La Grande guerra delle donne

A cento anni dall'entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto di massa della storia, come mai si parla ancora poco del contributo femminile? E pensare che senza queste contadine, operaie, impiegate, oggi la nostra vita non sarebbe la stessa.
Nelle prime propaggini dell’Altopiano carsico, a una ventina di chilometri da Gorizia, riposa, abbracciato a file di cipressi e fronde di faggi, il Sacrario di Redipuglia. Proprio là, tra i candidi gradoni di pietra e le spoglie di oltre centomila soldati caduti un secolo prima, si erge una lapide diversa dalle altre. Una croce gigante vi campeggia sopra, assieme al nome dell’infermiera volontaria che lì giace: Margherita Kaiser Parodi, unica donna sepolta nel più grande sacrario italiano della Grande guerra. Se la proporzione uno a centomila stride un po’, il motivo è presto detto. Certo, a morire sui campi e nelle trincee dal 1915 al 1918 sono perlopiù ragazzi a dir poco inesperti di proiettili e granate.
Ma dove stanno le loro madri, sorelle e mogli mentre questi eroi contemporanei vanno al massacro? E che ne è dei loro sacrifici, insabbiati da una memoria storica troppo corta e ingrata? Nel centenario del Primo conflitto mondiale, la lettura di una guerra intesa come trionfo della virilità fa acqua da tutte le parti. Nel 1915 le donne italiane ci sono eccome. Si affannano negli ospedali, strepitano nei comitati, si consumano nelle fabbriche e si commuovono vergando lettere per i soldati al fronte. Con l’azione e la penna, il sudore e il buon cuore, ognuna contribuisce a modo suo. Perché nella prima guerra di massa della storia, in palio non c’è l’affermazione di questo o quel partito, bensì la sopravvivenza di milioni di civili. Così, se oggi ormai gli studiosi concordano nell’affermare che non si può più parlare di Grande guerra senza chiamare in causa anche le donne, resta da chiedersi come mai, sfogliando uno dei tanti manuali di storia contemporanea adottati dalle scuole, i nomi femminili latitino come aghi in un pagliaio.
«Finora la storia italiana ha privilegiato l’aspetto politico-istituzionale delle vicende – spiega Augusta Molinari, docente di storia contemporanea all’Università di Genova e autrice di Una patria per le donne (Il Mulino) –. Avendo ottenuto il diritto di voto solo nel 1946, di fatto le donne sono state sempre escluse dalla vita pubblica e politica, col risultato che oggi compaiono poco nei manuali di storia. E non solo quando si parla di Grande guerra». Ma come dicevano i latini Verba volant, scripta manent (le parole volano, gli scritti rimangono). Così, basta spulciare tra le lettere e i diari di qualche crocerossina dell’epoca per rendersi conto di quanto il «fronte interno» dei civili (così chiamato in opposizione al «fronte di guerra» dei militari) abbia sostenuto il Paese dal punto di vista sanitario, economico e sociale. A partire dal 24 maggio 1915 – data in cui l’Italia entra in guerra a fianco dell’Intesa – fronteggiare l’emergenza diventa una questione di responsabilità civile. Mentre 5 milioni di uomini si arruolano e vanno a difendere i confini, le donne (in netta maggioranza tra i civili rimasti) s’infilano letteralmente i pantaloni e, per la prima volta, assaporano il gusto, dolceamaro visto il frangente, dell’indipendenza. «Su una popolazione di 4,8 milioni di uomini che lavoravano in agricoltura, 2,6 furono richiamati alle armi – scrive lo storico Antonio Gibelli in La Grande guerra degli italiani 1915-1918 (Bur Rizzoli) –. Sicché rimasero attivi nei campi solo 2,2 milioni di uomini sopra i 18 anni, più altri 1,2 milioni tra i 10 e i 18 anni, contro un totale di 6,2 milioni di donne superiori ai 10 anni. Inevitabile fu l’occupazione femminile di spazi già riservati agli uomini, e contemporaneamente lo straordinario aggravio di fatica e di responsabilità».
Dai campi alle fabbriche il passo è breve: «Le donne – riporta nel 1917 la scrittrice Paola Baronchelli Grosson (alias Donna Paola, autrice di La donna della nuova Italia) – possono eseguire, ed oggi eseguiscono, gran parte delle lavorazioni per la produzione del materiale da guerra, quali: la lavorazione dei cannoni di piccolo e medio calibro; la fabbricazione di proiettili e bombe di tutti i calibri...». Al cambio di guardia nei campi e nelle fabbriche corrisponde anche la nascita di oltre 150 associazioni finalizzate ad assistere i militari e le loro famiglie. «La donna è prima di tutto un essere pratico il cui lavoro sociale è utilissimo» scrive Ugo Ojetti nel 1917. Di certo, mentre redige il suo articolo per il «Corriere della Sera», il giornalista romano è informato sui sorprendenti numeri del volontariato nazionale. A Padova sono oltre trecento le donne a disposizione delle vedove e dei figli della guerra, cento in più a Milano, dove nel 1917 circa 10 mila bambini vengono accolti da famiglie e istituti, mentre oltre mille future mamme ricevono le cure per il parto. Nel marzo 1917 la commissione femminile del Comitato di organizzazione civile di Roma conta un «esercito volontario di duemila signore». Se in pochi mesi a Palermo sorgono quarantacinque asili per bambini poveri, da Venezia a Genova è tutto un fiorire di laboratori che confezionano indumenti per l’esercito.
Le donne sferruzzano e ricamano, organizzano raccolte fondi e, in caso di bisogno, vendono anche le proprie fedi nuziali. Non temono il rimpianto e inseguono il progresso. Sono loro a ideare il corredo antiparassitario (a base di naftalina e canfora) per i soldati. Sempre loro a produrre i primi scalda rancio (rotoli di carta in grado di infiammarsi e riscaldare i cibi dei soldati). Nel 1918 – riunite nella Lega nazionale femminile per la limitazione dei consumi – diffondono ricette culinarie a basso costo. In precedenza, a Bologna, avevano dato vita al primo «Ufficio notizie» con l’obiettivo di mantenere i contatti tra l’esercito e le famiglie.
Oggi di quel servizio ci rimane un patrimonio epistolare che ammonta a 7 milioni di lettere. Sono testimonianze di un mutualismo e una pietas che, tra il ’15 e il ’18, le donne abbinano allo spirito imprenditoriale per sopperire alle lacune dello Stato. Agli occhi di queste madri, figlie e mogli la guerra si rivela una disgrazia in primo luogo, ma anche un’opportunità di emancipazione, una chance, spiega ancora Augusta Molinari, «di ridefinire i ruoli e le gerarchie di genere, riorganizzando la società». Come spesso accade, però, l’occasione è provvisoria. A conflitto concluso, infatti, non c’è più posto per operaie, contadine e impiegate. L’emancipazione femminile torna a essere un miraggio. «Perché − conclude Molinari − nonostante avessero dimostrato di essere ottime cittadine, le donne non vennero ancora ritenute idonee a conseguire una piena cittadinanza politica e sociale». Non a caso l’avvento del fascismo le rimetterà ai fornelli e a «fare la calza» per i mariti e i figli. Bisognerà aspettare il 1946, e l’approvazione del suffragio universale esteso a tutte le donne, per vedere finalmente realizzati i loro sogni d’indipendenza.
Infermiere del corpo e dello spirito
Tra i contributi femminili negli anni del primo conflitto mondiale, forse quello più riconosciuto e documentato riguarda l’assistenza sanitaria. A dispetto di una propaganda che le dipinge come angeli consolatori al capezzale del soldato ferito, in realtà le infermiere rivestono un ruolo tutt’altro che evanescente. Un esempio per tutti: le crocerossine, una vera unità combattente che, dalle 4 mila volontarie del 1915, passa a 6 mila l’anno successivo e a quasi 10 mila nel 1917. Negli ospedali civili e di campo, sui treni e nei posti di soccorso delle stazioni ferroviarie, queste donne hanno a che fare ogni giorno con arti mozzati, malattie contagiose e disordini mentali (su tutti, il diffusissimo «shock da proiettile»). La loro estrazione sociale (in questo caso borghese e aristocratica) non le condiziona affatto. Sulla scia di Florence Nightingale (la giovane britannica che portò per la prima volta assistenza infermieristica ai soldati durante la guerra di Crimea) e di Sita Camperio Meyer (fondatrice di uno dei primi corsi per infermiere volontarie in Italia nel 1906), le crocerossine imparano a «sporcarsi le mani» e a spendersi per il prossimo. Le loro mansioni spaziano dalla medicazione dei feriti al cambio della biancheria. Operative nel 1917 durante la battaglia dell’Isonzo e sugli Altopiani del Carso e di Asiago, resistono fino all’ultimo al fianco dei pazienti nella ritirata di Caporetto.
Il lavoro dell’infermiera volontaria è duro e lo stile di vita spartano. Basta leggere qualche diario privato per farsi un’idea. «Siamo stanche, abbiamo medicato sino alle tre del mattino e non possiamo abbandonare la corsia – riporta Margherita Rossi Passavanti d’Incisa in Nella tormenta 1915-1919 –. Ci sono troppi casi gravi. I feriti arrivano sempre a notte fatta, le barelle sono a terra, la gente si lamenta: tutto è un orribile spettacolo». «Trascorriamo l’inverno con molti grattacapi e magre soddisfazioni – le fa eco la “collega” M. Roncalli in Pagine semplici: dal diario di un’infermiera. Zona di guerra –. Manchiamo di legna e di mezzi di riscaldamento: siamo circondati dal freddo e dal fango: la notte i topi rosicchiano le lenzuola che noi di giorno rattoppiamo (…) talvolta ci prende lo scoraggiamento». E pensare che, pur di raggiungere quel tartaro di sangue e microbi, alcune – non avendo ottenuto il permesso di genitori o mariti – sono state costrette persino a mentire... Bugie e sacrifici a parte, col passare dei mesi e l’aumentare dei soldati bisognosi di cure, il mestiere della crocerossina assomiglia sempre più a una missione: «Andavo a prendere il mio posto, a compiere il mio dovere come lo compivano gli altri lassù – scrive Maria Luisa Perduca –. E in quelle prime giornate di guerra così terribilmente colme di angosce e di glorie, in cui avevo tanto desiderato, in cui avevo tanto atteso di lavorare alla grande opera comune, questo mio atto di offerta mi sembrava acquistare la solennità silenziosa di un voto, di una promessa sacra».
Proprio come una vocazione, però, l’assistenza sul campo non è cosa da tutte. E d’altra parte l’inattività durante la Grande guerra non è contemplata. Chi per necessità o scelta resta a casa può rendersi utile in altri modi. Tra il 1915 e il 1918 l’assistenzialismo morale è una pratica diffusa e molto considerata. Nelle città e nei paesi gran parte della popolazione rosa sostiene i soldati al fronte con gesti e oggetti simbolici. Da brave nobildonne istruite, le «madrine di guerra» inviano lettere, ma anche libri, oggetti sacri e pacchi dono. «La madrina – si legge in “La donna. Rivista quindicinale illustrata”, 22 gennaio 1916 – con le sue lettere, colle sue dolci parole solleva e dà forza all’animo del soldato che la sente vicina nell’ora della lotta. Gli parla, lo incoraggia, lo assiste, lo anima col suo soffio mentre egli offre la sua vita alla patria. In tutti i tempi la donna fu un soave pensiero per gli uomini in armi. Tutte le donne che non possono arruolarsi nella Croce Rossa quale infermiere dei feriti e dei malati, siano infermiere dell’anima».
Dai campi alle fabbriche
Lasciamo ora le infermiere e i soldati in trincea e torniamo alle madri, mogli e figlie che, allo scoppio del primo conflitto mondiale, si trovano a fronteggiare nemici diversi ma altrettanto subdoli: la fame, la miseria, lo sfruttamento. «La guerra non è solo la prima linea – precisa Alessandro Gualtieri, autore di La grande guerra delle donne. Rose nella terra di nessuno (Mattioli 1885) –: hanno combattuto a modo loro anche le donne rimaste al lavoro nei campi, talmente efficienti nello svolgere le loro mansioni che la produzione agricola non scese mai al di sotto del 90 per cento negli anni tra il 1915 e il 1918; o quelle che hanno sostituito gli uomini nei trasporti pubblici o negli uffici postali, dimostrando coi fatti quanto fosse falsa l’idea della inferiorità naturale della donna teorizzata da tanta cultura del tempo». Eccole dunque le neo lavoratrici districarsi tra campi da arare e bestie da scuoiare: «Tutti i lavori che dovevano fare gli uomini li facevo anch’io – racconta una donna la cui testimonianza compare nel numero 10 della rivista “Società e storia” –. Andavo persino a spargere i covoni, a scaricare il grano, ad aiutare a trebbiare quando veniva la macchina».
Non va molto meglio alle operaie che, per mantenere le proprie famiglie, spesso devono trasferirsi vicino alle fabbriche: «Nel 1918 le donne costituivano il 25 per cento della manodopera negli stabilimenti ausiliari di Torino, il 31 per cento in quelli di Milano, l’11 per cento in quelli di Genova, e rispettivamente il 16, il 22 e il 20 per cento in quelli non ausiliari delle stesse città – scrive Antonio Gibelli in La grande guerra degli italiani 1915-1918 –. In complesso negli stabilimenti ausiliari le donne occupate erano circa 80 mila alla fine del 1916, salirono a 140 mila nel 1917, per toccare il massimo di quasi 200 mila alla fine della guerra».
A riempire le fila di questo nuovo «esercito pacifico» sono donne di estrazione umile, massaie che hanno sempre lavorato in casa, ma anche ex contadine. Nelle industrie prestano servizio per dodici ore al giorno: se la produzione s’impenna il merito è soprattutto loro. Le dure condizioni di lavoro, però, male si abbinano al progressivo calo dei salari (oltre il 30 per cento in meno). Se da un lato i datori di lavoro, accantonata l’iniziale diffidenza verso l’opera femminile, fiutano il business, dall’altro le donne tollerano sempre meno il logorio fisico, l’aumento degli incidenti e delle malattie professionali.
Inevitabile l’insorgere di proteste e scioperi che tra il 1º dicembre 1916 e il 15 aprile 1917 scuotono tutto lo Stivale. A dare il «la» sono le operaie tessili di Como e Vigevano, seguite da quelle di Torino, Milano e Novara. Tra le più motivate spiccano le lavoratrici delle fabbriche di munizioni, le cosiddette – per dirla alla francese – munitionnettes o – all’inglese – canary girls (ragazze canarino), perennemente a rischio di intossicazione a causa dei gas che sono costrette a respirare. Riunite in cortei, le operaie pretendono sussidi e, in sintesi, condizioni di lavoro migliori. Ma le loro proteste sono troppo spontanee e – prive di un coordinamento sindacale – risultano perlopiù inconcludenti.
Vite a rischio
Contrarre malattie prestando assistenza ai malati, restare sepolte sotto i bombardamenti aerei, venire catturate dai nemici; e ancora, intossicarsi respirando i fumi dell’industria, perdere una mano, un piede o magari la vita lavorando al tornio e alla saldatrice o maneggiando polvere esplosiva. Già questi rischi corsi dalle donne durante la Grande guerra basterebbero a renderle protagoniste nei libri di storia al pari degli uomini. In realtà, però, c’è molto altro da ricordare. Come l’opera delle cosiddette «portatrici» che, gerla in spalla e zoccoli di legno ai piedi (gli scarponi in cuoio servivano ai soldati), marciano per chilometri dai magazzini di fondovalle fino alle trincee per rifornire i soldati di munizioni, cibo, medicine e indumenti. Portando fardelli da oltre trenta chili, spesso infestati dai pidocchi, queste eroine sfidano ogni giorno la morte. Tra il 1915 e il 1917 solo in Carnia oltre duemila donne tra i 12 e i 60 anni si candidano a portatrici. Una di queste è Maria Plozner Mentil, moglie di un soldato di stanza sul Carso e madre di quattro bambini, freddata da un cecchino austriaco a 32 anni e oggi sepolta nel Tempio Ossario di Timau. Molti anni dopo, nel 1997, il suo coraggio le varrà una medaglia d’oro al valore militare.
Decorata con l’argento è invece Viktoria Savs, austriaca che, arruolatasi nel battaglione di fanteria Innsbruck II del Landstrum col nome di Viktor Savs, combatte sul pianoro delle tre Cime di Lavaredo, finché una granata non le procura una grave ferita alla gamba e la donna – svelata la sua vera identità – viene rimandata a casa. Decorata al valore militare è anche la spia Luisa Zeni, unica tra i profughi trentini a operare come infiltrata in Austria prima dell’ingresso italiano in guerra. Essere scoperta significa per la ventenne morte certa. Ma l’amor di patria, condito da una buona dose d’incoscienza, vince ogni paura. Al di là del confine la giovane carpisce preziose notizie militari prima di rientrare in Italia e di imbarcarsi in una nuova avventura: quella di crocerossina (raccontata nella autobiografia Briciole, ricordi di una donna in guerra - 1914-1921).
Storie come quelle di Maria, Viktoria, Luisa non sono certo casi isolati al tempo della Grande guerra; più rari sono invece i documenti – perlopiù scritti privati – che li testimoniano. Chi all’epoca si sarebbe preoccupato di raccontare la storia di una crocerossina, di una spia o di un’umile portatrice, se non la diretta interessata? In questo senso lo studio della storia italiana ha ancora parecchi conti in sospeso coll’universo femminile. Il presente però fa ben sperare. «A cent’anni di distanza dal primo conflitto mondiale lo studio del rapporto tra donna e guerra è molto cambiato – assicura Maria Luisa Maniscalco, sociologa dell’Università Roma Tre –. Se dal punto di vista sociale e giuridico il processo di emancipazione femminile si può dire concluso, in ambito psicologico restano ancora tante lacune». Partendo dal presupposto che «uguali non significa identici», il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze di genere rappresenta il primo passo verso un futuro di armonia, uguaglianza e verità. «Per fare la pace bisogna essere uomini e donne insieme – conclude la professoressa Maniscalco –. È lo stesso principio alla base del dialogo: si può dialogare solo con chi vuole farlo. Altrimenti tutto risulta inutile».
 
 
ANCELLE DELLA CARITA'Donne di Chiesa, donne di speranza
 
«In tutti i campi di battaglia le suore assommano a circa 10 mila: un esercito di carità». È l’agosto del 1916 quando il professor Roncaglia, primario dell’ospedale provinciale di Parma, illustra alle dame della Croce Rossa il prezioso contributo offerto dalla Chiesa in ambito assistenzialistico. Nel bel mezzo della Grande guerra, a fianco delle donne laiche, scendono infatti religiose di ogni ordine: dalle suore di carità S. Giovanna Antida a quelle di S. Orsola e dell’istituto di carità SS. Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa (suore di Maria Bambina).
Negli ospedali civili e militari, nei vari istituti e nei conventi, le suore curano e confortano i malati di ogni schieramento, si occupano degli orfani di guerra, delle vedove e degli anziani. Tra le più attive in ambito sanitario ci sono le ancelle della carità di S. Maria Crocifissa di Rosa, che dal 1905 vantano una scuola teorico-pratica per infermiere. «La Prima guerra mondiale – esordisce suor Augusta Nobili – vede coinvolte, per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, oltre settecento ancelle. Si dividono tra ospedali civili e militari, sanatori, preventori e convalescenziari (in tutto 82 strutture), case di cura e di salute (18) e manicomi (11)». Di questo manipolo di carità solo sei sorelle si ammalano in servizio e muoiono. La maggioranza resta a servire gli ospedali e gli istituti, mentre alcune – al seguito dei loro pazienti – finiscono nei campi di internamento in Moravia. «Ci guardammo in viso esterrefatte – scrive una delle quattordici ancelle che il 15 agosto 1915 parte dall’ospedale di Trieste a bordo di un convoglio e si ritrova prigioniera a Katzenau fino al 19 settembre –; nessuna parlava, nessuna si muoveva; ma ci scosse il comando: “Giù, giù bisogna scendere. Tutti!”. Ci si aperse l’ingresso alle baracche: ci fu assegnato il n. 7 romano. Che squallore! Non un mobile, si vedeva soltanto il tetto e il pavimento!».
Altro campo in cui le ancelle della carità si distinguono durante il primo conflitto mondiale è l’assistenza alle famiglie. Con gli uomini al fronte e le donne in fabbrica o nei campi, le religiose prestano servizio in 92 asili nido, 23 orfanotrofi e brefotrofi, 32 ricoveri del Nord e Centro Italia. Bambini e anziani sono prioritari per loro, come anche le molte neo-mamme costrette a lasciare figli e familiari per procurarsi uno stipendio. È proprio pensando a questa categoria che le ancelle aprono 12 case operaie e 27 scuole di lavoro. Indicativo è il caso di Toscolano del Garda (BS) dove, a pochi passi da una grossa cartiera, vede la luce un convitto con tanto di mini-ambulatorio. Un «piccolo villaggio» dove le ragazze-operaie vengono seguite a titolo gratuito (sarà l’azienda a pagare le spese).
Sul finire della guerra, per le ancelle le cose si complicano. A dispetto degli ordini militari di sgombero e dell’epidemia spagnola (che, in Italia, miete più vittime della guerra), le religiose non abbandonano mai i loro assistiti. Basti pensare alle 46 ancelle del manicomio femminile di Gemona (UD) che, con un astuto stratagemma, riescono a salvare l’istituto e le 300 ospiti dall’ordine di sgombero austriaco.
All’arrivo del plotone le ancelle liberano le pazienti più aggressive che subito assalgono i soldati. La paura dei militari è tale da convincerli che quelle donne sono troppo pericolose e non vanno spostate. L’istituto è salvo, e le ancelle possono gridare vittoria.
Scorrendo gli archivi e le testimonianze che le suore della carità ci hanno lasciato, ci sarebbero tante altre belle storie da raccontare. Storie di coraggio e di fede. Ma soprattutto storie di umanità. Quella stessa umanità che oggi le consorelle dell’ordine bresciano coltivano giorno dopo giorno. «Leggendo le vicende di queste sorelle traspare una grande lezione di umanità – conclude suor Augusta Nobili –. Quanto più esse erano umane, tanto più rispecchiavano la loro vocazione di ancelle, la loro risolutezza a donare tutto di sé, mettendo l’umanità davanti a ogni altra cosa».