LA GUERRA: quando è una scimmia a salvarti la vita…

C’è un bel libro edito da pochi giorni dalla Federazione Provinciale di Caserta curato ottimamente da Salvatore Serino: “LE PIETRE VIVE DELLA MEMORIA”. Quando lo si ha tra le mani, nella sua elegante veste tipografica, non sembra molto diverso dalle tante pubblicazioni rievocative dei nostri Caduti nelle due Guerre Mondiali. Ci si aspetterebbe quindi, oltre alla pregevole documentazione fotografica e documentaristica, il solito e purtroppo lungo elenco di nomi e di date, ma già ad una prima lettura ci si accorge che è molto di più: non solo testimonianze delle tragiche vicende vissute dai protagonisti ma anche lezione quanto mai educativa per le nuove generazioni per gli episodi di altruismo, solidarietà e umanità che pure traspaiono in quella che fu l’esperienza tragica della guerra, comune alle divise e ideologie contrapposte. Ciò che però più colpisce come sempre, leggendo memorie come queste, è quanto la vita umana diventi precaria in momenti come quelli e quanto provvidenziali o fortuite circostanze abbiano deciso la vita o la morte di tanti uomini. Per qualcuno, come nel caso di MICHELE PENNACCHIO (classe 1921), tale possibilità è dipesa da una semplice lettera. La sua vicenda ricorda molto quella altrettanto autentica narrata dal film “Salvate il soldato Ryan”. Michele nel 1941 è militare a Verona in attesa di partire per la Russia dalla quale tanti nostri soldati non hanno fatto più ritorno. Lì a Verona gli giunge una lettera da Tripoli dal fratello che già combatte sul fronte libico. La lettera passa prima per censura nelle mani del Comandante che nel consegnargliela apprende da Michele che in quel momento altri due fratelli, anche loro soldati, non danno più notizie: quattro fratelli contemporaneamente in guerra! Il Comandante non commenta, visibilmente commosso chiede solo: << Hai in tasca i soldi per andare in licenza a casa? >> Quando Michele gli dice che non ha una lira, il Comandante ordina al suo aiutante di comprargli un biglietto per il treno: sette giorni di licenza che probabilmente gli salvano vita. Infatti proprio in quei giorni il suo reparto viene avviato verso la Russia ma lui, Michele, resta in Italia. GIOVANNI ROTOLI (classe 1920) invece deve la salvezza alla sua stessa generosità ed altruismo. In Russia nel 1942, durante la terribile ritirata dal Don nella neve e nel fango, Giovanni procede a fatica come tanti altri stremati dal freddo e dalla fame. Sa come tutti che fermarsi può significa morire assiderato ma quando si accorge che un compagno dietro di lui è crollato a terra, senza esitare con grandi sforzi riesce a caricarselo sulle spalle prima di riprendere il cammino. Sono quei pochi attimi a salvargli la vita perché una cannonata esplode poco più avanti, proprio dove si sarebbe trovato se non si fosse attardato. Se una semplice lettera ha salvato Michele una semplice patente di guida ha salvato VINCENZO FONTANELLA finito a Cefalonia con un reparto motorizzato del Comando della gloriosa Divisione “Acqui”. Qui a Cefalonia sarà testimone della triste sorte delle migliaia di soldati italiani che dopo l’8 settembre 1943 rifiutarono di arrendersi ai Tedeschi. Quando con pochi compagni dopo giorni di bombardamenti degli stukas si arrese a mani alzate, fu messo subito con le spalle al muro di una casa diroccata. Al rumore degli otturatori dei mitra Vincenzo e gli altri capirono che tra una manciata di secondi sarebbe tutto finito, ma il caso volle che un sergente maggiore tedesco lo riconoscesse e sapendo che era un autiere disse subito ai suoi: << Nicht caputt chauffeurs!>> praticamente “non ammazzate gli autisti (e i meccanici)” di cui anche loro in quel momento avevano bisogno. La patente lo salvò ma il destino gli riservò l’ingrato compito di guidare proprio i camion che portarono alla famosa “Casa Rossa” quel centinaio di Ufficiali della Divisione “Acqui” che lì furono trucidati. C’è però il carabiniere GIUSEPPE MANCO che un tedesco non lo ha mai dimenticato perché solo a lui deve l’essere sopravvissuto alla fatica, agli stenti e alla fame nello STALAG VII-A il campo di concentramento dove fu deportato dopo quel maledetto 8 settembre e dove vide morire, soprattutto per fame, molti prigionieri italiani. Quel tedesco lo tolse dalla fabbrica dove era stato destinato e lo portò a casa sua, nella sua famiglia condividendo con lui il cibo che aveva fino all’arrivo degli Alleati. E la scimmia? Fa parte della singolare vicenda del caporale PASQUALE GAGLIARDI il quale nel 1943 a Tripoli, durante un combattimento, fu ferito al ventre in modo grave. Le sue poche speranze di sopravvivenza spinsero un capitano medico a tentare, pur sotto una semplice tenda, un difficile intervento di trapianto dell’intestino tenue che fu prelevato appunto da una scimmia. Riporto per ultima la testimonianza di PASQUALE ZOMBA (classe 1920) perché particolarmente significativa. Nel giugno del 1940 al confine della Cirenaica fu fatto prigioniero dagli Inglesi con altre migliaia di Italiani. Furono tutti portati in un primo tempo ad Alessandria d’Egitto e poi imbarcati con destinazione l’India. Ebbene, Pasquale non ha mai dimenticato il momento del passaggio attraverso il Canale di Suez quando dalle rive centinaia di Egiziani insultavano e beffeggiavano loro prigionieri. Fu allora che una donna si fece notare perché affacciata ad un balcone era l’unica che li applaudiva e li difendeva. Poi inaspettatamente si alzò il vestito e quando tutti videro che sotto ne aveva un altro col tricolore italiano gridò più volte << Sono Italiana come voi! >>.