La strage del Monte Manfrei

Lo studioso Roberto Nicolick ripercorre una delle pagine più drammatiche della Seconda Guerra Mondiale

 Il Manfrei, è un monte che non supera i mille metri, localizzato in provincia di Savona, accanto agli abitati di Vara Inferiore e Superiore, dal punto di vista orografico non è scosceso o interessante  per gli alpinisti. Sale in modo morbido, e le sue pendici sono vaste e boscose, punteggiate da forre, grotte e altri anfratti naturali che lo rendono difficilmente esplorabile. In questa zona accadde la strage dei “200 marò della San marco”, intorno al 28 aprile 1945. Nell’aprile  1945, i reparti armati della R.S.I che presidiano la zona del Sassellese.  ricevono l’ordine di  smarcarsi dai settori di competenza e di dirigersi a nord, per creare la “ridotta” in Valtellina, l’operazione venne denominata “nebbia artificiale”.  Un reparto di marò  si trova a presidio del Sassello,  sono giovanissimi fanti di marina la cui età andava dai 17 ai 19 anni, composto da circa 200 unità , appartenenti al 5° reggimento  della San Marco,  comandati da un capitano , Giorgio Giorgi , questo nome  rimarrà negli annali della storia militare sicuramente non come un buon esempio di comando. Giorgi, tratta la resa del reparto con i partigiani. Il reparto, in base agli accordi presi dal suo ufficiale in comando,   perfettamente equipaggiato ed armato, raggiunge Palo, dove si consegna ad una brigata partigiana, invece di raggiungere Acqui Terme e defluire verso altre destinazioni, come da ordini superiori:questo fu un errore che avrà catastrofiche conseguenze. Il gruppo partigiano che prese in consegna i 200 fanti di marina,  la Brigata E. Vecchia della Divisione d’assalto garibaldina “Mingo”, era già stato responsabile di molte esecuzioni sommarie di militari e civili, uomini e donne, senza spiegazioni apparenti, il suo capo “Vanni” aveva già decretato e naturalmente eseguito numerose condanne a morte,  in modo assolutistico e senza contraddittorio, rivestendo il duplice ruolo di “giudice inappellabile” e quello di boia. L’artefice di questa ignobile trattativa che portò l’intero reparto alla  resa e  in seguito ad una orrenda  morte , è il capitano Giorgio Giorgi, il quale sarà l’unico sopravissuto al massacro del reparto. Definire Giorgi un ingenuo o uno sprovveduto è un eufemismo. Quest’ufficiale si fidò ciecamente della parola di personaggi che promisero salva la vita ai suoi soldati e per l’ennesima volta non mantennero la parola data. Forse Giorgi ignorava che nella zona a cavallo tra le province di Savona e Genova, centinaia di militari della San Marco erano stati uccisi in modo proditorio. Solo i reparti che avevano mantenuto armi, ordine e disciplina, coordinati da ufficiali capaci , avevano raggiunto indenni zone meno pericolose. Dopo essere stati disarmati, i 200 giovanissimi militari, verranno trascinati , con le mani legate dietro la schiena e sotto la minaccia delle armi partigiane, per circa tre giorni e tre notti lungo mulattiere e sentieri poco battuti, da Palo  per Rossiglione sino a Vara, sostando in vecchie cascine , sino alle pendici del Monte Manfrei, dove in diverse radure erano già pronte le fosse comuni, di forma rettangolare. La maggior parte verrà abbattuta ,senza pietà, da una o più mitragliatrici, dopo essere stati spogliati delle uniformi e degli effetti personali, gli verranno tolte anche le piastrine di riconoscimento per evitare l’identificazione dei caduti e i loro corpi accatastati a strati nelle fosse rettangolari. Ancora in questi anni, alcune repellenti  personaggi del luogo, esibiscono ,come trofei, mazzi di piastrine militari, vantandosi di aver preso parte agli omicidi . Molti di loro  furono ammazzati crudelmente a bastonate , pare da persone del luogo conniventi con i partigiani comunisti, altri seppelliti legati e ancora in vita condannati a morire soffocati con la terra in bocca e negli occhi.. Fu un  barbaro massacro , opera di molti, in un’orgia incontrollata di odio e di cieca violenza. Una pagina di storia priva del minimo barlume di umanità, come spesso accadeva in quei giorni. L’eccidio fu il risultato di un insieme di fattori concomitanti : insubordinazione dell’ufficiale comandante del reparto repubblicano, ferocia della formazione partigiana e di molti abitanti della zona che parteciparono attivamente alla strage. L’equipaggiamento del reparto fu sequestrato dalla brigata partigiana e nascosto, e pare che gli effetti personali dei ragazzi, furono divisi tra i numerosi assassini. All’alba del terzo giorno, numerose fosse comuni, erano colme di cadaveri e coperte dal terriccio e dal fogliame. Il silenzio calò come una cappa di piombo, per anni, su quella strage di cui tutti sapevano ma nessuno parlava. Chi andava per boschi trovava facilmente reperti anatomici che emergevano dalla terra, spesso prede delle volpi, inoltre il fetore della decomposizione ammorbava l’aria dei boschi che acquisirono una fama sinistra.. Nel dopoguerra il sindaco di Urbe, Zunini, con l’ausilio dei carabinieri, decide di iniziare la ricerca delle fosse, nonostante  un  terreno difficilissimo ,  pieno di forre, burroni, boschi, pietre, scontrandosi con  l ‘omertà che circonda gli assassini ancora vivi e in sito i quali minacciano chiunque voglia recuperare i poveri resti. Nel 48 il Comune individua ben 50 fosse comuni. Nell’aprile 1955 i Carabinieri confermano che nel territorio esistono altre fosse di cui non si conosce l’esatta ubicazione e che, quindi, sembrerebbe impossibile il recupero delle Salme che si pensa appartenere ai Marò massacrati. Nel settembre del 1956  viene raccolta una sessantina di salme attualmente nel Cimitero Militare di Altare.Nel 1958 sul Monte Manfrei venne eretta una croce in memoria dei trucidati, che qualcuno distrugge nottetempo. Nel 1984, sempre lo Zunini, con il supporto della Associazione  Fiamme Bianche di Genova, fa erigere un’altra Croce sullo spiazzo erboso.   Da allora, tutti gli anni moltissimi parenti dei ragazzi massacrati e reduci dei reparti Repubblicani, si recano sul posto e partecipano ad una Messa al campo in suffragio degli sventurati ragazzi. Per la cronaca, il loro comandante, ebbe un salvacondotto dai partigiani e sparì qualche settimana dopo la strage, pare sia stato visto in Sud America, mentre ancora oggi circa 140 dei suoi giovanissimi soldati aspettano di essere raccolti per l’ultimo appello e seppelliti cristianamente.   Roberto Nicolick