Notiziario: MATA HARI E LA GRANDE GUERRA: LA SPIA PIù DESIDERATA AL MONDO

MATA HARI E LA GRANDE GUERRA: LA SPIA PIù DESIDERATA AL MONDO

Icona di sensualità, lussuria e mistero hanno circondato e circondano la vita di una delle donne più amate, desiderate e invidiate nella Storia dell'intera umanità, la bellissima MATA HARI, nome d'arte di Margaretha Geertruida Zelle.
Nata nel 1876 nel nord dei Paesi Bassi. La sua infanzia fu turbata da avvenimenti dolorosi. Nel 1890 suo padre Adam, che stravedeva per lei e la ricopriva di regali costosi, abbandonò la famiglia per andarsene con un’altra donna. La madre, Antje, morì pochi anni dopo, quando Margaretha entrava nell’adolescenza. Dopo la morte della madre a quattordici anni fu mandata in una scuola per diventare insegnante. Fu espulsa un paio d’anni dopo per aver avuto una relazione con il preside. Andò quindi a vivere con il padrino all’Aia, una città piena di ufficiali coloniali di ritorno dal servizio nelle Indie orientali olandesi (attuale Indonesia).
A 18 anni, annoiata, infelice e smaniosa di avventure, Margaretha rispose a un annuncio pubblicato sul giornale da uno di questi ufficiali, un certo capitano Rudolph MacLeod, che voleva conoscere e sposare “una ragazza dal carattere amabile”. Un matrimonio del genere sembrava la strada più rapida verso una vita migliore. Margaretha sapeva che gli ufficiali delle Indie abitavano in sontuose dimore con vari domestici. «Volevo vivere come una farfalla al sole» avrebbe detto in un’ intervista tempo dopo. Si fidanzarono sei giorni dopo il primo incontro, per poi sposarsi nel luglio del 1895.
Ma le cose si rivelarono diverse da come la ragazza si aspettava. MacLeod aveva pochi soldi, molti debiti e un buon numero di storie extraconiugali. Nel 1897, in viaggio verso le Indie orientali olandesi con il figlio Norman-John e il marito, Margaretha scoprì che quest’ultimo le aveva trasmesso la sifilide, una malattia molto diffusa tra i soldati coloniali. All’epoca non esistevano cure e si riteneva, erroneamente, che i trattamenti con i medicinali tossici a base di mercurio potessero avere effetti benefici. Una volta tornato nella colonia olandese, MacLeod riprese il suo stile di vita sregolato, mentre Margaretha attirava l’attenzione di altri uomini, cosa che mandava su tutte le furie il marito.
Nel 1898 la coppia ebbe una bambina, Louise Jeanne, ma la relazione non migliorò. L’anno dopo MacLeod fu promosso a comandante di guarnigione e dovette trasferirsi in un’altra zona delle Indie orientali olandesi, lasciando così la famiglia. Entrambi i bambini si ammalarono, probabilmente di sifilide congenita. Abituato a trattare uomini adulti, il medico di base che li aveva presi in cura somministrava ai piccoli delle dosi di farmaci eccessive, che questi rigettavano contorcendosi dal dolore. Alla fine il maschio, di appena due anni, morì. Tutti sapevano qual era la causa della loro malattia e questo scandalo portò alla retrocessione di MacLeod, che fu confinato in una piccola stazione remota. I coniugi non si preoccupavano neanche più di nascondere l’odio reciproco. Nel 1902 rientrarono nei Paesi Bassi. Quello stesso anno arrivò la separazione, quindi il divorzio. Louise Jeanne, inizialmente affidata alla madre, alla fine fu cresciuta dal padre.
Dopo il divorzio la giovane olandese visse una profonda e decisiva trasformazione: segnata dai viaggi e dalle sofferenze, seppe reinventarsi in modo nuovo e sorprendente. Fu così che nel 1905 apparve sulla scena parigina una danzatrice esotica di nome Mata Hari, che in malese significa “alba” o “occhio del sole”, con un’esibizione presso un centro di arte orientale, il Museo Guimet. Gli invitati erano 600 rappresentanti dell’élite economica della capitale. Mata Hari, vestita con un abito trasparente, un reggiseno tempestato di pietre preziose e un affascinante copricapo, si esibì in danze assolutamente inedite e oltre i canoni di comportamento dell'epoca.
In qualsiasi altra circostanza sarebbe stata arrestata per indecenza, ma Margaretha Zelle aveva pianificato attentamente la sua performance. All’inizio di ogni spettacolo si prendeva il tempo per raccontare che si trattava di danze sacre apprese nei templi indiani: attraverso il ballo Mata Hari raccontava storie di lussuria, gelosia, passione e vendetta, cui il pubblico assisteva con entusiasmo. In un’epoca in cui ogni uomo ricco e influente voleva accanto a sé un’amante avvenente, Mata Hari era considerata la donna più affascinante e desiderabile di Parigi. Si faceva vedere in giro con aristocratici, diplomatici, finanzieri, alti ufficiali e facoltosi uomini d’affari, che le regalavano pellicce, gioielli, mobili, dimore eleganti o cavalli solo per il piacere di stare in sua compagnia. Per anni l’artista riempì i teatri di quasi tutte le principali capitali europee. Con il passare del tempo la sua carriera artistica entrò in fase calante, ma lei continuava a essere richiesta come cortigiana e veniva ricercata negli ambienti altolocati. Lo scoppio della Prima guerra mondiale non modificò il suo stile di vita: sembrava non rendersi conto che, in un periodo in cui le famiglie francesi erano prive anche dei generi di prima necessità come carbone, biancheria e alimenti, la gente comune guardava con risentimento alla sua ostentazione. Centinaia di migliaia di persone, adulte, giovani e adolescenti furono mandate a morte, mentre alcune persone continuavano a vivere nell’agio e nell’abbondanza.
Mata Hari continuava a viaggiare molto e, per questo, il mondo del controspionaggio le mise gli occhi addosso. Nell’autunno del 1915, quando si trovava all’Aia, la danzatrice ricevette la visita di Karl Kroemer, il console onorario tedesco ad Amsterdam. Questi le offrì 20mila franchi, equivalenti a oltre 50mila euro di oggi, per svolgere attività spionistica a favore della Germania. Mata Hari accettò la somma, che considerò un risarcimento per le pellicce, i gioielli e i soldi che i tedeschi le avevano confiscato allo scoppio della guerra, ma non accettò l’incarico. Nel dicembre dello stesso anno la nave su cui viaggiava verso la Francia fece scalo a Folkestone, un porto britannico. Insieme al resto dei passeggeri, Mata Hari fu interrogata da un ufficiale dei servizi segreti e perquisita, ma non fu trovato niente di incriminante nei suoi confronti. L’ufficiale annotò: «Parla francese, inglese, italiano, neerlandese e probabilmente tedesco. Bella, un tipo coraggioso. Vestita alla moda». Il suo giudizio su di lei? «Non è esente da sospetti […] Non dovrebbe esserle concesso il permesso di tornare nel Regno Unito».
Di nuovo a Parigi, Mata Hari visse al Grand Hôtel, che era stato per lo più risparmiato dalle devastazioni della guerra. Era così abituata all’attenzione degli uomini che, almeno inizialmente, non si accorse di essere seguita. Georges Ladoux, a capo del neonato Deuxième Bureau (l’unità di controspionaggio) del ministero della guerra, aveva ordinato ai suoi agenti di pedinarla nei suoi spostamenti quotidiani tra ristoranti, parchi, sale da tè, boutique e locali notturni. Le controllavano la corrispondenza, ascoltavano le sue conversazioni telefoniche, annotavano minuziosamente i suoi incontri, ma non trovarono nessuna prova del suo coinvolgimento nella trasmissione di informazioni rilevanti agli agenti tedeschi.
Nel 1916 la guerra prese una brutta piega per i francesi. Si scontrarono per mesi con i tedeschi in due delle battaglie più lunghe e sanguinose del conflitto della Grande Guerra, Verdun e la Somme. Il fango, le cattive condizioni igienico-sanitarie, le malattie e il nuovo orrore del gas fosgene portarono mutilazioni e morte per centinaia di migliaia di soldati. Nell’estate del 1916 il morale delle truppe francesi era così basso che alcuni soldati si rifiutavano di combattere. Ladoux pensò che l’arresto di un’importante spia potesse risollevare lo spirito francese.
Ignara delle trame che si tessevano attorno a lei, Mata Hari era impegnata in altre questioni. Si era innamorata perdutamente di Vladimir “Vadim” Maslov, un giovane e pluridecorato capitano russo che combatteva con i francesi. Vadim era stato esposto al fosgene, che gli aveva causato la perdita della vista da un occhio, con il rischio di diventare completamente cieco. Mata Hari accettò con entusiasmo la sua proposta di matrimonio. Nella speranza di ottenere un lasciapassare per Vittel, nel cui ospedale era ricoverato Vladimir, la donna chiese aiuto a un suo amante, Jean Hallaure, che lavorava per il ministero della guerra. Ma Hallaure, a insaputa della danzatrice, lavorava anche per il Deuxième Bureau di Ladoux, e le procurò un appuntamento presso l’ufficio di quest’ultimo.
Qui le fu concesso il lasciapassare se in cambio fosse diventata una spia al servizio dei francesi. Mata Hari acconsentì chiedendo l’esorbitante cifra di un milione di franchi, che le avrebbero permesso di mantenere Vadim dopo il matrimonio nel caso in cui la sua famiglia lo avesse ripudiato. Non voleva essere costretta a tradirlo con altri uomini, scrisse. Ladoux ordinò a Mata Hari di andare in Spagna e imbarcarsi per L’Aia, dove avrebbe ricevuto ulteriori istruzioni. Significativamente Ladoux non chiese mai a Mata Hari di trasmettergli informazioni, non le assegnò alcun incarico specifico né le mise mai a disposizione i mezzi o i fondi necessari per comunicare con lui. Fu lei a scrivergli una lettera, che spedì per posta ordinaria, in cui gli chiedeva un anticipo per rinnovare il suo guardaroba nel caso in cui avesse dovuto sedurre qualche uomo importante nel corso di un’eventuale missione.
Mata Hari andò in Spagna come da ordini e si imbarcò sulla S.S. Hollandia in direzione Paesi Bassi. La nave fece scalo in un porto britannico dove la danzatrice destò nuovamente dei sospetti negli agenti, che la condussero a Londra per sottoporla a ulteriori interrogatori. Neanche questa volta fu trovato niente a suo carico, ma gli agenti decisero di trattenerla per stabilire se fosse effettivamente lei e non Clara Benedix, una spia tedesca con cui aveva una vaga somiglianza.
Il 16 novembre, nel tentativo disperato di farsi rilasciare, Mata Hari confessò di essere un’agente al servizio della Francia e di lavorare per Ladoux. Quando le autorità britanniche contattarono il capitano francese, questi, come avrebbe dichiarato in seguito, esordì così: «Non capisco nulla. Rimandate Mata Hari in Spagna». Quello del suo capo era un chiaro tradimento. Nei registri britannici la risposta completa di Ladoux fu riassunta così: «Sospettava da tempo di lei e aveva finto di assumerla al suo servizio per cercare di ottenere la prova definitiva che lavorava per i tedeschi. Sarebbe stato felice di sapere che erano stati trovati indizi concreti della sua colpevolezza».
Di ritorno a Madrid Mata Hari decise di indagare i segreti militari della città. Un diplomatico tedesco in missione in Spagna, il maggiore Arnold Kalle, sedotto dalla sua bellezza, si lasciò sfuggire che erano in corso delle manovre dei sottomarini tedeschi al largo delle coste del Marocco per far sbarcare un carico di munizioni. Ansiosa di trasmettere queste informazioni ai francesi ed esigere la ricompensa pattuita, Mata Hari scrisse a Ladoux, senza ottenere alcuna risposta. Intrattenne anche delle relazioni con il colonnello Joseph Denvignes, della legazione francese. Questi non riusciva a sopportare che la donna uscisse a cena o ballasse con altri uomini. Per placare la sua gelosia, Mata Hari gli spiegò che lavorava per Ladoux e lo mise a parte di tutti i segreti di cui era a conoscenza. Denvignes le chiese di cercare di carpire a Kalle ulteriori informazioni sul piano di sbarco in Marocco. Lei ci provò, ma le troppe domande finirono per insospettire il diplomatico tedesco. Approfittando del fatto che Denvignes era in partenza per Parigi, Mata Hari scrisse una lunga lettera informativa e gli chiese di recapitarla a Ladoux.
Nel dicembre del 1916 Ladoux ordinò l’intercettazione e il controllo di tutti i messaggi radio tra la capitale spagnola e Berlino tramite una stazione installata sulla torre Eiffel. In seguito avrebbe dichiarato che i messaggi intercettati permettevano di identificare chiaramente Mata Hari come una spia tedesca. Questa tornò a Parigi aspettandosi la ricompensa per il lavoro svolto, ma Ladoux si rifiutò di vederla. Quando chiese di Ladoux al Deuxième Bureau, le dissero che non conoscevano nessuna persona con quel nome. Lei riuscì in qualche modo a mettersi in contatto con lui, ma questi negò di aver ricevuto la lettera da Denvignes. Solo più tardi divenne chiaro che c’era qualcosa di strano nelle intercettazioni realizzate dalla torre Eiffel. I documenti d’archivio francesi indicano che Ladoux aveva informato il procuratore dei messaggi che la incriminavano nell’aprile di quell’anno, e non in dicembre e gennaio, che è quando secondo Ladoux erano stati inviati. Apparentemente il capitano francese era l’unico ad aver visto i messaggi originali prima che fossero decodificati e tradotti. Emerse anche che questi erano scomparsi dagli archivi. Tuttavia, il loro contenuto sarebbe stato usato contro la danzatrice, con conseguenze fatali. In seguito lo stesso Ladoux sarebbe stato arrestato con l’accusa di spionaggio, ma la sua detenzione arrivò troppo tardi per salvare la donna.
Alla fine di gennaio del 1917 Mata Hari era sempre più nervosa. Non solo Ladoux l’aveva scaricata, ma non le aveva neppure pagato la somma concordata. Da tempo non aveva notizie di Vadim e temeva che potesse essere stato nuovamente ferito. Stava finendo i soldi ed era costretta a trasferirsi in alberghi sempre più economici. Il 12 febbraio del 1917 fu spiccato contro di lei un mandato di cattura con l’accusa di spionaggio in favore della Germania. La mattina seguente fu arrestata, la sua stanza fu perquisita e le furono confiscati gli effetti personali.
Fu interrogata da Pierre Bouchardon, giudice istruttore del Terzo tribunale militare. Un uomo duro, considerato spietato con i sospetti criminali e particolarmente severo con le donne “dai costumi immorali”. Il suo diario ne rivela l’enorme ostilità verso le “mangiatrici di uomini” come Mata Hari. Bouchardon la fece incarcerare in regime di isolamento nella più terribile prigione parigina, Saint-Lazare, dove la danzatrice era costretta a dormire in una cella infestata dalle pulci e dai ratti e non aveva sapone per lavarsi. Le fu negato l’accesso ai suoi effetti personali, medicine incluse, e fu privata di vestiti e biancheria pulita, nonché di soldi per compare cibo e di francobolli per le lettere. Ebbe sporadici contatti con il suo avvocato, un ex amante di nome Edouard Clunet, senza esperienza in materia di processi militari.
Con il passare del tempo la donna cominciò a temere seriamente di essere processata. Divenne estremamente ansiosa, scrisse una lettera di richiesta di grazia e supplicò di poter vedere il suo avvocato e Vadim. Questi, nel frattempo, le spedì delle lettere in cui le chiedeva di andarlo a trovare in ospedale, ma i suoi messaggi non le furono mai recapitati. Margaretha fu rinviata a giudizio con otto capi di accusa. Le udienze iniziarono il 24 luglio del 1917. L’unica prova contro di lei erano i telegrammi di Ladoux e i messaggi radio, che oggi si ritengono manipolati. I sette uomini che componevano la giuria erano tutti militari. Uno di loro, nelle sue memorie, dava credito alle dicerie secondo cui Mata Hari aveva causato la morte «di circa 50mila dei nostri figli, senza contare quelli che erano a bordo delle imbarcazioni silurate nel Mediterraneo grazie alle informazioni da lei fornite».
La giuria era composta da militari che giudicavano "immorale" lo stile di vita di Mata Hari
Nessuna delle prove emerse durante il processo avrebbe confermato queste voci. Le accuse contro di lei erano vaghe e non c’era alcun riferimento a segreti specifici che sarebbero stati trasmessi al nemico. Furono invece presentate svariate prove del suo stile di vita “immorale”: uno dei poliziotti incaricati di pedinarla a Parigi raccontò delle sue spese folli e dei suoi vari amanti altolocati. In merito ai (falsi) messaggi intercettati, Ladoux dichiarò che indicavano che era un’agente al servizio della Germania. Eppure non contenevano alcuna prova che avesse trasmesso informazioni sensibili. La difesa di Clunet si dimostrò assolutamente inefficace. L’avvocato chiamò a testimoniare alcuni personaggi importanti, i quali dichiararono che Mata Hari era una donna affascinante con cui non avevano mai parlato di temi di argomento militare. L’unico a difenderla strenuamente fu Henri de Marguerie, segretario del ministro degli affari esteri francese e amante di Mata Hari dal 1905. «Non si è mai verificato nulla che possa compromettere la buona opinione che ho di questa donna», dichiarò. Accusò anche il procuratore di aver accettato la causa pur sapendo che si reggeva su menzogne. Di fatto, lo stesso procuratore avrebbe in seguito confessato che non c’erano abbastanza prove.
Dichiarata colpevole di tutti i capi di accusa, Mata Hari fu condannata a morte per fucilazione. I tentativi di commutare l’esecuzione in una pena detentiva furono respinti, così come le richieste di indulto al presidente. La sentenza fu eseguita il 15 ottobre del 1917, di prima mattina, in gran segreto. Tra i presenti c’erano il suo avvocato, le suore che l’avevano accudita, il dottore della prigione e un plotone del Quarto reggimento di zuavi in divisa cachi con fez rosso. L’esibizione di Mata Hari fu perfetta, forse una delle migliori della sua vita. Rifiutò di essere legata al palo e restò in piedi a testa alta, con orgoglio. Il sergente maggiore al comando del plotone dichiarò: «Per Dio! Questa donna sa come morire».
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