TESTIMONIANZE: ILARIO BELLINI

Prato
Io andai militare nel 4° Reggimento Genio a Bolzano e diventai radiotelegrafista per autoblinde. Poi quando fui richiamato mi ritrovai a rifare la naia con i Bersaglieri, a Reggio Emilia, come radiotelegrafista appartenente all’8° Battaglione Autoblindisti.
Questo battaglione fu mandato in Africa; ci portarono in treno fino a Castelvetrano in Sicilia e di lì le autoblinde le mandarono con una nave fine a Tripoli e noi soldati con un aereo.
A Tripoli si ripresero le autoblinde e si fece la litoranea libica che la passa il Golfo della Sirte, Bengasi, Misurata, tutte queste cittadine libiche e si arrivò fino a Tobruk. A Tobruk, siccome eravamo vicini al porto, queste autoblinde avevano il compito di passare vicino alla linea di fuoco delle batterie inglesi, che sparavano sulle linee italiane, per farsi sparare addosso per vedere da parte italiana dove erano appostate le batterie. Una sera, perché questo si faceva sempre all’imbrunire per vedere da dove sparavano questi cannoncini anticarro, una sera nel tornare indietro, perché si doveva farsi sparare addosso e tornare nelle nostre linee, mi vidi passare a tre dita da un braccio una fila di proiettili che davanti a me c’era l’autista dell’autoblinda, che fu
preso in pieno, morì, e lo ritrovarono il giorno dopo, un fagottino di roba; poi c’era il Tenente nella torretta, all’apparecchio radio da una parte, ed era vicino ad uno sportello, che teneva ben unto. In Africa ci mancava l’acqua, però benzina ed olio ce ne era a sufficienza, cosicché l’olio ci serviva per tenere lubrificati questi sportelli e la benzina ci serviva per lavarsi i vestiti, perché erano pieni di pidocchi. Quando fu colpito l’autista fu colpito anche il motore ed il mezzo si fermò e prese fuoco, e lo sportello ben unto, che si apriva con un dito anche se era d’acciaio e aveva le spessore di quasi un centimetro, lo aprii e mi buttai. Nel buttarmi, presentavo la schiena ai
proiettili, atterrai nella sabbia, perché eravamo nel deserto, c’era sabbia e basta, e rimasi fermo lì, però ero ferito, non capivo più nulla e tre schegge di questi proiettili che scoppiavano nel motore mi presero dalla parte destra ed entrarono dentro e ci sono ancora. Poi durante la notte qualcuno venne a portarmi via di lì e mi portarono in un ospedale da campo.
Da un ospedale da campo ad un altro, ad un altro, ad un altro s’arriva a Derna in un ospedale in muratura. Lì ero in una stanza ed un giorno venne uno stuolo di dottori con il camice bianco — nel frattempo a me era cominciato a venire un edema al polmone — perché nel porto di Derna era arrivata una nave ospedale per prendere tutti i feriti e riportarli in Italia. Quando arrivarono da me, si fermarono, stettero un po’ a chiacchierare e poi andarono via senza dirmi nulla.
Allora bisogna tornare un po’ indietro. La mia nonna, che era una buona cristiana mi aveva dato un rosario con il crocifisso, che mi ero messo al collo, ed essendo ferito in quel modo io in questo lettino ero senza nulla, nudo. Allora, dopo che erano andati via questi medici, lasciandomi lì, quasi a dire “tu resti a morire qui”, uno torna indietro e mi domanda quando ero nato e dove ero nato; quando gli dissi che ero di Prato, mi disse “Anch’io sono di Prato”: era il dottor Bacci, ma il nome non me lo rammento, l’ho rivisto dopo all’ospedale; io avevo preso servizio all’ospedale, lui era stato prigioniero, ma c’erano sempre i Tedeschi quando io rientrai. Poi mi raccontò che era
stato lui a farmi mandare via da Derna, perché mi avevano lasciato lì a morire. E invece, il giorno dopo, mi caricarono su questa nave ospedale e arrivai a Napoli, dove la sera stessa che arrivai - mi misero in una stanzina vicino ad una finestra — fu bombardato l’ospedale e mi cascarono tutti i vetri della finestra sul lettino dove stavo. Il giorno dopo venne la Principessa José a vedere quello che era successo, con un ufficiale; mi dissero “Se voi avete da chiederle qualcosa, chiedetegliela”. Allora quando si fermò da me mi domandò come stavo e io le dissi: “Volevo vedere se era possibile
avvicinarmi alla famiglia, perché sono di Prato e quindi Napoli è lontano”. Fatto sta che dopo qualche giorno venni messo in un treno ospedale e mi portarono a Salsomaggiore.
Ci rimasi 1 27 giorni, sono stato operato, mi misero un cannellino, mi misero in una stanzina da solo, perché spurgavo tutta roba marcia che non ci poteva star nessuno insieme a me. Però c’erano delle crocerossine nel reparto insieme.
In Africa c’era uno di Salsomaggiore che si chiamava Barozzi Alido e a queste crocerossine, quando incominciai a stare un po’ meglio, domandai se c’era verso ritrovare la famiglia di queste soldato e qualcuna si dette da fare a trovarne la famiglia, che abitava vicino a Salsomaggiore, venivano quasi tutti i giorni a portarmi le uova fresche e io cominciai a stare meglio e cominciai a mangiare, ero diventato uno scheletro si vedeva altro che le ossa, tutte le uova che mi portavano questi contadini le mangiavo fresche e in più mangiavo tutto quello che mi davano all’ospedale. Le prime sere, dopo operato, venivano a vedere quanto ero ingrassato; insomma dopo 1 27 giorni
mi mandarono a casa.
A casa feci la convalescenza, ogni tanto andavo all’ospedale militare per la visita e trovai questo professore. M’avevano preso in Comune a fare le tessere annonarie e ci sono degli amici che conoscevo io che hanno fatto carriera in Comune, son diventati capoufficio. Io arrivai ad essere primo contabile all’ospedale; ci sono stato 41 anni, nel frattempo il dottor Carlesi mi fece venir qui e ci sono stato fino al ’94; fui operato e non ci sono ritornato.
Cosa si ricorda dell’inaugurazione della Casa del combattente di Prato?
C’era un’asta di ferro prima del portone d’ingresso; c’era la bandiera italiana, poi era tutto il palazzo imbandierato alle finestre, poi c’era la fanfara dei bersaglieri, c’era il Presidente Nazionale, l’avv. Zavattaro, che era amico del Saccenti; furono fatti i discorsi nel salone, ma non c’era ancora il bassorilievo, che fu fatto dopo, c’era l’arch. Ciruzzi che aveva fatto il progetto dello stabile. Lo stabile è stato fatto su un terreno del Comune di Prato che prima era un cimitero. Quando fecero le fondamenta della Casa trovarono degli scheletri e siccome era un terreno cedevole l’arch. Ciruzzi fu messo nelle condizioni di dover fare un’enorme colonna di cemento armato, che ancora c’è nei sottosuoli dove c’è la tipografia, a sostegno. Questa colonna è grande che forse quattro uomini non l’abbracciano. Questa colonna regge tutto il cemento armato del palazzo, però è terreno cedevole, come è successo, quando io non c’ero più di un muro sembrava rovinare. Insomma questo l’arch. Ciruzzi, anche se ci ho avuto a che fare anch’io, il nome non me lo rammento più. Era un architetto di Firenze. E c’era anche l’avv. Antonio Allegri di Firenze, che era un consigliere della Federazione, amico del Saccenti, che si occupava delle cose legali, anche ultimamente, finché era in vita, poi è morto per una tubercolosi o qualcosa del genere. I bilanci li faceva lui e stava dietro alle cose legali dell’Associazione. Prato è sempre stato sotto la Federazione di Firenze, finché ultimamente è stata fatta una Federazione unica. All’interno della Casa del Combattente fu fatto un bar.
L’intenzione era quella di tenere i soci vicino alla sezione per questo fu fatto il bar, dove ora c’è la tipografia, al piano terra, però i soci s’andavano sempre più assottigliando, naturalmente, perché erano tutti soci della guerra 1915—18, che nel ’58 avevano tutti più di sessanta anni, insomma tutti soci vecchi, anziani, che s’allontanavano invece che avvicinarsi alla sezione e quindi il gestore del bar chiuse, andò via e prese un altro bar da un’altra parte. E allora lì fu affittato. Questa Casa fu fatta, prima che ci venissi io, con tre negozi davanti: il macellaio, che c’è ancora, la cartoleria che c’è ancora ed il terzo era il barbiere, non quello che c’è ora, ma un altro, amico del Saccenti. Allora non c’erano le regole che ci sono ora per gli affitti; era il Saccenti, Presidente, che si metteva d’accordo con i gestori dei negozi e chiedeva un
affitto corrente. Però al barbiere, perché era amico del Presidente gli fu fatto un qualcosa meno; sopraggiunte le regole nuove gli fu detto di mettersi sotto l’UPPI, e da quel momento l’affitto che era in vigore aumentava tutti gli anni di quello che la legge permetteva. In definitiva il barbiere si è trovato ad avere un affitto misero e quegli altri un po’ di più.
C’era il distributore di benzina, il Meoni, però con l’AGlP fu fatto un contratto
particolare: ci potevano stare per 25 anni, mi pare, pagando 25/30 milioni subito, perché servivano alla Sezione per finire di pagare la Casa. La Casa fu ideata e poi fatta fare in base al guadagno della Sezione per i posteggi, che erano tutti gestiti dalla nostra Sezione di Prato, tutti: alla stazione, in piazza Mercatale, in piazza del Duomo, vicolo dell’Opera, in piazza S. Domenico, in via S. Trinita, in piazza del Collegio. Gestiti, nel modo, io li ho lasciati fare come li ho trovati, perché avevo altro da fare. C’era uno che li riguardava però lasciava il tempo che trovava. I posteggiatori se ne approfittavano un
po’, però alla Sezione veniva una certa somma che messa in banca servì per fare la Casa. Poi è sopravvenuto il Comune, con certi posteggi che non si potevano tenere per la viabilità, poi c’è stata la Cap che ha voluto una parte dei parcheggi. Insomma siamo arrivati ad una legge che diceva che le associazioni, che avevano ottenuto dopo la guerra la concessione dei parcheggi in tutte le città d’Italia - tutte -, Prato si distinse perché riuscì a mettere da parte parecchi soldi per fare questa Casa, nelle altre città non
so come è andata e se ci sono ancora parcheggi dell’Associazione. A un certo punto il Presidente Nazionale nuovo, non l’avv. Zavattaro, seccato da tutte le beghe che venivano fuori dai parcheggi delle Sezioni, riuscì a ottenere una legge che tutte le Sezioni diventavano Aziende e come tali dovevano avere il modo di attenersi alle regole delle Aziende: bilanci, gestione, tutto quello di cui c’è bisogno di fare.