Il bombardamento di Varese

Due furono le incursioni che colpirono Varese nel mese di aprile 1944, durante la Seconda guerra mondiale. Un centinaio di persone all’incirca rimasero uccise. Entrambi i bombardamenti avvennero di domenica, soprattutto per evitare una strage di operai nella fabbrica presa di mira, quella dell’Aeronautica Macchi. Questo stabilimento aeronautico produceva i temibili caccia MC 205, gli unici in grado di contrastare gli apparecchi anglo-americani. La popolazione civile come tale non era più considerata nemica dagli Alleati; ciò non impedì loro tuttavia di operare diverse incursioni sulle città occupate dai Tedeschi, con l’alta probabilità di colpire anche innocenti, come accadde per l’appunto a Varese.

I due attacchi sulla città avvennero in una fase particolarmente intensa della guerra aerea, in cui l’intera forza delle aviazioni britannica e americana si stava scagliando contro la potenza nazista. In Italia, con l’Operazione Strangle si mirava all’interdizione delle comunicazioni della Wehrmacht in vista della ripresa offensiva da Anzio e da Cassino in direzione di Roma – qualunque ferrovia, stazione, ponte, strada in direzione nord-sud, isolato o in mezzo a città, era un obiettivo. Poi c’erano le fabbriche: a Varese quella dell’Aeronautica Macchi, che produceva alcuni tra i migliori caccia da guerra. La città divenne dunque un obiettivo non secondario per gli Alleati.

Fu nella notte tra l’uno (sabato) e il due aprile (domenica) del 1944 che i varesini conobbero il terrore che veniva dal cielo, la pioggia di morte scagliata dai ventri dei bombardieri della RAF britannica. In quella notte cessò per gli abitanti di Varese la flebile speranza/illusione di poter essere risparmiati dagli sconvolgenti bombardamenti che ormai ripetutamente colpivano il territorio controllato dall’esercito tedesco e dalla Repubblica Sociale Italiana. Obiettivo primario delle bombe avrebbero dovuto essere appunto gli stabilimenti dell’Aeronautica Macchi, dai quali continuavano a uscire, seppure a ritmi oramai ridotti, alcuni tra i migliori caccia che contrastavano lo strapotere dei bombardieri inglesi e americani. Fu per tale motivo che la maggior parte delle bombe e degli spezzoni incendiari colpirono il rione di Masnago, dove per l’appunto si trovavano gli stabilimenti Macchi.

Inevitabilmente, nel buio dell’oscurità totale, e in tempi ben lontani dalla nascita dei “bombardamenti chirurgici”, la maggior parte delle bombe e degli spezzoni incendiari lanciati dagli aerei, che volavano ad almeno 4000 metri per sfuggire alla “flak” (artiglieria contraerea) finirono fuori zona di lancio, e anche di parecchio. Gli stabilimenti restarono quasi indenni dopo il primo attacco: non fu così per le case e le vite di molti civili. A Varese centro furono colpite varie vie principali, fino a via Staurenghi, via Sanvito Silvestro, Sant’Antonio alla Brunella, al carcere dei Miogni e viale Aguggiari; a Masnago il vecchio cimitero, la portineria di Villa Bolchini, i parchi del Seminario e di villa Tosi, casa Bianchi, il monumento ai Caduti, il campo sportivo e la pista ciclistica; bombe e spezzoni caddero poi nelle campagne di Casciago, Casbeno, Velate, San Fermo e alle Bettole (Ippodromo).

Il primo bombardamento risultò tuttavia per gli Alleati un fallimento: lo stabilimento aeronautico era ancora in piedi. La tattica britannica avevano dunque fallito. Gli americani decisero di agire di testa loro, provando con il collaudato sistema del bombardamento diurno “di precisione”. Il compito fu affidato alle cosiddette “Fortezze Volanti”, capienti e robustissimi B-17. Fu così che domenica 30 aprile, poco prima di mezzogiorno, come riportano le cronache, Varese udì nuovamente il rombo degli aerei alleati, il fischio terribile delle bombe e le esplosioni. Stavolta lo stabilimento dell’Aeronautica Macchi fu colpito duramente, e venne fermata definitivamente la già scarsa produzione di velivoli; fuori bersaglio finirono alcuni ordigni che caddero nel rione Cantoreggio, a Schirannetta e sull’edificio che ospitava il Laboratorio provinciale d’Igiene. Stavolta morirono ben 81 persone: molte nel parco circostante l’ospedale militare del Colle Campigli.

Quasi uno scherzo del destino il fatto che il direttore della struttura ospedaliera avesse chiesto qualche tempo prima di poter ridipingere in bella evidenza la croce rossa, così che fosse visibile agli aerei (che, per convenzione, avrebbero dovuto rispettare la struttura ospedaliera); ma la richiesta fu declinata dalle autorità competenti, in quanto la croce sarebbe potuta diventare punto di riferimento per il nemico in relazione alle officine Macchi. L’ospedale “mimetizzato” finì così tragicamente sotto le bombe.

Segnalo il volume “Aprile 1944. Varese sotto le bombe” di Pietro Macchione, editore varesino che ha voluto realizzare come custode della memoria cittadina questo testo, il quale racchiude momenti di sofferenza che hanno inevitabilmente segnato la città e la sua gente.