"GLI ANNEGATI DI ZARA"

Gli italiani, nella stragrande maggioranza, conoscono il nome di Diadora come marchio di scarpe e abbigliamento sportivo: ignorano che fosse il nome bizantino di Zara, la romana Jadera, capitale della Dalmazia, una splendida perla sull’altro lato dell’Adriatico.
Geograficamente posta più o meno di fronte ad Ancona, la città fu assegnata all’Italia al termine della prima guerra mondiale, “redenta” come Trieste e Trento. Fino al 1947 era una sorta di corpus separatum italiano, circondata dal Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi diventato Jugoslavia.
La popolazione della città, 22.000 abitanti, era quasi interamente italiana e dotata di un sentimento di profondo attaccamento all’Italia: non a caso molti zaratini e dalmati combatterono le guerre risorgimentali. Pochi sanno che fu la prima città dalmata a sollevarsi, invocando l’Italia, il 18 marzo 1848, lo stesso giorno dell’inizio delle 5 giornate di Milano.
Zara era un gioiello veneziano, un “sestiere serenissimo” con 72 calli e 15 campielli, ed alcuni monumenti magnifici come la Loggia Paravia, la Cattedrale di Sant’Anastasia, la chiesa di San Donato, la Porta di Terraferma che ancor oggi saluta chi vi entra con il suo leone di San Marco.
Racconta la tradizione che il giorno della caduta della Serenissima, il 12 maggio 1797, nell’ultima seduta del Maggior Consiglio, Francesco Pesaro urlò al Doge Ludovico Manin: “Tolé su el corno e andé a Zara!”.
E quando il 6 luglio, a Zara, si deposero le insegne di San Marco “talmente dalle lacrime rimasero bagnati i vessilli che pareva fossero stati immersi nell’acqua”.
Ci si viveva bene davvero, la vita costava meno che nel resto del Regno d’Italia, inverni miti e aria profumata di marasche. La prima linea aerea italiana regolare, la SISA fondata dai fratelli Cosulich e inaugurata nel 1926, collegava con i suoi idrovolanti Zara, Trieste e Torino.
Ma col secondo conflitto mondiale Zara diverrà, come scrisse il dalmata Enzo Bettiza, la “Dresda dell’Adriatico”.
Pur senza essere un obiettivo militare, su richiesta di Tito e grazie probabilmente anche alle false informazioni da questo passate agli americani, fu colpita dal 2 novembre 1943 al 31 ottobre 1944 da 54 bombardamenti terroristici “alleati”, che sganciarono sulla città oltre 520 tonnellate di bombe. I bombardamenti indussero i tedeschi ad abbandonare la città già nell’ottobre del 1944, ma provocarono anche la morte di 2.000 abitanti e l’abbandono della città, distrutta al 90%, da parte di circa il 75% della popolazione.
Quel 31 ottobre ’44 fu l’ultimo giorno di Zara italiana. Cessato il bombardamento, la città cadde in mano agli slavi. Tutto ciò che vi trovavano di italiano venne dato alle fiamme: mentre un enorme rogo in Piazza dei Signori distruggeva libri, carte, documenti e secoli di storia, i partigiani si accanivano con martelli e spranghe sui leoni di San Marco: le stesse scene accompagnarono la distruzione dei leoni a Spalato, Sebenico, Traù…
Sui ruderi di Zara, le autorità titine affissero questa “Notificazione”: “Il Tribunale Militare del Territorio dell’VIII Corpo, Consiglio presso il Comando del Circondario di Zara, nel dibattimento tenuto addì 10 novembre 1944, ha emesso la sentenza con la quale vengono condannati come criminali di guerra e nemici del popolo, ai sensi degli articoli 14 e 15 dell’Ordinanza sui Tribunali militari, alla pena di morte mediante fucilazione e alla confisca del patrimonio le seguenti persone” (…); seguiva un elenco di 29 nomi, di cui cinque della famiglia Bailo e quattro Mussapi.
Oddone Talpo, esule da Zara e autore di un memorabile libro sull’italianità della Dalmazia (“Per l’Italia 1797-1947”), compilò un elenco degli uccisi senza “notificazione” del solo mese di novembre: c’erano altri cinque Bailo, quattro Ciurcovich ( *V. nota ) ed un ulteriore centinaio di nomi.
Seguì la soppressione di cinquanta agenti di pubblica sicurezza e poi ripetute “notificazioni” di sentenze di morte eseguite, mentre la gente continuava a scomparire.
A Zara non c’erano foibe, ma il mare. I partigiani scelsero spesso l’annegamento come metodo per fare scomparire le vittime.
In mare fu assassinato Nicolò Luxardo, assieme alla moglie Bianca: portati via su di una barca per un interrogatorio, dopo che un processo partigiano li aveva appena assolti, vennero annegati nelle acque di Selve, oltre gli scogli di Zara il 30 settembre 1944. I loro corpi, trasportati dalla corrente, furono ritrovati alcuni giorni dopo più a nord, dal parroco di Sale, sull’Isola Lunga e dallo stesso segretamente sepolti. Anche il fratello Piero scomparve in quei giorni e di lui nulla si seppe mai più. Ma alla giustizia partigiana non bastava. Un anno dopo il suo assassinio, il 22 novembre 1945, Nicolò Luxardo veniva processato “in contumacia” e condannato a morte ed alla confisca di tutti i beni.
Era il modo per appropriarsi dell’antica fabbrica dei Luxardo che aveva reso famosa Zara nel mondo per il suo “Maraschino”, quello che Gabriele D’Annunzio aveva battezzato “alla mensa di Fiume, ‘Sangue Morlacco’”.
Nelle storie del martirio dalmata, è rimasta tristemente famosa la vicenda del farmacista Pietro Tìcina, affogato nel mare dell’isola di Ugliano nei primi giorni del novembre 1944 con una pietra al collo assieme alla moglie, una figlia, il genero, un fratello e una nipotina di sei anni.
Mentre veniva gettato in mare si aggrappò a un partigiano che portò a fondo con sé nel buio delle acque e della morte. Il fatto venne riportato con un’illustrazione a piena pagina dalla “Domenica del Corriere” di allora.
Di quegli annegamenti raccontò Simone Vlahovich, di Zara, scampato alla morte grazie alla pietra che si era sfilata dalla sua corda. Nuotando sott’acqua e riemergendo più in là senza farsi vedere, riuscì a raggiungere la riva e salvarsi.
Questa la sua testimonianza: “Condotto nei sotterranei della Caserma Vittorio Veneto, trasformati in carceri, fui imbarcato con altri 64 prigionieri presso San Demetrio il 24 dicembre 1944. Giunti in mezzo al canale, i prigionieri furono gettati con una pietra al collo nel mezzo del canale”.
Vennero massacrate famiglie intere: i fratelli Desposti, i fratelli Calmetta, tutti costretti a scavarsi una fossa prima della fucilazione. Ad un terzo fratello dei Calmetta venne schiacciato il cranio prima di essere impiccato per i piedi a un palo.
Tra annegati, fucilati, lapidati, impiccati, altre centinaia di italiani di Zara e dintorni si aggiunsero ai duemila che erano morti sotto i bombardamenti americani.
La marcia funebre di Zara fu cantata in quei giorni di sangue, con sinistro orgoglio, dal poeta croato Vladimir Nazor (cui oggi sono intitolate vie e strade) in un comizio tenuto il 27 marzo 1945 tra le rovine della città distrutta, annunciando la rifondazione di “una nuova Zara, completamente croata”: “Spazzeremo dal nostro territorio le pietre della torre nemica distrutta e le getteremo nel mare profondo dell’oblio. Al posto di Zara distrutta sorgerà una nuova Zadar, che sarà la nostra vedetta sull’Adriatico”.
Oggi, al di là del mare, c’è Zadar.
E, nel mare dell’ignoranza e della perduta memoria storica, affogano non solo Jadera e Diadora, ma anche Zara, perla di Dalmazia.

(dal libro di R. Menia, "10 Febbraio. Dalle Foibe all'Esodo", 2020)