Notiziario: LA MEDICINA DI GUERRA NEL I CONFLITTO MONDIALE

LA MEDICINA DI GUERRA NEL I CONFLITTO MONDIALE

Ogni guerra ha sempre avuto una percentuale elevata di perdite dovuta non direttamente all’azione bellica, ma alle malattie. Soltanto a partire dalla seconda guerra mondiale, in seguito agli enormi progressi della medicina, specie la chirurgia e l’infettivologia (gli antibiotici anzitutto) il numero di perdite dovuto a malattie ha preso drasticamente a calare.
Basti un dato statistico proveniente dalla relazione ufficiale italiana sulle perdite del Regio Esercito: sui 600.000 caduti in guerra, il l 48,59% mori per ferite, il 33,05 per malattie. Beninteso, queste malattie erano state cagionate molto spesso dall’attività bellica, ma essa sarebbe stata di per sé insufficiente a portare al decesso. La sanità italiana svolse comunque, in rapporto ai tempi, un buon lavoro, se si considera che i feriti sopravvissuti furono 1.000.000. L’apparato sanitario di guerra fu imponente, con 15.000 medici mobilitati (circa 1000 erano i veri e propri medici militari), 450 ospedali militari, 60 treni ospedale, alcune navi ospedale. Gli ospedali erano piuttosto bene attrezzati, con laboratori batteriologici e chimici, apposite zone di disinfestazione e quarantena, impianti di radiologia ai raggi X, naturalmente sale chirurgiche sterilizzate.
Quali furono le malattie che maggiormente afflissero i militari italiani?
La famosa epidemia di spagnola fu portata dagli americani in Europa e giunse in Italia nell’estate del 1918, facendo nel giro di pochi mesi un numero di vittime pari a quello dei caduti al fronte. Non ebbe però la parte principale nella falcidia provocata dalle malattie a danno dei soldati, perché arrivò troppo tardi.
Il male che assillò più di tutti i medici militari italiani, ma si può dire quelli di tutti i belligeranti europei, fu la famigerata cancrena gassosa, che si sviluppava frequentemente nei feriti e contro cui erano pressoché inesistenti le cure efficaci a parte gli interventi chirurgici non sempre possibili o funzionali. Un rimedio efficace fu infine scoperto quando la guerra era quasi finita, ma sino ad allora la cancrena gassosa fece strage negli ospedali militari fra la disperazione dei medici impotenti. Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, fu medico sul fronte francese e notò che il vecchio rimedio dell’acido fenico era inutile contro le ferite più profonde ed infette, divenute frequenti, anzi abituali, tra i feriti da granate dirompenti.
La ragione basilare delle difficoltà dei medici a curare moltissimi feriti fu la diversa tecnologia militare. Nei secoli XVIII-XIX i feriti erano solitamente di pallottola di fucile, più raramente di cannone, ancora più di rado di arma bianca. I medici militari avevano ormai imparato molto bene a curare le ferite provocate dai fucili, che sino al secolo XVII costituivano un rebus. Tuttavia, nella prima guerra mondiale il ruolo preminente era stato acquisito dall’artiglieria e specie dalle granate dirompenti. Questo condusse ad affiancare ai vecchi metodi, basati sulla medicazione disinfettante ed il trattamento conservativo, con la resezione dei tessuti colpiti, devitalizzati, e l’impiego di una miscela di ipoclorito di sodio ed acido borico, con la cosiddetta “soluzione di Dakin-Carrell”(nome preso dal chimico Henry Drysdale Dakin e dal medico Alexis Carrell). Il Carrell, premio Nobel per la medicina nel 1912, fu anche un pioniere nei trapianti ed il creatore di una tecnica per realizzare l’anastomosi (giunzione) tra vasi senza provocare emorragia o trombosi, che ebbe enorme importanza nel salvare la vita ad innumerevoli soldati nel primo conflitto mondiale.
Ma le truppe sul fronte italiano furono colpite anche da colera, tifo petecchiale (male frequente nelle guerre, specialmente gli assedi: fra gli italiani fu diffuso dai prigionieri di guerra nemici), meningite, tubercolosi (l’ultimo anno di guerra italiano vide decine di migliaia di tubercolotici),
Un ruolo importantissimo fu svolto da un ramo nuovo ed innovativo della scienza medica, la radiologia. Il suo (principale) creatore, il tedesco Wilhelm Conrad Röntgen (1845-1923), scopritore dei raggi X, curò personalmente l’organizzazione del servizio radiologico della sanità militare tedesca nella prima guerra mondiale.
La sanità militare italiana aveva introdotto apparecchiature radiologiche già nella guerra di Libia del 1911. Esse erano someggiate e del modello detto Ferrero di Cavallerleone. Successivamente, nella Grande Guerra si rivelarono inferiori al bisogno, per cui fu incaricato Felice Perussia (1885-1959), il padre italiano della radiologia, d’ammodernare e potenziare il servizio radiologico militare. Furono così costruite autoambulanze radiologiche, del modello detto Perussia-Balzarini. Esse giunsero relativamente tardi, venendo introdotte soltanto nel 1917 e nella seconda armata. In un periodo di otto mesi di attività, il servizio radiologico al fronte effettuò 362 radiografie, 1533 radioscopie e 1045 localizzazioni di proiettili.
[Giorgio Cosmacini, “Guerra e medicina. Dall’Antichità ad oggi”, Roma-Bari 2011, Laterza]