TEN. ALESSANDRO TANDURA, IL PRIMO PARACADUTISTA AL MONDO IN AZIONE DI GUERRA

 Agosto 1918

Durante le mie ricerche per la mostra effettuata nel 2008 in occasione dell’anniversario dei 90 anni della fine della 1ª Guerra mondiale presso l’Aeroporto di Thiene “Arturo Ferrarin”, mi imbattei nella storia del tenente Alessandro Tandura. La sua vicenda mi ha subito affascinato, in quanto egli fu il primo paracadutista militare d’Italia. Non solo: la sua avventura iniziò nel campo di volo Villaverla-Thiene.

Inoltre il pilota che guidò l’aereo in territorio nemico era nientemeno che l’asso canadese Maggiore W. Barker, che il quel periodo comandava la 139ª Squadriglia aerea di stanza nel medesimo campo di volo. Nel 1917 gli inglesi consegnarono un certo numero di paracadute modello “Calthrop”, ribattezzati “Angel Guardian”, al corpo d’aviazione italiano, allo scopo di salvare la vita dei giovani piloti una volta abbattuti. Per lo scarso numero di paracadute, unito alla “tradizione marinaresca” degli aviatori della 1ª Guerra mondiale (decisi a seguire fino in fondo la sorte del mezzo a loro affidato), e inoltre per la scarsa praticità nell’abbandono del velivolo e per l’ingombro che comportava, lo stesso fu accantonato dalle squadriglie e preso in esame solo dai militari addetti ai palloni d’osservazione. Una certa quantità fu comunque affidata al Servizio Informazioni dell’VIII Armata comandata dal tenente colonnello Dupont. Dopo la disfatta di Caporetto l’Esercito italiano preparava con l’arresto dell’offensiva austro- tedesca del giugno 1918 la controffensiva finale nota ai nostri giorni come “battaglia di Vittorio Veneto”. L’Ufficio d’Informazione dell’VIII Armata cercò dunque dei volontari da paracadutare dietro le linee nemiche al fine di appurare l’effettiva consistenza dei reparti nemici al di là del Piave. Quattro giovani ufficiali accettarono la missione: i tenenti Alessandro Tandura, Antonio Pavan, Pier Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicolosio. L’operazione fu coordinata dagli inglesi, che oltre a spiegare l’uso del paracadute avevano il compito di lanciarli in territorio nemico. Venne scelto il maggiore W. Barker (che, lo si scoprirà nella sua biografia, fu l’ideatore del piano dopo aver visto un pilota tedesco lanciarsi dal suo velivolo in fiamme). Il primo a partire fu il tenente Alessandro Tandura l’8 agosto 1918 dall’aeroporto militare di Villaverla-Thiene; nei mesi successivi partirono dal medesimo campo il tenente Ferruccio Nicolosio e il tenente Pier Arrigo Barnaba, mentre il tenente Antonio Pavan non eseguì mai la missione in quanto il suo lancio con il paracadute non fu più necessario per la fine della guerra il 4 novembre 1918. Ai tenenti Tandura e Barnaba venne concessa, per i risultati della missione, la Medaglia d’Oro al Valor Militare, mentre al tenente Ferruccio Nicolosio fu assegnata la Medaglia all’Ordine Militare dei Savoia, ma solo per il fatto che il lancio non venne effettuato in territorio nemico ma in quello alleato per un errore del pilota: infatti, appurato l’errore, venne il giorno seguente fatto lanciare il tenente Barnaba, anticipando così la data della sua missione. Qui di seguito sono narrati alcuni brani tratte dalla biografia del tenente Tandura dal titolo “Tre mesi si spionaggio oltre il Piave”, la cui prima edizione venne pubblicata dalla casa editrice Longo & Coppelli nel 1934, successivamente ripresa e ripubblicata dalla casa editrice H. Kellermann nel 1993 e di nuovo nel 2005. Il 1 agosto 1918 il tenente Tandura viene informato dal tenente colonnello Dupont, capo dell’Ufficio Informazioni dell’VIII Armata, della possibilità di rivedere i suoi cari e nel contesto svolgere un attività di spionaggio in preparazione dell’offensiva finale. Gli vengono illustrati i vari modi per arrivare in territorio nemico, anche se ormai la decisione finale era già stata presa. Gli viene prospettato un lancio mediante il paracadute, ma quando Tandura chiede di poterlo vedere funzionare Dupont gli fa presente che lo stesso costa molto, e visto che gli inglesi ne avevano dati molti pochi all’Esercito italiano non potevano essere sprecati. Inoltre una volta aperto lo stesso non poteva più essere ripiegato. Tandura conosce quindi gli ufficiali inglesi che lo porteranno in volo in pieno territorio nemico e che lo addestreranno nell’uso del paracadute.

1 agosto 1918

Intanto passa anche il tempo e finalmente scocca l’ora in cui devo presentarmi al Comando. Il colonnello Dupont capo dell’Ufficio Informazioni dell’VIII Armata senza preamboli, tocca il nocciolo di ciò che mi sta a cuore. Tre sono le maniere per poter andare là. La prima passare il Piave di notte, vestito da austriaco, mediante dei fili tesi da sponda a sponda tra Pederobba e le Grave di Ciano; la seconda atterrare con un aeroplano in una località del territorio invaso; la terza è lasciarsi cadere per mezzo di un paracadute da un nostro aeroplano, io credo, anzi sono certo, che questo ultimo mezzo sia il più conveniente e il più sicuro. […] Scusi, signor colonnello, le faccio osservare che io non ho mai volato e tanto meno conosco il paracadute. Lei non abbia timore, non dico dell’aeroplano, naturalmente il paracadute è sicurissimo. Vede? E cosi dicendo il ten. Col. Dupont presenta delle fotografie dove l’inventore, un ufficiale inglese, si lanciava nel vuoto. Sta bene - risposi - Però ne convenga, sarei lieto di vederlo funzionare. […] Alle ore 10.00 sono giunti gli aviatori inglesi che mi vengono subito presentati: il Maggiore W. Barker, pilota abilissimo e valorosissimo, squadrato come una lama di spada, che ha al suo attivo trenta vittorie su apparecchi nemici, e il Capitano Onorevole Welwood Benn, deputato alla Camera dei Comuni.

L’8 agosto 1918 Tandura descrive il momento del suo arrivo presso il campo di volo Villaverla-Thiene. Qui viene accolto sia dal maggiore Barker che dal capitano Welwood, che gli spiegano che il volo sarà rinviato di un’ora o forse di due per alcune riparazioni all’aereo che lo porterà in azione. Ha occasione di vedere il velivolo e il paracadute, e lo descrive minuziosamente. Ha paura: per la prima volta si trova di fronte a una cosa ignota, ma da bravo ardito si fa forza. Giunge poi l’ora della partenza e dei saluti e ha inizio la missione. Una volta arrivati sull’obiettivo, come se si rendesse conto del drammatico momento, beve un po’ di cordiale. E poi giù nell’infinito, i primi momenti sono infernali tanto da fargli perdere i sensi, dopo aver visto comunque il paracadute aperto. Atterra in un vigneto dopo un volo di 1500 metri durante un forte temporale.

8 agosto 1918

Appena giunto nel Campo di Villaverla, tutti gli ufficiali inglesi addetti ci vengono incontro, il Maggiore W. Barker e il Capitano On. Welwood mi dicono che la partenza sarà rinviata di un ora o forse due, perché devono essere eseguite delle riparazioni. Voglio vedere il mio velivolo: è un Savoja Pomicio da bombardamento. Ho un certo senso di titubanza, e il sangue accelera il suo corso e le tempie battono. È l’emozione per il primo volo. L’apparecchio mi pare qualche cosa di morto, un enorme giocattolo. Ne tocco le ali con tremore, come se avessi toccato quelle di un pipistrello. Poi mi fanno vedere il paracadute. È composto da un ombrello di seta nera, del diametro di due metri e mezzo; agli orli della tela dell’ombrello un’infinità di cordicelle si stacca, per raccogliersi, alla distanza di due metri in un punto dal quale parte una grossa corda di caucciù del diametro di quattro centimetri e della lunghezza pure di due metri. All’estremità si sfrangia un complesso di cinghie a bretella, a cintura, a cavallo che avvolgono il torso e lo avvinghiano saldamente. […] Mi sedetti dove mi dissero di sedermi: in quella posizione avevo le gambe che penzolavano nel vuoto. Accomodarono l’estremità superiore del paracadute sotto la tavoletta in cui stavo seduto; distinguevo la corda di caucciù scendere dalle mie spalle per finire sotto la carlinga. Il campo di Villaverla-Thiene era illuminato da un potente riflettore, posto in un angolo, per le segnalazioni. […] Pronti! Gridò una voce. […] Pronti risposero. […] Due fiamme uscirono dagli scappamenti, lacerati, e l’aeroplano lambì il terreno per prender quota. […] Ora il motore è spento ed io ho la sensazione che l’apparecchio discenda. Sento benissimo la voce dei due aviatori che discorrono tra loro. Levo il tappo della bottiglia e bevo un sorso di cordiale. Quando meno me l’aspetto la botola, su cui ero seduto, si apre e mi sento precipitare nel vuoto. Ah…viene in me un solo senso; le orecchie sono straziate da un sibilo che mi devasta il cervello. L’incubo dei sogni orribili! Ma subito ho l’impressione di essere sollevato, di tornare in su. Alzo gli occhi e vedo il paracadute aperto. La pioggia mi sferza il viso. Oso guardare in basso e vedo strade e campi che ridono in un’altalena infernale. Mi smarrisce, perdo i sensi… e un attimo. Ad un tratto, colpito fortemente al petto, mi trovo a terra, con le gambe all’aria. Lanciato nel vuoto da circa 1500 metri d’altezza ero caduto in un vigneto, mentre infuriava il temporale.

Il tenente Alessandro Tandura sarà dunque primo paracadutista militare d’Italia: il precursore degli incursori, militari addestrati a essere lanciati territorio nemico per azioni di sabotaggio o di copertura.