In ogni parte del mondo. Reportage con le forze speciali italiane

“Incursore e soccorritore militare, interveniva, con la sua unità, nel tentativo di catturare degli insorti intenti a posizionare un ordigno esplosivo sul ciglio di una strada. Dimostrando spiccato coraggio e somma perizia, nel corso dell’azione esponeva scientemente la propria vita a manifesto rischio per contrastare la reazione ostile. Gravemente ferito, negli ultimi istanti di vita anteponeva il dovere alla propria incolumità, preoccupandosi del buon esito della missione e delle condizioni di salute dei suoi uomini. Splendida figura di Ufficiale che, con il proprio estremo sacrificio, ha dato lustro all’Esercito nel contesto internazionale. Farah, Afghanistan, 17 settembre 2010”. Questa la motivazione della Medaglia d’Oro al Valor dell’Esercito che è stata conferita nel 2011 alla Memoria del Capitano Alessandro Romani, effettivo del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti Col Moschin. Lo stesso del Sergente Maggiore Marco Di Sarra, che in Rwanda, durante la guerra civile tra le etnie Hutu e Tutsi, contrasse una grave malattia: inutili i tentativi di trasporto in Italia. Lo stesso anche del parigrado Stefano Paolicchi che il 2 luglio 1993 restò ucciso nei combattimenti a Mogadiscio. Lo stesso, infine, del Primo Maresciallo Lorenzo D’Auria, caduto a Herat durante una missione di intelligence. Tutti, però, accomunati da una stessa appartenenza: le forze speciali, quelle narrate dalla Giornalista Claudia Svampa in In ogni parte del mondo, un reportage unico nel suo genere: per la prima volta, viene messo in luce il lato più umano e più profondo di questi militari, spesso sconosciuti, come sconosciute sono le loro missioni: in certi casi, neanche i loro familiari, le loro mogli e i loro figli, sono a conoscenza del servizio prestato presso questi reparti d’élite delle nostre Forze Armate.

Innanzitutto da dove nasce questo libro sulle forze speciali italiane, scritto praticamente sulla linea del fuoco?
Questo libro nasce indubbiamente in maniera inusuale: più che aver fatto io “un’incursione” fra gli uomini delle Forze Speciali, ho avuto la sensazione che, da super professionisti quali sono, siano stati loro, gli Incursori, ad avermi trascinata sulla linea di fuoco della loro esperienza lavorativa, regalandomi il privilegio di poter raccontare quanto visto da vicino. E per vicino non intendo soltanto l’aver avuto la possibilità di incontrarli e osservarli nelle aree di crisi. Mi riferisco piuttosto alla vicinanza empatica che mi hanno concesso, permettendomi di conoscere prima e raccontare poi la sfera emotiva ed affettiva del loro sentire la vita e interpretare una professione con selezioni rigorosissime, regole estremamente rigide e ai più sconosciuta. Il racconto, del tutto autentico, è un viaggio reale e tumultuoso tra l’anima e i sentimenti dei più coraggiosi soldati italiani. E’ un reportage dai teatri ma anche un confronto sui temi del terrorismo islamico fenomeno contro il quale, è bene non dimenticarlo, gli operatori delle forze speciali sono quotidianamente impegnati a combattere nelle aree più calde del mondo. Ho provato a raccontarli sotto una luce completamente diversa che è quella delle emozioni, delle paure, dei sacrifici, dei limiti superati e di quelli insuperabili. Ho cercato di portare alla luce gli amori e i sentimenti che provano ma che sono costretti a dover allineare alle gerarchie del pensiero militare. Ciascuna delle testimonianze raccolte e raccontate, anche quelle le cui identità non sono rivelate per naturali ragioni di sicurezza, sono testimonianze vere, dirette e reali.

2. Quale tra le operazioni che racconti nel libro ti ha maggiormente colpito per la professionalità dei nostri operatori?
Se parliamo di professionalità, per un civile che entra in contatto con questi uomini, non è facile dire cosa colpisca di più. Perché l’eccezionalità sul piano addestrativo e operativo è una costante che appartiene a ciascuno di loro. Colpisce naturalmente, ma la si da per scontata. Mi aspettavo che fossero forti, coraggiosi, iper addestrati in tutte le discipline e in tutti gli ambienti nei quali operano. Quello che non mi aspettavo invece è che fossero persone assolutamente normali. Straordinariamente normali. Non immaginavo, forse anche condizionata da un’italica cultura antimilitarista ormai dilagante, che gran parte di questi uomini possedesse sorprendenti doti di equilibrio, educazione, sensibilità, cultura e grande modestia.

Iraq3. L’attentato in Iraq di novembre 2019 ha puntato i riflettori su una missione quasi sconosciuta in Italia. Perché?
Appunto perché di missioni militari all’estero nel nostro Paese si parla poco e male. Diversamente da tutti gli altri paesi europei, Francia e Regno Unito in testa. Ciò che dovrebbe essere il nostro orgoglio, in termini di capacità e professionalità militare, riconosciuta e celebrata anche dagli altri paesi europei e dagli Stati Uniti, è di fatto il nostro pudore. Ma non illudiamoci che sia una pudica vergogna di una Nazione che ripudia la guerra come enunciato nella propria Costituzione. No, neanche per idea. Le missioni militari sono per i soldati un prescelto servizio di onore e rispetto verso la propria Patria, non verso il Governo. Per il Governo sono invece core business e terreno di scontro politico. In pratica ideali opposti. Ma questo all’opinione pubblica non è e non deve essere chiaro, come chiaro, infatti, non gli è affatto. Meglio far credere alla gente che siano quei guerrafondai dei militari a voler andare a combattere. Gli Italiani devono continuare ad associare mentalmente una mimetica con l’immagine di un soldato affamato di machismo e assetato di superomismo. Il politicamente corretto, così ha gioco facile nel propinare bizzarri dual use: da Strade Sicure alle calamità naturali passando per il recupero della spazzatura in strada. Manovre distrattive per le quali non ci si chiederà mai perché l’ordine pubblico non debba essere garantito nelle strade dalle Forze dell’Ordine, le calamità naturali dalla Protezione Civile e la nettezza urbana dalle aziende preposte alla raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. L’attentato a novembre 2019 in Iraq dove sono rimasti gravemente feriti cinque Incursori ne è la prova lampante. Dai talk show televisivi al dibattito del popolo del web la domanda ricorrente è sempre stata la stessa: che stanno a fare lì i nostri soldati? Perché non tornano a casa? Perché non ci proteggono nelle nostre strade? In sintesi, e senza nessuna colpa per i cittadini, ma per la propaganda sbagliata che si fa, l’opinione pubblica italiana non conosce abbastanza la differenza di ruoli e funzione delle Forze Armate e delle Forze dell’Ordine. E la politica del dual use ha certamente contribuito ad accrescere tale confusione di ruoli.

COMSUBIN4. Col Moschin e COMSUBIN sono le nostre eccellenze. Quanto conta il lavoro di squadra nei loro team operativi?
Conta in modo assoluto, senza non potrebbero esistere, nella configurazione in cui esistono. Insieme sono come una macchina cuore-polmoni che si tiene in vita congiuntamente generando il respiro vitale. Ma credo che, per descrivere quanto davvero sia indispensabile il lavoro di squadra nel team, si debba comprendere come in una società dove si antepone regolarmente l’io all’altro possa esistere una tale simbiotica fratellanza all’interno delle Forze Speciali.  L’appartenenza che li lega l’uno all’altro se la portano dentro per tutta la vita professionale perché nasce dalla genesi della loro formazione che parte appunto dalla coppia e all’interno della coppia il flusso si estende a tutto il team che in linea generale, durante le missioni, resta con la stessa composizione, il che vuol dire che la gran parte delle persone appartenenti a un team anche dopo dieci o dodici anni continua a ritrovarsi insieme. Come loro stessi raccontano, stare insieme durante l’addestramento è fondamentale poiché il corso formativo tende a stremarli fisicamente e mentalmente tanto che arrivarci da soli sarebbe impossibile. Gli Incursori acquisiscono così la consapevolezza che tutti hanno bisogno di tutti, che essere forti in gruppo non significa essere forti da soli, indifferentemente. Da solo uno non è mai forte, perché nessuno, preso singolarmente, è indistruttibile.