STORIA

Le gloriose giornate di agosto 1916

Se radiose furono le giornate di Maggio del 1915 che condussero all’entrata del Regno d’Italia nella Grande Guerra, allora possiamo ben definire “gloriose” quelle della prima decade di agosto del 1916, caratterizzate da avvenimenti bellici di particolare importanza e dal sacrificio di personaggi esemplari entrati volontari nelle fila del Regio Esercito. L’evento più rilevante dal punto di vista militare risultò la conquista di Gorizia, città collocata allo sbocco del fiume Isonzo nella pianura friulana e stretta fra i capisaldi del monte Calvario e del monte San Michele, congiunti da un campo trincerato.

Il primo anno di guerra si era consumato nelle “spallate” che le brigate di fanteria e bersaglieri avevano scagliato per ordine del generale Luigi Cadorna contro il dispositivo difensivo allestito dall’Austria-Ungheria sul ciglione dell’altopiano carsico. Si trattava di alture di poche decina di metri, quel tanto che bastava per dominare il sottostante corso del basso Isonzo, dalle cui rive partirono cinque offensive che, prive di adeguato supporto di artiglieria pesante, portarono a conquiste quasi irrilevanti di poche centinaia di metri. Consumatasi la Quinta battaglia dell’Isonzo (secondo una terminologia entrata in voga nella storiografia militare austriaca) nel marzo 1916, fra maggio e giugno l’attenzione si spostò sul settore trentino del fronte italo-austriaco, ove l’imperial-regio esercito scatenò la poderosa “Spedizione punitiva” che avrebbe portato a modeste variazioni della linea, ma richiesto un ingente concentramento di forze da parte italiana. D’altro canto sul fronte isontino, indebolitosi per sostenere l’urto di una manovra che rischiava di portare all’accerchiamento di tre armate, i fantaccini italiani non subirono offensive particolarmente rilevanti, poiché i vecchi generali asburgici non concepirono una manovra a tenaglia, bensì colpirono massicciamente in un unico settore.

Mentre le fila italiane andavano rimpolpandosi per sferrare un nuovo assalto verso il Carso goriziano, un’altra minaccia venne sventata, poiché il 29 giugno un attacco austro-ungarico con armi chimiche, indirizzato contro gli avamposti che insidiavano il Monte San Michele, rischiò di scatenare un’ecatombe. Il cambio della direzione del vento interruppe l’uso della terribile arma (generali dell’imperial-regio esercito dettero le dimissioni pur di non utilizzarla), l’afflusso di rinforzi consentì di riempire i vuoti creatisi nelle prime linee e di respingere gli assalitori che a colpi di mazze ferrate e di baionetta infierivano sui moribondi intossicati. Finalmente il 6 agosto 1916 le truppe della Terza Armata agli ordini del Duca d’Aosta Emanuele Filibertoripresero l’iniziativa e scatenarono la Sesta battaglia dell’Isonzo.

Proprio nel primo giorno di combattimenti si consumò il sacrificio di Enrico Toti, ferroviere romano classe 1882 che aveva perso una gamba in un infortunio sul lavoro. Inventatosi ciclista, compì nell’immediato anteguerra il giro dell’Europa in bicicletta, ma al momento dell’entrata nel conflitto dell’Italia si presentò volontario, venendo respinto. Non si perse d’animo: inforcò la bici e da Roma raggiunse in Friuli le retrovie, facendosi inizialmente assegnare a ruoli da civile militarizzato, fino a guadagnarsi la fiducia dei Bersaglieri ciclisti del 3° battaglione. Indossava l’elmetto piumato allorché morì durante un attacco a Quota 85 di Monfalcone (GO), compiendo il gesto del lancio della stampella a metà fra realtà e leggenda patriottica. La Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria gli fu concessa motu proprio da Vittorio Emanuele III in quanto non era stato regolarmente immatricolato nell’esercito. Inizialmente sepolto nei pressi del campo di battaglia, Toti sarebbe stato traslato con un solenne funerale a Roma il 24 maggio 1922, nel settimo anniversario dell’entrata in guerra, ma le esequie dirette al Cimitero monumentale del Verano culminarono nei pressi di Porta San Lorenzo in una serie di violenti scontri fra Guardie regie e comunisti.

Grazie al sacrificio di migliaia di combattenti, l’8 agosto 1916 le avanguardie della brigata Pavia fecero il loro ingresso a Gorizia, evacuata dalle truppe austro-ungariche, che avevano perso le postazioni difensive del Calvario e del San Michele ed avevano arretrato la linea difensiva sul monte Sabotino, l’altopiano della Bainsizza e oltre il vallone di Gorizia, facendo perno sul monte Ermada, vero e proprio baluardo difensivo a protezione di Trieste. La retorica interventista aveva calcato la mano sulle città sorelle Trento e Trieste, che taluni ritenevano collegate da un ponte, dopo un anno di massacri balzava agli onori delle cronache la relativamente piccola Gorizia, croce e delizia del fante italiano: vi fu chi cantava di nascosto “Gorizia che tu sia maledetta” e chi scrisse in aulici toni risorgimentali “La sagra di Santa Gorizia”. Ma ancor prima di questi eventi, la notte fra il 30 ed il 31 luglio l’incursione navale del sommergibile Giacinto Pullino nel golfo del Carnaro, finalizzata a colpire naviglio nemico all’ancora nel porto di Fiume, si interruppe nelle secche dello scoglio della Galiola.

Dal natante incagliato si dileguò su un gommone di salvataggio un Tenente di Vascello che, una volta fatto prigioniero, dichiarò di chiamarsi Nicolò Sambo, ma in realtà si trattava del suddito austro-ungarico Nazario Sauro. Nato a Capodistria nel 1880, avrebbe maturato negli anni giovanili una coscienza nazionale italiana frequentando i circoli irredentisti istriani e sposando le idee di Patria, giustizia sociale e libertà dei popoli propugnate da Giuseppe Mazzini. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale esfiltrò in Italia e a Venezia, assieme ad altri fuggiaschi delle terre italofone dell’Adriatico orientale ancora sottoposte all’Austria, si arruolò volontario. Non solo fu tra i soccorritori dei civili colpiti dal terribile terremoto della Marsica nel gennaio 1915, ma anche mise a disposizione della Regia flotta da guerra le conoscenze del litorale adriatico acquisite esercitando la professione marittima. In effetti grazie a lui vennero effettuate, una volta scoppiata la guerra, numerose incursioni sulla costa istriana e dalmata, fino al tragico epilogo. Processato a Pola, identificato grazie alla deposizione di concittadini lealisti, di ex colleghi e addirittura del cognato, laddove madre e sorella chiamate a testimoniare compirono sforzi disumani per non rivelare la sua identità, venneimpiccato il 10 agosto in quanto traditore, ma meritando la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

Consapevole dei rischi cui andava incontro per il suo status di disertore e traditore, già il 20 maggio 1915 affidò all’amico giornalista veneziano Silvio Stringari due commoventi lettere da consegnare a moglie e primogenito rispettivamente in caso di morte in battaglia. Esse non contenevano messaggi di odio o di rancore, sublimavano bensì l’ideale di Patria che si era venuto formando nella sua coscienza: “Io muoio contento d’aver fatto soltanto il mio dovere d’italiano. Cara consorte, insegna ai nostri figli che il loro padre fu prima italiano, poi padre e poi uomo”. E infine: “Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa Patria, giura, o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani”.

(di Lorenzo Salimbeni)