TESTIMONIANZE: CARDINI iVO

NATO A PRATO IL 13/5/1920
Il 1° novembre del 1939 sono andato a fare il militare e sono tornato nell’agosto del 1945.
L’Albania fu occupata il 19 aprile del 1939 e noi del 320° Autoreparto Motorizzato, dopo qualche mese andammo laggiù. Il reparto divenne in Albania il 26° Autocentro. Io era addetto all’officina perché ero meccanico; avevo fatto un corso di specializzazione sotto le armi a Torino come meccanico automobilistico.
Poi sono andato a Bologna ad un corso di perfezionamento e da lì mi trasferirono direttamente a Bari a formare questa officina del 320° Autoreparto che divenne poi 26° Autocentro.
Il 10 giugno del 1940, quando è scoppiata la guerra io ero in Albania.
Ero in Albania, con l’Autoreparto, noi ci aggregavano alle divisioni per riparare i mezzi che avevano in dotazione. Una volta riparati ci mandavano ad un’altra divisione. Tanto è vero che ho girato tutta l’Albania e tutti i posti immaginabili a Portoeddari, a Podgoriza, a Scutari, a Valona, tutti posti lì.
Io ho fatto durante la guerra tutta l’Albania per lungo e per largo.
Noi non eravamo preparati per l’aggressione alla Grecia. C’erano quei poveri alpini e quei fanti che avevano le pezze da piedi, li si congelavano tutti, sul Monte Tomori, che era un disastro. Ci s’aveva pochi camion noi solo diciotto B.L., non s’avevano tanti mezzi. Tanto è vero che noi avevamo un carro-officina che era roba vecchia, insomma, non s’aveva mezzi per fare la guerra. Tanto è vero che se non arrivavano i Tedeschi, i Greci ci mandavano via anche dall’Albania.
Poi arrivarono i Tedeschi. Dopo quando venne il patatrac ritornavano i Greci tanto è vero che io scappai con il carro-officina, a piedi non ce l’avrei fatta a scappare, e venni a nord verso Valona. Noi si sapeva che la guerra andava male per noi Italiani e una mattina si videro delle imbarcazioni a largo di Portoeddari, dove ero io, ed erano tutti Greci. Si prese e si scappo, perché noi non avevamo né artiglieria per poter sparare, non c’era nulla, non s’era preparati a nulla, perché se no qualche cosa gli Italiani dovevano fare.
Non c’era nulla, nulla, nulla, l’era una guerra per modo di dire. L’era una guerra persa in partenza.
Quando si scappò da Portoeddari , come ripeto, io presi il carro-officina, perché tra l’altro avevo anche la malaria, andammo a Valona. Per la strada si trovava queste truppe che indietreggiavano da dove non ce la
facevano a reggere. Quando fui a Valona mi misi in abiti borghesi e andai insieme ad un amico a trovare i partigiani albanesi. Dopo aver camminato un paio d’ore buone, anche tre, li raggiungemmo e si vide che mangiare non ce ne era, erano vestiti in una maniera da far rizzare i capelli, si disse: - Ma che si fa qui?
Che si sta qui? Si ritorna via. - E si venne via.
Li lasciammo le armi perché se ce le trovavano ci facevan fuori, e andammo a Tirana al mio comando.
Ma parte del comando era già partito, dicevano per rientrare in Italia, allora io dissi: - Via! – andammo in magazzino, ci levammo gli abiti borghesi e ci rimettemmo la divisa militare e s’andò con il camion, siccome per fortuna avevo preso un camion, s’andò a Elbasan dove c’era il comando dell’Autocentro. Mi
presentai al capitano, che conoscevo da tanti anni, e gli raccontai tutta la storia, mi disse: - A noi ci hai
fatto un piacere, ci hai portato un camion, si porta via la roba. -
- Ma dove si va -
- Ora si va in Italia! -
Quando si fu lì si partì e s’andò in Romania, mi pare, che è quella più vicina, poi in Ungheria e di lì in treno, in carro bestiame, naturalmente, tutti contenti perché si veniva in Italia.
Però quando dopo sette giorni e sette notti di queste tradotte ci rinchiusero dentro e si disse: - Addio, siamo a posto! -
Ci portarono in un campo di smistamento e lì ci chiesero chi voleva andare in Italia a combattere con i fascisti e chi no. Dopo due o tre giorni però non lo fecero più, perché tutti quelli che andavano in Italia appena arrivati scappavano. Allora ci domandarono chi sapeva fare l’officina, chi sapeva zappare, insomma tutti i mestieri. Io dissi che ero meccanico d’automobili e mi mandarono a Dessau, vicino Berlino, in una fabbrica d’armi e mi misero ad un tornio, non si doveva essere tanto pratici perché ci davano la roba fissa. Lì ci feci venti mesi, con i bombardamenti. Poi vennero i Russi, ci liberarono, ma siccome i Russi
erano cattivi, si passò con gli Americani. Con gli Americani si rifiatò e poi dopo ci mandarono a casa. E così ho finito la mia storia di sette anni di bella vita con il nostro Duce.