L’eroica morte del Capitano Romagnoli

Una vita passata tra le trincee della Prima Guerra Mondiale e i cieli dell’Albania prima e del deserto libico poi. Questa fu la vita di Giovanni Romagnoli, originario della città di Campobasso, dove era nato nel luglio 1897 e dove interruppe gli studi in ragioneria perché chiamato, nel 1916, alle armi e a contribuire, come tanti altri giovani prima di lui, alla Prima Guerra Mondiale contro l’Austria-Ungheria. Dopo il corso alla Scuola del Regio Esercito fu inizialmente assegnato al 94° Reggimento Fanteria, reparto della Brigata Messina che si distinse particolarmente sulla Bainsizza e a Monfalcone. Anche il giovane Romagnoli ebbe modo di distinguersi, guadagnandosi presto i gradi di Sottotenente; dopo la battaglia di Caporetto e la riorganizzazione delle forze italiane, venne trasferito al 202° Reggimento Fanteria della Brigata Sesia, reparto con cui si guadagnò una Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: “Intuita la critica situazione, per l’infiltrazione del nemico nelle nostre linee, si offriva al comando del suo Battaglione per uscire in lungo, faticoso, ardito servizio di pattuglia, riportandone preziose informazioni. Subito dopo, benché affaticato, si lanciava all’assalto, alla testa del proprio Plotone, affrontava decisamente una mitragliatrice avversaria che ostacolava la conquista di un importante obiettivo, e, lanciando egli stesso bombe a mano, la metteva fuori combattimento, affermandosi poi sulle nuove posizioni. Mirabile esempio di tenacia e di ardimento. Zenson di Piave, 12-13 novembre 1917″.

IMAM Ro. 1Ma era la nascente Arma Azzurra che iniziò pian piano ad affascinare Giovanni Romagnoli. Deciso come non mai a farne parte, ottenne il brevetto di osservatore d’aeroplano, venendo trasferito, nel settembre 1918, all’8° Gruppo Aeroplani in partenza per l’Albania. Rimase nei Balcani fino alla costituzione, come forza armata autonoma, della Regia Aeronautica: nel 1923 fu così trasferito definitivamente, e con il grado di Capitano, in aviazione. Iniziò una nuova, brillante, carriera: dopo il corso di pilota, a Caserta fu incaricato di addestrare le nuove reclute in qualità di istruttore e, successivamente, ricoprì alcuni prestigiosi incarichi presso la scuola di osservazione aerea. Nel 1929 arrivò una nuova destinazione estera: il comando di una squadriglia aerea in Libia, a Sirte, dotata di velivoli IMAM Ro. 1, piccoli biplani da ricognizione, osservazione e bombardamento. Addestrò così bene i suoi uomini che in aprile ne venne deciso l’impiego contro la guerriglia libica, durante le fasi della riconquista della colonia africana voluta dal Governo italiano di Benito Mussolini.

Vedova Romagnoli (2)Durante un’operazione di ricognizione, assieme ad altri due militari della Regia Aeronautica, il Sergente Maggiore Mario Vannini e il 1° Aviere Motorista Mario Polisini, il Capitano Romagnoli decollò per muovere contro un gruppo di ribelli libici. Era il 12 aprile 1929 ma il piccolo aereo non fece mai più ritorno alla base di partenza: durante il sorvolo di Bir Ziden, alcune violente scariche di fucileria costrinsero i tre Avieri ad una atterraggio di fortuna in pieno deserto, essendo una pala dell’elica irrimediabilmente compromessa. Presto, furono circondati da un numero preponderante di forze avversarie e niente, ormai, lasciava presagire la salvezza. Utilizzando le armi di bordo, Giovanni Romagnoli e il suo equipaggio resistettero a lungo, infliggendo anche gravi perdite al nemico, ma il loro destino era segnato: circondati e sopraffatti, vennero tutti quanti trucidati. Venuti a conoscenza dell’eccidio, i vertici della Regia Aeronautica alla memoria di Romagnoli conferirono la Medaglia d’Oro al Valor Militare, appuntata personalmente da Benito Mussolini sul petto della vedova del pilota, alla presenza del Maresciallo Italo Balbo, durante la cerimonia del 7° Anniversario della costituzione della Regia Aeronautica. La motivazione recita: “apitano pilota, comandante di una squadriglia di nuova formazione dislocata nella Sirtica, ne ottenne in breve tempo una magnifica preparazione materiale e morale, trascinandola poi con l’esempio e l’entusiasmo alle più ardite imprese durante un ciclo intenso di attività di guerra. Il giorno 12 aprile 1929, la fucileria avversaria colpiva il suo apparecchio e lo costringeva a discendere lontano da ogni sperabile soccorso (Bir Ziden). Rapidamente circondato da preponderanti forze, rispondeva alle intimazioni di resa, incitando i compagni di equipaggio all’estrema difesa ed egli, per primo, ne dava l’esempio, riuscendo in impari lotta ad infliggere al nemico sensibili perdite sino a che esaurite le munizioni veniva sopraffatto e catturato. Tempra romana di soldato e di comandante, sopportava con fierezza, al grido di “Viva l’Italia”, gli oltraggi della barbara ferocia dei ribelli sino al sacrificio della giovane vita. Bir Ziden, deserto libico, 12 maggio 1929″.