La consegna del cappello

La cerimonia di consegna del cappello era una cerimonia ufficiale, il cui retaggio è ormai perduto in uso ai tempi della leva.
Essa nacque, pare in Trentino negli anni duri in cui il corpo fu impegnato nei pattugliamenti antiterrorismo. La cerimonia seguiva al primo pattugliamento o alla prima guardia portata a buon fine.
Col tempo la cerimonia fu adattata semplicemente agli ufficiale e gregari che avevano completato il CAR, il Corso AUC e quello all'Accademia.
Per gli ufficiali (RN o UC indistintamente), la cerimonia era presieduta dal comandante del reggimento.
Schierati davanti a lui gli ufficiali neo assegnati, con il capocorso (l'ufficiale che fra tutti aveva avuto i punteggi maggiori) fuori dai ranghi, tutti con indosso la norvegese.
Il Colonnello comandava l'attenti, capocorso, reso il saluto toglieva la norvegese, imitato dagli altri.
Quindi il Colonnello pronunciava la formula: "Io, Colonnello xxx comandante x° reggimento alpini, al cospetto dei nostri avi e dei nostri eroi dichiaro: avete conosciuto la storia e le glorie del Corpo degli alpini, avete esplorato i Sacri Confini che siamo chiamati a difendere, avete conosciuto le tradizioni ed i comandamenti del Corpo degli Alpini. Giurate voi di onorarli e difenderli, se necessario fino all'estremo sacrificio? ".
Udito il fatidico: " lo giuro! ", Colonnello inseriva la penna nella nappina, quindi recitava: "a voi, ufficiali del reggimento, consegno il cappello del Corpo degli Alpini. Portatelo con orgoglio, esso è il simbolo del vostro valore".
Per i gregari la formula era quasi identica ma il padrino della cerimonia era, nel caso specifico il "Capostecca", il più anziano dello scaglione congedante che consegnava il cappello agli scaglioni minori.
Col tempo questa cerimonia è stata progressivamente dimenticata, oggi è in disuso e pochi la ricordano.
Non possiamo dimenticare che la leva fu il cementificante che tenne insieme il paese e che fornì all'Italia quegli uomini che nelle sue ore più buie la salvarono facendola rinascere.
Un'epopea durata centocinquanta anni che ebbe anche bei momenti e belle pagine.
Pagine che sarebbe ingiusto andassero perdute.