Notiziario: I CAMPI DI PASSCHENDAELE, 11 NOVEMBRE 1918. FRONTE OCCIDENTALE, SETTORE DELLO CHEMIN DES DAMES.

I CAMPI DI PASSCHENDAELE, 11 NOVEMBRE 1918. FRONTE OCCIDENTALE, SETTORE DELLO CHEMIN DES DAMES.

Da quasi un anno, il II Corpo d’Armata Italiano si batte da leone sul Fronte Occidentale. Sono solo una modesta unità di 40.000 uomini composta per lo più da umbri, calabresi, genovesi e siciliani. Sono contadini, la maggioranza analfabeti e non hanno ancora venti anni, anzi, per la maggior parte non arrivano a diciotto. I più sono della classe 1899, sono bambini cresciuti troppo in fretta fra malghe e campi, hanno già le mani spaccate ed i denti storti ma a tutto questo non erano pronti. Non sanno nemmeno dove si trovino, per la verità nemmeno i vecchi lo sanno.
Oddio, poi “vecchi” è una parola relativa: i “vecchi” in trincea hanno al massimo 20 anni, pochissimi arrivano a 21, rarissimi quelli che passano i 24. Perché loro, gli ultraventiduenni, sono quelli della classe 1895-1890, sono leggendari, e sono rari se ne vede uno ogni cento uomini. Sono quelli del 1915, quelli delle radiose giornate di Maggio, sono quelli che si ricordano dei tempi in cui non c’era l’elmetto, che si ricordano di posti che loro hanno sentito solo per lettere o addirittura per voci. Laggiù di dove vengono loro, la guerra la si sentiva dalla radio e dal giornale, ma erano mucchi di balle quelle che si raccontavano. Altre favole uscivano dalle bocche di chi tornava in licenza, o tornava con qualche pezzo di meno, e li si sentiva di posti che per questi bambini equivalevano alla luna: Monte San Michele, Monte Podgora, la Marmolada, il Col di Lana.

Ma ormai quelli che se li ricordano sono pochi, i più sono quasi tutti morti o sono rimasti menomati o sono diventati vagabondi.

Ed ora ci siamo noi: ma di questo crinale fangoso e di questo fiume non si era mai sentito parlare: “’o caminu” lo chiamano loro, a traduzione di quello che sembra la parola “Chemin” che sta su un fiume che si chiama “Asino”. Qua si sa solo che ne abbiamo passate di tutti i colori negli ultimi cinque mesi, nell’ultima settimana poi, qua tutti sembrano impazziti: siamo andati su e giù per questa collina che più che una collina è un cimitero.

Qua non muovi zolla senza andare a scoprire un morto, magari vecchio, magari una mano o un piede: qua le granate piovono giorno e notte ed i tedeschi si difendono da animali. Perché ad Agosto ed a Luglio son stati loro ad attaccare, Dio se ci si ricorda quanto è stata brutta quando ci hanno attaccati qua, lo sanno pure quelli dell’ottava davanti al Bosco Curtone ne hanno fermati una marea. Adesso però, pare che la guerra sta finendo, ci sta uno strano silenzio e questo non piace. La calma i soldati non la sopportano. La calma porta guai, lo sanno bene i veterani: finchè piovono bombe vuol dire che danno fastidio ma stanno calmi. Ma se c’è calma vuol dire che preparano qualcosa di grosso: “Ma come, la guerra non stava finendo, sergente? “

“Ma che finendo, Lo Brusco. Ma non senti come sparano dall’altra parte?”

Ed è vero. Si spara dalle altre parti, il settore italiano è l’eccezione. L’ultimo giorno di guerra sul Fronte Occidentale non sarà ne indolore, ne rapido. Da una settimana ormai, si sa che i tedeschi stanno trattando l’armistizio, ma i capoccioni non hanno voluto fermare i combattimenti.

Il Soldato Gaetano Lo Brusco è di Pachino, è del 1899, avrebbe fatto diciannove anni esattamente tra un mese. È in forza al 3° plotone, della 2° compagnia, del 75° reggimento di fanteria (Brigata Napoli). Stava nei campi di pomodori a spaccarsi la schiena come ogni giorno da nove anni quando i carabinieri sono venuti a cercarlo. Lo hanno spedito a Siracusa, e c’è pure dovuto arrivare a piedi perché la corriera costa, lo hanno schiaffato sugli attenti davanti ad un dottore che gli ha fatto tre domande: “Lavori?”, “Sei in salute?”, “Hai fratelli al fronte o che sono morti al fronte?”.

Avoglia, se ne aveva. A casa aveva cinque fratelli, due erano già andati al fronte uno l’avevano fatto Bersagliere, l’altro invece l’avevano imbarcato su una nave. Gli avevano detto che adesso era soldato e l’avevano mandato a prendersi una divisa al magazzino del reggimento senza nemmeno poter avvisare la madre.

“Ci pensiamo noi”, avevano detto.

L’avevano portato con la nave fino a Genova, poi di li in treno era arrivato in Francia, anche se non sapeva come, ne sapeva di essere in Francia.

Ce n’erano altri di Pachino con lui, della sua età, almeno una decina ma adesso non si ricorda nemmeno i nomi, quasi tutti sono morti.

Ma se la guerra non stà finendo come mai si sente sparare? Perché i soldati muoiono, ma l’ambizione non muore mai: dovunque sul Fronte Occidentale, si sono risvegliati i piccoli egoismi dell’ultima ora.

L’ultimo giorno del 1918 sarà un giorno di sangue: 60.000 uomini moriranno, più che nella prima settimana del 1914.

Ovunque, numerosi ed abbietti ufficiali stanno scatenando un pandemonio inutile, vogliono medaglie, promozioni, e prebende dell’ultima ora.

E dunque all’attacco, ragazzi. Perché il vostro Colonnello possa diventare Generale, od il vostro Maggiore possa avere quella Legion d’Onore che sogna da sempre.

Sono dappertutto e non solo francesi: nel settore della Mosa, un Maggior Generale americano ordina alle truppe afro-americane della sua Divisione di attaccare le linee tedesche.

Fa ammazzare quasi 1300 uomini, e quando il comandante del Corpo gliene chiede conto, la risposta è: “Volevo anche loro avessero un po’ di gloria, signore”.

Nel settore dello Chemin des Dames, ad appena cinque chilometri dalla trincea dove il soldato Lo Brusco è di sentinella, un Colonnello Francese spedisce avanti l’intero reggimento, verso un villaggio dove alcuni prigionieri crucchi hanno detto che gli ufficiali usano le docce. Altri 1000 morti inutilmente.

Dall’altra parte del fronte non va meglio: gli Juncker prussiani sono in preda ad isterismo nazionalista.

La vecchia aristocrazia di ferro si faceva vanto di non perdere una guerra dai tempi di Waterloo, ed ora loro hanno mancato il giuramento.

I nostri padri sono stati a Sedan, come facciamo a tornare a casa da sconfitti? Siamo “Von” e non perdiamo mai.

I meno esaltati pagheranno da soli: nel settore delle Fiandre, un Colonnello prussiano chiama il suo vice a rapporto, gli lascia scritta una lettera che dovrà aprire fra due ore e lo congeda. Tre passi fuori dall’alloggio del Colonnello, e si sente uno sparo: si è fatto saltare le cervella.

In trincea nel settore di Ypres un Capitano prussiano piange come un bambino: ad un certo punto, un sergente lo vede afferrare un fucile e schizzare fuori dalla trincea urlando e sparando a caso. Non fa dieci metri, poi un cecchino lo fulmina.

Ma altrove non va cosi: nel settore delle Ardenne, un Generalmajor ordina alla sua divisione di attaccare le linee inglesi: sarà un massacro che costerà la vita a quasi 5000 uomini.

Poi improvvisamente, l’inverosimile. Dal ricovero del comando nella trincea di Lo Brusco, esce l’attendente del Capitano, grida come un pazzo: “È finita! È finita!”.

Si lancia a rotta di collo giù per la trincea gridando, poi arriva il Capitano con le lacrime agli occhi da l’annuncio ufficiale: “La radio l’ha detto: hanno firmato l’armistizio, la guerra è finita”. Dall’altra parte arrivano urla irrefrenabili: elmetti volano in aria, bandiere bianche spuntano dai parapetti: “Kameraden, der kriegs ist vorbei!”

Fuori dalla trincea, all’assalto? No, ad abbracciarsi. Sono le ore 11 dell’11 Novembre 1918.

La Prima Guerra Mondiale era durata quattro anni.

Cinquantadue milioni di uomini si erano gettati nella mischia nella carneficina più devastante che il mondo avesse mai visto.

Il prezzo era stato spaventoso: l’umanità aveva pagato lo sforzo 9 milioni di morti, e 15 milioni di feriti permanenti, intere comunità spazzate via, una voragine che aveva ingoiato quattro imperi: quello tedesco, quello ottomano, quello russo e quello asburgico.

Dalla Svizzera al Mar del Nord, calava il silenzio, di li a qualche anno più nulla sarebbe rimasto delle trincee, e dei reticolati ricoperte per fare spazio di nuovo alle campagne.

Ma i segni non se ne andranno mai più: le comunità delle Fiandre, i villaggi della Somme, e della Mosa, proveranno a ricostruirsi tutto, ma nell’immaginario collettivo i loro nomi sono condannati per sempre a destare il terrore ed il dolore.

Michael Parks, un ex ufficiale inglese che combattè la battaglia di Passchendaele, nel 1935 tornerà in Francia dove aveva combattuto e scriverà:

“Non è fatto per tanto silenzio, il mio cuore e questi luoghi. Non son fatti per la pace questi campi, dove serene le spighe danzano al vento. Non son fatte per quiete camminate queste zolle e questo tiepido tempore di Maggio. Non fatto questo luogo nel mio cuore per la vita e per un discreto amore fra giovani consumato in un granaio. È fatto di morte, e di dolore che ancora io sento. Non odo le risa, solo le urla, non odo il vento ma il rombo delle granate ed il rombo dei fischietti comandare l’assalto. Non poggia sicuro il mio piede su questa terra, ma incerto tasto il terreno curvo su me stesso cercando trappole e buche profonde dove nascondermi. Non vedo spighe, sinonimo di pane e vita, vedo trincee e fango, io vedo i campi di Passchendaele”.

Michele Corna
ANCR Bariano