ci ammalavamo.
Dopo la guerra con i Tedeschi ci ho vissuto altri venti anni come emigrato a Zurigo in Svizzera, dove a Winterthur, come ho già accennato rincontrai per caso Mario Bergamaschi che era lì per operarsi allostomaco, cosa di cui già soffriva quando eravamo prigionieri.
Presi singolarmente i Tedeschi non sono così duri come in collettività: Perché la loro forza è che ognuno fa veramente come gli viene detto, non come in Italia. Noi anche in guerra non si vogliono ordini. Il Tedesco se viene messo a guardare un pollo lo guarda, perché l’ordine è quello: Noi ordini non si vogliono. A volte avremo ragione, ma a volte anche torto, perché alla carlona un capo non dovrebbe essere mai scelto.
Non li trovo più intelligenti di noi, ma solo più pignoli.