Prima Guerra Mondiale: cosa successe al paese di Mezzolombardo

di Edoardo Vicomanni

La Prima Guerra Mondiale si tradusse per il paese di Mezzolombardo in un interminabile periodo di fame e sofferenze. Nel paese erano presenti militari, profughi, feriti e civili, per un totale di oltre 6 mila persone. Il cibo non era presente per tutti.

Innanzitutto è giusto fare un piccolo ripasso su come è iniziata la Prima Guerra Mondiale. La causa scatenante è stato l’assassinio dell’erede al trono dell’Impero austro-ungarico Francesco Ferdinando e di sua moglie il 28 giugno del 1914.

L’attentatore era Gavrilo Princip, appartenente ad un gruppo irredentista bosniaco. Grandi responsabilità di questo attacco erano imputabili alla Serbia, che covava un forte nazionalismo anti-austriaco.

La Germania si alleò con l’Austria contro la Serbia, mentre in aiuto di quest’ultima arrivarono la Russia (con lo scopo di avere un ruolo guida nei Balcani), la Francia (per paura di essere  schiacciata dalla forza tedesco-austro-ungarica) e l’Inghilterra.

L’Italia, inizialmente neutrale, si schierò a fianco della Triplice Intesa (Russia, Francia e Inghilterra) con lo scopo di riprendersi le terre italiane in mano agli austriaci, tra cui appunto il Trentino.

L’entrata in guerra dell’Italia (1915) ebbe pesanti ripercussioni anche sul paese di Mezzolombardo. Gli austriaci entrarono in paese e arruolarono tutti coloro fra i 15 e i 60 anni che fossero almeno capaci di stare in piedi. Gli veniva promesso loro che sarebbero tornati a casa in breve tempo e con parecchi soldi al seguito. Quasi nessuno tornò più indietro.

Nei primi anni di guerra il fronte italiano (una linea che andava dal lago di Garda a Gorizia, passando per l’Altopiano di Asiago e i monti del Cadore e della Carnia) subì le conseguenze peggiori: c’era fame, povertà, morte e sofferenza.

Tanti trentini che erano in prossimità del fronte, decisero quindi di andare a rifugiarsi in Austria. Coloro che invece scelsero di rimanere erano malvisti dagli stessi austriaci perché accusati di appoggiare gli italiani o comunque di sperare nella loro vittoria.

A Mezzolombardo, ma come in tutti gli altri comuni del Trentino, i sospetti irredentisti venivano arrestati e internati nei campi di concentramento di Katzenau e Benesov. La percentuale di morti all’interno dei campi era del 20%.

I sospettati venivano arrestati sommariamente e senza processo. Bastava una denuncia anonima, fatta magari per vendetta personale, e il tribunale militare spediva la persona sospetta nel campo d’internamento.

I militari facevano improvvisamente irruzione nelle case e per qualsiasi sciocchezza si poteva essere portati via. Inoltre durante le vittorie riportate dall’esercito austriaco ognuno doveva esporre sul balcone o comunque fuori dalla propria casa la bandiera giallo-nera del regno austro-ungarico. Chi non lo faceva veniva internato.

I controlli capillari della polizia del Regno si estendevano anche ai fiumi. Era vietato passeggiare lungo le sponde del Noce e dell’Adige per evitare che qualcuno inviasse al nemico delle bottiglie con all’interno dei biglietti sospetti.

Durante gli scontri fra Austria e Italia Mezzolombardo era stracolma di persone. All’interno del paese era presente il comando di tappa (si organizzava lo spostamento delle truppe e gli attacchi in una determinata porzione di territorio), il centro per la cura delle malattie infettive, le polveriere, le baracche dei militari, i prigionieri di guerra, i morti e i feriti. Tutte queste persone erano intolleranti verso gli italiani.

Il fatto che arrivassero in paese soldati con malattie infettive creò un’emergenza sanitaria e il piccolo centro non aveva neanche il posto per seppellire tutti i morti. Tanti vennero seppelliti nelle campagne.

Il problema più grande rimaneva però il cibo. Non ce n’era per tutti. Le condizioni erano pesantissime. I militari piombavano nelle case degli abitanti e rubavano cibo e vestiti (soprattutto scarpe). Le stoffe costavano talmente tanto che i contadini non avevano più nulla di che mettersi addosso in pieno inverno.

I prigionieri di guerra vagavano come moribondi per il paese: raccattavano da terra pezzi marci di cibo e ringraziavano all’infinito chi offriva loro qualche cucchiaio di polenta.

Con l’inizio del 1918 l’Austria capì che stava per perdere la guerra e i militari cominciarono a dare segni di nervosismo. Venivano rotte le vetrine dei negozi di alimentari e si rubava quello che c’era all’interno.

Nell’autunno del ’18 i militari austriaci lasciarono Mezzolombardo e tornarono in Austria. In paese è festa grande. I contadini entravano nelle mense dei soldati austriaci e riempivano i carri di qualsiasi genere alimentare.

La festa culminò con l’entrata in paese dei primi soldati italiani. Era il 4 novembre. In paese ci si abbraccia, si grida, si piange di gioia. Il periodo delle atroci sofferenze è finalmente passato.