In piazza a 104 anni. Il decano degli alpini non si arrende mai

BIELLA

«Onore a uno dei nostri più grandi “veci”, il “vecissimo” Silvio Biasetti!». Lo speaker dell’adunata nazionale di Asti lo aveva salutato così, lo scorso anno, mentre lui, cappello in testa e tricolore legato attorno al collo, sfilava davanti alla tribuna d’onore. Fiero e felice, sottobraccio al presidente degli alpini di Biella, Marco Fulcheri. Quest’anno Silvio Biasetti tornerà all’adunata nazionale a Treviso. Non se la perderebbe per nulla al mondo. Con un anno in più, adesso sono 104, compiuti giusto qualche giorno fa, Biasetti sarà il decano dell’adunata. 

La storia dell’ufficiale Biasetti, uscito dalla scuola di Aosta e spedito subito in Grecia, racconta di un uomo che ha vissuto due volte, forse tre: nel 1922, quando aveva appena nove anni, si ammalò di tifo e i medici lo diedero per spacciato. Si salvò quasi per miracolo da quel male che allora non lasciava quasi scampo. Biasetti sopravvisse, e tornò vivo anche dagli anni terribili della guerra. 

«Settembre 1941, armistizio di Cassibile - racconta -. Ero a Missolungi e mi chiesero di fare una scelta: con i tedeschi o con gli andares, i partigiani greci. Risposi che la mia decisione era già presa: sarei andato in montagna, anche perché mi avevano detto che in due settimane avrei raggiunto la frontiera con l’Italia. In realtà dopo quattro giorni mi presero la pistola, la matricola e mi abbandonarono insieme al mio sottufficiale Carbone, un siciliano. Soli, in mezzo ai monti, senza cibo se non qualche fungo ed erba mangereccia, raggiungemmo Agrinion e ci mischiammo ad altri militari italiani. In trenta fummo circondati dai tedeschi, ci diedero pala e piccone e ci fecero scavare una fossa. Poi imbracciarono il mitra. Partì una sventagliata».  

La morte era a un passo, ma il destino decise diversamente. Un altro miracolo: «Le pallottole mi sfiorarono appena - ricorda - Mi finsi morto, quando tutto fu finito scappai a gambe levate. Devo ringraziare la mia Madonna Nera di Oropa. Strana la vita: sono partito per la Grecia che l’Italia era nera, sono tornato che era rossa. Ma a me importava solo riabbracciare mia moglie e così è stato. Non ho mai perso la speranza, in Grecia guardavo la luna di notte e le chiedevo di accarezzare con i suoi riflessi il volto della mia Bice per dirle che ero ancora vivo».  

Domenica, l’alpino Biasetti era in piazza a Treviso. «Per noi è un grande vanto - sorride il presidente Fulcheri - : è vero che ci sono penne nere anche più anziane, ma lui è l’unico che se l'è sentita di venire all’adunata e di fare almeno un tratto a piedi, quello davanti alla tribuna». Poi Biasetti è tornato alla vita di tutti i giorni a Biella, dove lo vedono spesso in biblioteca, a leggere Dante e il dizionario: «La Commedia è il libro più bello - spiega - E poi non si finisce mai di imparare».