LA CADUTA DEL REGIME FASCISTA

di Luigi Martello
Agli inizi del 1942, l'avanzata di Rommel e gli iniziali successi sul fronte russo nei primi mesi del 1942 sembrarono ridare slancio al regime fascista; con l'autunno le nuove aspettative si rivelarono illusorie, e la delusione, il malcontento e la stanchezza presero a diffondersi in tutte le classi sociali. Radio Londra divenne una fonte di notizie sempre più ricercata, mentre i rapporti di polizia fin dall'inizio dell'anno segnalarono un crescente fermento tra gli operai. Gli scioperi, iniziati in sordina fin dall'inizio dell'anno, arrivarono a interessare anche i grandi stabilimenti di Torino, Milano e Genova. Le agitazioni erano in gran parte una reazione al continuo aggraversi della penuria di generi alimentari: il 13 marzo la razione giornaliera di pane fu ridotta a 150 grammi e la borsa nera, nonostante il Tribunale Speciale cercasse di reprimere i reati annonari, prosperava. Il malcontento si estese anche al sud: particolarmente gravi i disordini scoppiati in marzo a Matera e Caltanissetta, e in settembre in provincia di Cagliari. Lo stesso mondo industriale e finanziario era in movimento: se i Volpi e i Cini, l'ala più fascistizzata della Confindustria, ritenevano necessaria un'uscita dalla condizione di impotenza in cui Mussolini versava, gli Agnelli, i Pirelli e i Falck cercavano nuovi possibili referenti presso nuove forze politiche o vecchi personaggi del prefascismo.
Di mese in mese diminuiva il consenso nei confronti del regime anche fra chi l'aveva favorito: scomparvero i distintivi fascisti prima ostentati sugli occhielli delle giacche; la polizia politica annotò discorsi ostili e addirittura le prime mormorazioni contro il duce; la manifestazione indetta per l'anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento trovò la più gelida delle accoglienze. Davvero esplosiva divenne la situazione in Dalmazia, Slovenia e nella provincia di Fiume dove la tradizionale ostilità agli italiani della popolazione slava si espresse nel rafforzamento delle formazioni partigiane. Anche all'interno del Partito fascista si moltiplicarono i segnali di sfiducia e malcontento; il duce reagì in maggio con l'allontanamento dei presunti “disfattisti”, ma le sconfitte sul fronte africano e russo e i pesanti bombardamenti angloamericani non fecero che aumentare lo scoramento generale. Il 2 dicembre 1942, dopo 18 mesi di silenzio, in un rapporto definito “storico”, Mussolini si rivolse alla nazione per parlare di guerra. Il bilancio era duro: 40.000 caduti in battaglia, 2.000 morti nei bombardamenti, 232.000 prigionieri, 37.000 dispersi e decine di migliaia di abitazioni distrutte. Lo sbarco in Sicilia, attuato il 9 – 10 luglio 1943 si rivelò subito efficace, al di là delle spacconate mussoliniane che promettevano di inchiodare sul “bagnasciuga” gli eventuali invasori, lasciando subito il passo ad una diffusa sensazione di resa dei conti imminente. A metà luglio del 1943 le pressioni sul duce erano divenute convergenti: tanto i “moderati” che volevano la pace con gli Alleati, che gli intransigenti, filotedeschi, erano convinti che occorresse discutere la linea da seguire nell'ambito di una riunione del Gran Consiglio del fascismo, mai riunito nel corso della guerra. Mussolini acconsentì e la riunione fu fissata per la sera del 24 luglio. Dino Grandi mosse le fila della componente moderata, che intendeva offrire al re il pretesto per compiere il suo colpo di stato ed esautorare il duce. A inizio riunione il clima era torbido e incerto: tutto poteva succedere, anche che si muovesse la polizia o la milizia fascista per stroncare la fronda, di cui ormai molti erano al corrente. I lavori, a palazzo Venezia, furono tesi – molti partecipanti erano addirittura armati. Mussolini esordì con un lungo discorso sulla condotta della guerra che risultò affatto efficace nella difesa delle sue posizioni: rigettò gran paerte della colpa dei fallimenti bellici sui militari. I suoi critici però non gli risparmiarono le accuse: Ciano parlò contro i tedeschi (sorvolando sul proprio essere stato tra i maggiori responsabili dell'alleanza con Hitler); l'ex nazionalista Federzoni si spese in una difesa della credibilità delle gerarchie militari e distinse la coesione nazionale del 1918 da quella del 1943; Dino Grandi, presentando il suo ordine del giorno che deliberava di dchiedere al re di assumere nuovamente il comando delle forze armate, risalì alle origini della “degenerazione” del fascismo, citandone come cause la scelta della dittatura, del partito unico e di un regime personale. Era un discorso capzioso, ma chiaro in un punto: occorreva ripristinare la tradizione costituzionale e affidare al re lo scioglimento della crisi politica. Lo stesso Farinacci accusò Mussolini di aver lasciato spegnere la vitalità del fascismo – movimento. La replica di Mussolini spaventò solo uno dei “cospiratori”, il presidente del Senato Suardo. Lo stesso Ciano sembrò peraltro tentennare: la saldezza dei critici di Mussolini era molto precaria. Ma il duce, contrariamente ai suggerimenti del segretario del PNF Scorza, mise in votazione l'ordine del giorno Grandi, che ottenne 19 voti favorevoli, 7 contrari e un'astensione. Erano le 2,20 del mattino del 25 luglio. Il dramma finale si era consumato: lo stesso Mussolini, messo per la prima volta in minoranza, disse concludendo la riunione che si apriva la crisi del regime. In realtà stava per aprirsi il conflitto con la monarchia. Ed invero, il ventennio fascista aveva visto lo sviluppo di una situazione costituzionale ibrida. Lo Statuto Albertino (risalente al 1848, costituzione del Regno d'Italia fin dall'Unità) non era stato mai formalmente abrogato, anche se una lunga serie di leggi e decreti l'aveva del tutto svuotato delle sue pur non amplisse garanzie di libertà. Istituzionalmente, si era costiuita una sorta di “diarchia” tra il re e il duce del fascismo, che era anche capo del governo. Dopo averne assecondato la presa del potere e la costruzione del regime, Vittorio Emanuele III fu sempre personalmente acquiescente alla politica di Mussolini, pur essendo spesso contrario a sue singole scelte (come l'alleanza con la Germania). Con l'inizio della guerra gli cedette, sia pure con qualche resistenza, il comando supremo dell'Esercito, prerogativa tradizionale del sovrano. La stessa ambiguità istituzionale sopra descritta gli aveva tuttavia conservato margini potenziali d'azione. Così, dall'inizio del 1943, il sovrano divenne il centro di una serie di pressioni e trame contrarie al mantenimento di Mussolini al potere. Il duca della Real Casa, Pietro Acquarone, coordinò politicamente tutti questi rapporti – da quelli con gli alti gradi dell'Esercito alle decise istanze contrarie alla prosecuzione della guerra di alcuni membri della Casa Savoia, della Confindustria, alle discrete “informazioni” fatte giungere dal Vaticano e alle continue sollecitazioni di molte personalità del prefascismo, beniviste a corte. Tutte queste voci chiedevano concordemente e con insistenza la rimozione di Mussolini per salvare il paese dalla disfatta militare che stava profilandosi. Ma il re esitò fino all'ultimo, temendo che una crisi di regime avrebbe fatto dilagare manifestazioni popolari coinvolgenti le sorti della monarchia stessa; era infatti cosciente che la sua storia politica non disponeva benevolmente né gli antifascisti, né la parte di opinione pubblica ora aspramente critica verso il regime. Solo il primo bombardamento di Roma, il 19 luglio 1943, lo fece decidere, unitamente alla promessa dei fascisti “moderati” di fornirgli un appiglio giuridico con un voto di sfiducia al duce nell'ambito del Gran Consiglio. In seguito si sarebbe tentato il salvataggio della continuità della monarchia appoggiandosi a quanto restava dell'Esercito e dei fedelissimi dell'Arma dei Carabinieri. Ecco perché, dopo la decisiva azione del 25 luglio, il re si orientò a un governo di funzionari e militari, che pure rischiava fortemente l'isolamento nel Paese. Incredibilmente, in una situazione tanto critica sotto il profilo politico, il duce pensava ancora di poter salvare il regime cavillando su profili giuridici e/o istituzionali. Difatti, domenica 25 luglio 1943, Mussolini si recò a Villa Savoia, residenza reale per un colloquio con il Re, che aveva fatto sapere che lo avrebbe ricevuto alle 17; vi si recò accompagnato dal segretario De Cesare, con sotto braccio una cartella che conteneva l'ordine del giorno Grandi, la legge istituzionale del Gran Consiglio e un parere del Presidente del Consiglio di Stato Santi Romani che affermava la natura puramente “consultiva” di tale organo. Per nulla impressionato, il Re gli comunicò la sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio e infine lo fece arrestare all'uscita di Villa Savoia. Alle ore 22,45 della sera del 25 luglio la radio interruppe le trasmissioni per trasmettere questo secco comunicato: “Sua maestà il Re Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato il cavaliere e Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio”. Fin dalla notte le finestre si illuminarono, gruppi di cittadini si riversarono nelle strade, le redazioni dei giornali furono prese d'assalto mentre componevano le edizioni straordinarie. Si susseguirono canti, manifestazioni di giubilò, distintivi fascisti – le famose cimici – strappati e calpestati, muri imbrattati di scritte inneggianti alla libertà e alla pace. Le violenze sulle persone furono relativamente isolate e quantitativamente ridottissime, anche per l'assenza totale di ogni reazione del partito o dei gerarchi fascisti, che quasi unanimemente dichiararono fedeltà al nuovo ordine costituito. Il regime si dissolse in una notte, dimostrando la sua distanza dal sentire degli italiani. Non ci fu coordinamento né direzione politica, ma azioni spontanee e imemdiate: in diverse città le carceri furono prese d'assalto per liberare i prigionieri politici. Sui detenuti e confinati politici infatti, il governo aveva intanto adottato una linea morbida: sarebbero stati rilasciati coloro che non erano detenuti pera ltre cause (ma la liberazione dei comunisti suscitò mole discussioni e resistenze). I busti di Mussolini vennero abbattuti, così come le insegne fasciste; le case del fascio invase e gli uffici messi a soqquadro. Comizi improvvisati, soprattutto il giorno successivo, 26 luglio, videro esprimersi forze politiche fino ad allora bandite e clandestine per le quali inizaiva una nuova fase di semillegalità, sia pure maltollerata. Difatti, il governo Badoglio proclamò da subito lo stato d'assedio e il coprifuoco, confermando che non erano mutate le disposizioni sulla pubblica sicurezza e sul divieto di manifestazioni politiche. Il nuovo ordine politico innanzi tutto non voleva essere percepito come antifascista. Sin dal 27 luglio il governo mostrò il suo volto militarista e repressivo: nei centri di maggiore attività antifascista si ebbero incidenti con numerosi morti ad opera della polizia (9 a Reggio Emilia, 17 a Bari in una sola giornata). Si cominciavano però a diffondere egualmente le prime rivendicazioni: fine della guerra, aumento delle razioni alimentari, ricerca e punizione dei capi fascisti. Le forze antifasciste erano state del tutto estranee alla caduta del duce e al dissolvimento subitaneo del fascismo. Dalle primissime ore dopo i fatti del 25 luglio esse riemersero però alla luce del sole, coordinandosi in modo da svolgere un ruolo politico comune e significativo. Si percepiva l'importanza di non ripetere gli errori del 1924 – le debolezze e le divisioni dell'Aventino. La sera del 26 luglio si creò a Roma un Comitato delle opposizioni, composto dai partiti comunista e socialista, dai cattolici democratici, gruppi di ricostruzione liberale e Partito d'Azione. Si decise di concedere al nuovo governo alcuni giorni di tregua pr liberare i prigionieri politici e completare lo scioglimento del partito fascista, trascorsi i quali il Comitato rilanciò richieste di pace immediata, punizione dei reati commessi dai gerarchi fascisti, smantellamento dell'apparato burocratico del regime. Entro l'organismo politico unitario comparvero presto differenziazioni anche profonde: il Partito d'Azione si manifestò da subito il più intransigente, premendo per una linea chiaramente contraria al re e a Badoglio. Comunisti e socialisti seguivano la medesima linea, pur con maggiori attenzioni tattiche. I liberali erano su posizioni contrarie, e auspicavano la cooperazione con il nuovo governo senza chiederne mutamenti. Ben disposti alla benevola attesa verso il governo erano i cattolici. Intanto si discuteva appassionatamente dei passi strategici da compiere sul versante politico nel futuro: non confidava molto nella propria forza a breve termine auspicando così un esperimento governativo di transizione che governasse il delicato passaggio dall'uscita dalla guerra (il più chiaro su questa prospettiva fu De Gasperi). Del resto, però, il governo Badoglio non faceva niente per ampliare il proprio consenso: agiva nel segreto, non chiariva le sue scelte sulla guerra, operava massicce repressioni poliziesche delle manifestazioni di piazza. “La guerra continua”:il primo proclama del governo Badoglio conteneva questa frase destinata a gelare gli entusiasmi di coloro che si illudevano che il crollo del fascismo coincidesse con la fine della guerra e delle sue sofferenze. Proposta da un consigliere influente come l'ex presidente del consiglio liberale Orlando, accettata dal re per distogliere una possibile immediata reazione tedesca, l'espressione “la guerra continua” lasciò ulteriormente spiazzati molti degli attori del colpo di Stato di luglio, che avrebbero invece voluto un immediato e simultaneo cambiamento di fronte. Anche se molti davano per scontato che il mandato a Badoglio dovesse portare all'uscita dell'Italia dalla guerra, l'operazione non venne minimamente preparata né dalla monarchia né dagli ambienti militari. La reazione tedesca, invece, non si fece attendere: Hitler, infuriato, considerò la possibile attuazione di un piano che prevedeva l'occupazione militare dell'Italia, la liberazione del duce e l'arresto del re e di Badoglio. Fu dissuaso dal porarlo a compimento, ma ordinò subito di moltiplicare la presenza di truppe tedesche nel paese; dopo il 25 luglio, con l'approvazione delle autorità italiane (cui i tedeschi fecero credere di essere convinti della volontà di proseguire la guerra), nella penisola le truppe tedesche crebbero fino a 21 divisioni. Il gioco dei reciproci inganni rese più difficili anche le trattative del governo Badoglio con gli Alleati, trattative condotte con una segretezza tale da avere aspetti addirittura farseschi. Gli americani, però, non erano disposti a nessun compromesso che aiutasse a salvaguardare parte del regime dittatoriale in Italia, e sulla stessa posizione erano uomini influenti in Gran Bretagna come Anthony Eden. Alla preoccupazione di avere un'Italia amica nel futuro, conservatrice e sottratta all'influenza soveitica, vennero ora premesse le esigenze strettamente militari di eliminare un esercito nemico, anche se la diversione delle forze verso il futuro teatro di guerra francese impediva di accettare, al di là delle rimostranze sul concetto di resa incondizionata, la vera richiesta italiana: lo sbarco nella penisola il più a nord possibile, capace di escludere Roma dalla prevedibile reazione tedesca. Così i tempi della trattativa si allungarono e la necessaria conservazione del segreto impedì di preparare l'esercito italiano, dispero nel paese e fuori di esso (dalla Francia alle isole greche, dalla Croazia all'Albania, alla Corsica etc), ad affrontare le nuove vicende dell'armistizio. Erano questi i presupposti della futura tragedia dell'8 settembre.