TESTIMONIANZE: ELIO RINALDO

Nato a Chioggia (VE), il 17 agosto 1920
Appartenevo al 1° Granatieri di Sardegna, classe del 1920.
Per andare al fronte in Albania si partì da Roma, dove era di stanza il nostro reggimento e ci aggregarono al 3° reggimento Granatieri, che era stato decimato in Albania durante la prima fase della guerra nei Balcani
L’Albania la raggiungemmo via mare. Si sbarcò a Valona, si passò la prima notte nelle vicinanze di quel porto, poi, il giorno dopo, ci portarono sulle prime linee verso il Goico e si venne accampati, un po’ alla meglio, su questa montagna.
Poi, solo dopo due giorni, ci fu l’attacco dei Greci e noi si contrastò, s’andò avanti anche noi per raggiungere le prime linee dei Greci, ma il tempo peggiorò e con la neve si dovette accamparci in queste montagne, alla meglio, finchè non si poté proseguire.
In quei frangenti s’è perso tanti commilitoni in combattimento, in uno in particolare ho perso un caro amico: Faggi Renzo. Anche lui era di Prato. Stava in via Carbonaia, si lavorava insieme.
Fu una scheggia di mortaio, che lo prese nella testa. Noi s’era un attimo più indietro di lui. Io ero con un’altra squadra e s’arrivò giù, ora non mi ricordo il posto preciso, insomma s’attraversò la Colussa, il fiume che passava di lì, ed oltre il fiume ci si accampò. Venne il capitano e domandò se c’era qualcuno che si sarebbe sentito d’andare a portare la croce, qualcuno che lo conosceva, io pensai a questo mio amico e accettai. Ci disse di stare attenti perché c’erano delle mine che gli sminatori stavano trovando.
Ritornai nel posto dove s’era seppellito e lì ci misi la croce, vicino al loro cimitero. Rientrai facendo bene attenzione ma non si trovò nè mine né niente.
Da lì si ripartì il 24 maggio, me ne ricordo bene perché commemorammo la Prima Guerra Mondiale, ci portarono con gli automezzi ad Atene.
Successivamente arrivammo nella zona del confine, per andare giù verso la Grecia. Arrivati in Grecia ci fu la resa dei Greci e ci si accampò nelle caserme dei soldati greci.
Ci portarono nelle caserme dei Greci ed in questi paesi si passò il primo periodo di occupazione, nel quale la sera si doveva andare di servizio a controllare perché c’era sempre qualche attentato dei partigiani greci, qualche cosa insomma.
Fu in questo tempo che poi a me mi gonfiò una gamba e mi dovettero ricoverare all’ospedale d’Atene.
Avevo un focolaio d’infezione.
Quando rientrai al reggimento, dall’ospedale, non c’era più nessuno dei soldati, solo qualcuno che era stato malato, come me. Domandai al furiere dov’era il reggimento, e mi disse: - Li hanno mandati a combattere
i Partigiani di Tito. -
E un giorno benché io, come altri, fossi ancora convalescente, venne il furiere e disse: - C’è il maggiore che cerca un cameriere, e chi trovo, non c’è nessuno. -
Io gli dissi: - Andrò io perché un po’ l’ho fatto, non proprio di mestiere, ma insomma… -
Mi portò dal maggiore che era di Firenze e mi disse d’andare alla mensa del Quartier Generale, dove c’erano più di quattrocento tra ufficiali italiani e tedeschi. Mi dettero la bassa di passaggio e mi passarono alla mensa del Quartier Generale. Il capitano di mensa mi dette tutte le disposizioni, cosa c’era da fare, e lì stetti fino all’ 8 settembre.
Nel frattempo, l’anno precedente, nel 1942 mi avevano concesso la licenza per venire a casa.
L’anno dopo, il 25 luglio si sentì agitazione tra gli ufficiali e si venne a sapere che era caduto il governo italiano ed avevano arrestato Mussolini.
Dopo l’8 settembre i Tedeschi, si vede che avevano mangiato la foglia, e ci presero tutti lì al Quartier Generale, alla svelta, alla svelta.
Subito dopo che ebbero preso il comando, prima ci fecero posare tutte le armi, ogni cosa che s’aveva, e lungo la strada che dalle caserme ci portava alla stazione era tutto un buttar fiori: - Italiano non partire – ci dicevano i Greci.
Ci condussero in tradotta, s’arrivò a Vienna e poi da lì proseguimmo per la Germania.
In Germania sono stato in diversi posti, a fare dei lavori esterni. Quando si poteva ci si nascondeva, tanto è vero che una volta, quando con gli altri rientrai da un bosco, dove mi ero nascosto per non lavorare, un ragazzo mi disse che avevano fatto la chiama ed io ero mancato. Quando rientrai alle baracche una guardia rifece la chiama ed io risposi, mi chiamò, mi prese il piastrino e mi disse che sarei andato a Mathausen.
Rimasi male. Ma passò un giorno, ne passarono due, poi tre, quattro e io andavo sempre a lavorare,
m’avevan messo alla betoniera, insomma dopo una settimana, mi chiamò quest’Austriaco, c’erano
parecchi Austriaci tra le guardie, mi ridette il piastrino e mi disse di continuare a fare come facevo e di non allontanarmi.
Poi mi mandarono ad un altro campo, dove si scaricavano dei vagoni di carbone e ci doveva scaricare controvento, s’aveva gli occhi c’erano diventati delle palle da biliardo.
Allora qualcuno ci si ribellò, io mi misi sul letto a castello al quarto piano, perbenino, con la coperta sopra e quando il capo entrava per chiamarci per andare a lavorare io restavo lì.
Quando tornavano mi mescolavo con loro e andava tutto bene, finchè un giorno qualcuno fece la stessa cosa e così ne vennero a mancare diversi, se ne accorsero, ci presero e ci misero in prigione, vicino a dove c’era il comando.
Ci raparono a zero, e ogni mattina alle cinque ci facevano andare fuori a dorso nudo nel piazzale, un
freddo boia…
Ci liberarono gli Americani e appena liberati ci ordinarono di andare incontro al grosso delle truppe americane, perché i Tedeschi avrebbero potuto contrattaccare.
Fummo alloggiati in una caserma che avevano occupato gli Inglesi però non s’andava tanto d’accordo con gli Inglesi. Ogni tanto erano baruffe.
Successe che una mattina venne una camionetta con tre o quattro Americani, uno parlava Italiano, era Italo-Americano, e ci disse: - Ragazzi che ve la sentireste di venire al campo d’aviazione, abbiamo bisogno di qualcuno di voi come manodopera. -
Andammo con loro e gli Americani per prima cosa ci passarono la visita, bronchi, polmoni, tutto, poi ci fecero fare il bagno, ci dettero le divise dell’esercito americano, ci dettero tutto quello come davano ai soldati, sigarette, zaino, tutto e ci dettero l’alloggio. Poi domandarono se c’era qualche meccanico e qualcuno andò a lavorare con loro.
Io dissi loro che ero commesso e allora un maggiore mi assegnò a sorvegliare, di giorno, la palazzina degli ufficiali per evitare che vi andassero i soldati perché vi venivano conservati gli alcolici. Poi la sera giocavamo a carte.
Dopo questa esperienza di collaborazione con gli Americani, rientrai a Prato negli ultimi mesi del 1945.
Un giorno dissi al maggiore che volevamo tutti rientrare in Italia, eravamo otto o dieci.
Il maggiore ci battè a macchina il lasciapassare per il settore francese per evitare che ci venisse presa la roba che ci avevano dato gli Americani. Un ufficiale francese si oppose lo stesso, ma tra noi c’era uno di Firenze che sapeva il Francese, ci parlò lui e con il foglio che ci avevano dato gli Americani riuscì a convincerlo per cui infine ci mandò via. Si rientrò passando dalla parte di Innsbruk.