La battaglia degli altipiani

​Il 15 maggio 1916 inizia la Spedizione punitiva austro-ungarica sul fronte degli Altipiani.
Nota anche come la Battaglia degli Altipiani fu una durissima battaglia combattuta tra il 15 maggio e il 27 giugno 1916, sugli altipiani vicentini, tra l'esercito italiano e quello austro-ungarico, impegnati in quella che fu definita dagli italiani come Strafexpedition, traduzione in tedesco di "spedizione punitiva". ​In tedesco la battaglia è individuata come Frühjahrsoffensive (ossia Offensiva di primavera).
Durante la battaglia le perdite tra i due eserciti ammontarono a 230.545 uomini. L'alto numero di perdite su entrambi i fronti, nonché il furore di alcuni scontri, determinarono l'avvio di una serie di considerazioni tattiche, strategiche e politiche. Strategicamente, le perdite lasciarono il segno, in Italia, si diffuse la psicosi dell'invasione da parte degli austro-ungarici, politicamente la Strafexpedition provocò una grave crisi. Già da tempo il Capo di Stato Maggiore austro-ungarico, generale Conrad von Hötzendorf, propugnava l'idea di un'offensiva condotta a fondo sul suolo italiano che colpisse letalmente l'ex-alleato, reo di avere tradito la Triplice Alleanza, e negli anni precedenti aveva fatto esplorare la frontiera con l'Italia per studi, ancora teorici, sulla possibilità di una guerra d'invasione.
I preparativi per la battaglia iniziarono nel dicembre 1915, quando Hötzendorf propose al suo omologo tedesco, il generale Erich von Falkenhayn, lo spostamento di un certo numero di divisioni dal fronte orientale in Galizia al Tirolo, sostituendole con unità tedesche. Dopo aver ricevuto un diniego da parte del tedesco, che non avrebbe ordinato il rimpiazzo e sconsigliava vivamente l'austro-ungarico di iniziare l'offensiva, Hötzendorf si decise ad operare autonomamente.
L'Undicesima armata austro-ungarica al comando del conte Dankl avrebbe operato lo sfondamento, seguita in rincorsa dalla Terza di Kövess. Nei mesi precedenti l'offensiva, in Tirolo vennero accumulati mezzi e armamenti, ma non fu un'impresa facile: il 15 marzo 1916 una slavina di terra, neve e fango travolse una colonna militare su una delle direttrici più affollate per l'afflusso al fronte, il passo della Fricca (che collega Trento a Folgaria) e gran parte del traffico pesante, già aggravato dalle diverse deviazioni che doveva fare per non destare sospetti negli osservatori italiani, dovette essere deviato lungo arterie alternative più vicine al fronte e quindi più esposte. Gran parte dei Cacciatori imperiali (Kaiserjäger – le truppe da montagna dell'Austria-Ungheria, corrispondenti agli Alpini italiani) arrivò in Trentino per ultima e gradualmente, mentre il grosso dei materiali era già stato spostato; eppure, soprattutto a causa degli smottamenti e dei problemi logistici, l'offensiva non poté avere luogo in aprile come previsto.
La data d'inizio venne fissata così al 15 maggio, sperando nel miglioramento meteorologico e in una stabilizzazione del fronte balcanico, dove l'intervento della Bulgaria aveva reso infinitamente meno difficoltoso gestire l'avanzata in territorio serbo. Nella notte tra il 14 e il 15 maggio 1916 l'artiglieria austro-ungarica cominciò un bombardamento a tappeto (tecnica finora mai utilizzata sul fronte italiano) sulle linee nemiche, e che di fatto colse impreparati molti comandi locali. L'artiglieria italiana, meno della metà di quella austriaca e relativamente inferiore nella potenza, non reagì, avendo ricevuto in molte zone l'ordine di non fare nulla a meno di contrordini diretti da parte del Comando Supremo. Le fanterie italiane, pressate e di fatto private delle proprie difese dai grossi calibri avversari, non arretrarono un po' per ostinazione e un po' per mancanza di una diretta coordinazione che rendesse il ripiegamento organico.
Ciò, effettivamente, non consentì il rafforzamento di quelle seconde e terze linee che si sarebbero poi piegate all'avanzata nemica. Le prime fasi dell'attacco austro-ungarico, dunque, non potevano che essere coronate da successo: l'Undicesima e la Terza Armata austro-ungariche attaccarono su un fronte lungo 70 km, concentrando il proprio attacco lungo le grandi valli di sbocco al Veneto. La notizia delle vittorie austro-ungariche seminò panico tra gli alti comandi italiani, e Cadorna ordinò la mobilitazione delle ultime leve, assieme alla creazione di una 5ª Armata che si disponesse tra Vicenza e Treviso al comando del generale Frugoni. Per prendere parte alla difesa del Paese arrivarono uomini da tutta Italia; furono coinvolti anche 120 battaglioni già impegnati sull'intero fronte isontino, spostati con una complessa e magistrale operazione logistica che coinvolse l'intero Veneto settentrionale.
Vennero allestite sette divisioni di riserva, di cui una composta di uomini rimpatriati in tutta fretta dall'Albania e dalla Libia. Cadorna richiamò anche l'attenzione degli alleati russi, impegnati sul fronte in Galizia, affinché lanciassero un'offensiva di larga scala approfittando della minore copertura ungherese sul fronte orientale: se era vero che alcune divisioni si erano spostate in Tirolo a partire da quelle posizioni, alcuni vuoti di guardia dovevano essere rimasti. L'altopiano di Asiago divenne teatro di combattimenti asperrimi, poiché mancava di appoggio sulla destra, vista l'evacuazione verso Ospedaletto.
Su 5 km di fronte aprirono il fuoco più di duecento pezzi d'artiglieria, di cui venti di grosso calibro.
Il III Corpo austro-ungarico sorpassò le difese italiane anche grazie al terreno in gran parte nevoso. Il forte Corbin venne fatto saltare per non lasciare gli armamenti in mani austro-ungariche. Cadorna a questo punto lavorò in modo pedissequo e preciso: preparò un accurato piano di ripiegamento delle unità isolate e sbandate, sostituì attraverso continue e puntigliose ispezioni quei comandanti che manifestavano evidenti segni di cedimento o depressione, evitò il panico quando gli austro-ungarici, premendo in modo tremendo dalla val di Posina all'Altipiano dei Sette Comuni, presero il Monte Cengio.
Il 2 giugno venne ordinata la controffensiva: la 1ª Armata di Pecori Giraldi sarebbe avanzata nell'altopiano d'Asiago, dove le linee di rifornimento austro-ungariche non raggiungevano più le prime linee proprio a causa della formidabile avanzata delle due settimane precedenti. Il disegno di Cadorna era quello di aprire il fronte al centro, sugli altipiani, e aggirare le forti compagini laterali in Valsugana e Val Lagarina. Gli austro-ungarici però tennero bene, anche grazie a un fronte d'attacco che si faceva sempre più stretto e alla mancanza di artiglierie da parte italiana.
Il 4 giugno dalla Russia partì un'offensiva su larga scala che sovrastò le sguarnite linee austro-ungariche, prive di qualunque rimpiazzo da parte tedesca. Il rapido e precoce ripiegamento delle linee austro-ungariche richiese l'appoggio e l'intervento di rinforzi, che potevano confluire solo dal Tirolo. L'avanzata italiana, costante pur nella sua lentezza, minacciava i capisaldi laterali e, per evitare ulteriori perdite di uomini e mezzi, il 15 giugno Hötzendorf ordinò il ripiegamento su basi prestabilite e già pronte. Approfittando di un rallentamento dell'avanzata italiana, attardata dalla mancata copertura di artiglierie da montagna, il 25 l'arciduca Eugenio dalla sede di Campo Gallina ordinò la rottura del contatto, attestandosi sulla linea: Zugna, monte Pasubio, monte Majo, val Posina, monte Cimone, val d'Astico, val d'Assa fino a Roana, monte Mosciagh, Monte Zebio, monte Colombara e Ortigara.
Gran parte delle nuove linee – tranne rare eccezioni – erano a una manciata di chilometri davanti a quelle prima della battaglia.
Il 27, Pecori Giraldi interruppe qualunque azione controffensiva, essendo evidente il bisogno di un riordinamento operativo e organizzativo delle linee italiane.