L’affondamento del RMS Nova Scotia

La sua storia ricorda la drammatica vicenda della USS Indianapolis, l’incrociatore della Marina degli Stati Uniti silurato e affondato da un sommergibile giapponese in pieno Oceano Pacifico il 30 luglio 1945 mentre compiva il viaggio di ritorno verso Leyte dopo aver consegnato un carico speciale e top-secret: alcuni componenti della bomba atomica che di li a pochi giorni sarebbe stata sganciata su Hiroshima. Riuscirono a salvarsi in quasi mille dall’affondamento: ma nessuno di loro aveva pensato ad una minaccia più insidiosa dei sommergibili nipponici. Furono tratti in salvo in poco più di 300: gli altri erano stati divorati dagli squali. E come per la grande nave americana, l’RMS Nova Scotia, piroscafo adibito a trasporto truppe della Royal Navy, nel corso del secondo conflitto mondiale venne colpito da due siluri, lanciati questa volta da un sommergibile tedesco, l’U-177, comandato dal Capitano di Corvetta Robert Gysae. Era l’alba del 28 novembre 1942 al largo del Sud Africa e a bordo della nave trasporto non si trovavano solo marinai e soldati del Commonwealth, ma anche Italiani fatti prigionieri in Etiopia ed Eritrea, in tutto 769.

Naufraghi Nova ScotiaQuando il comandante del sommergibile diede ordine di emergere, capì che tra quelle centinaia di persone che si dibattevano in acqua, tra la nafta e le onde, molti di loro erano Italiani. E civili. Fu allora che prese una decisione senza precedenti: inviò un messaggio via radio alla madrepatria chiedendo di contattare quante più navi possibili delle marine neutrali che si fossero trovate ad incrociare in quelle acque, così da soccorrere il maggior numero di naufraghi nel minor tempo possibile. E come per la USS Indianapolis, i superstiti finiti in acqua non fecero i conti con l’animale predatore tra i più antichi al mondo. In tutto riuscirono a salvarsi in 181: 117 Italiani e 64 tra Sudafricani e Inglesi, tratti in salvo dalla Fregata Alfonso de Albuquerque, battente bandiera portoghese. Quando l’RMS Nova Scotia partì dal porto di Massaua aveva a bordo in tutto 1200 persone: almeno un quarto di loro fu divorato dagli squali, richiamati dal sangue dei feriti e dai movimenti scomposti di quanti finirono in mare. Nella Domenica del Corriere del 16 dicembre 1962, Carlo Dominione, un superstite, così ricorda: “l’acqua era limpida e la vedemmo in trasparenza rossa di sangue. Uno squalo lo aveva addentato al piede. Lo issammo, stracciammo una camicia e gli legammo la gamba per arrestare l’emorragia. Poi lo mettemmo al centro, seduto, con il piede in acqua. Era l’unico disinfettante che avevamo. Fu forse per quel sangue che subito dall’inizio fummo seguiti dai pescecani. Ci sfrecciavano intorno; vedevamo le loro pinne triangolari e quelle orribili bocche quando si rivoltavano”.

RMS Nova ScotiaIn quella che venne definita una frenesia alimentare, il maggior responsabile, se così lo possiamo definire, fu lo squalo longimano, grande squalo pelagico dei mari tropicali e temperati caldi. Lo stesso ricercatore marino Jacques Cousteau arrivò a definirlo “il più pericoloso tra tutti gli squali”, proprio per il maggior numero di attacchi all’uomo registrati per questa specie. Tullio Mascellari, nel suo volume 28 novembre 1942. Una tragedia in mare, che ricostruisce il naufragio, riporta testimonianza che suscita tutto il dramma vissuto dai naufraghi: “c’è uno che galleggia, ma parla poco, poi tace: è morto. Un altro, seminudo, caccia improvvisamente strane urla di dolore, già, non è ustionato né ferito, ma quanto ad ustionarlo provvede un branco di meduse. Non manca chi decide di suicidarsi, sfilandosi il salvagente. Io no, io un salvagente lo acchiappai subito dopo le esplosioni e non lo mollai più. Un altro urlo orrendo, ma stavolta non si tratta di meduse: l’acqua si tinge di rosa, uno squalo ha morsicato, ha amputato. Saremmo finiti quasi tutti in bocca agli squali se la presenza di tanta nafta non ci avesse, in qualche modo, protetto”.