Frammenti da un’altra epoca: Isbuscenskij

di Lisa Bregantin

Abbiamo riflettuto numerose volte su queste pagine sulla storia e sul senso del tempo, su questo passato a più dimensioni. Dimensioni temporali che non si scandiscono semplicemente con l’indicazione delle date e il calcolo matematico della distanza, quanto piuttosto con la percezione della distanza che ha la società di una data epoca. Paradossalmente diventa molto più vicino un lontanissimo medioevo, grazie alle centinaia di rievocazioni di palii, ristrutturazione di castelli, riproposizione di antiche feste, rispetto a fatti molto più recenti per i quali potremmo addirittura incrociare ancora qualche protagonista.

Da qui i frammenti, ad indicare un’epoca spezzata, a volte triturata da una prospettiva politica ciecamente rivolta ad un futuro che non sa determinare. Con la battaglia sulle identità, strattonate da destra a sinistra con attribuzioni di merito opposte, si è avallato il metodo staliniano della cancellazione del cosiddetto “passato indesiderato”. L’italica Repubblica ha avuto, in tal senso, un apprendimento veloce e proficuo: spariti o riediti interi pezzi di storia recente, sotto l’alto patronato della politica democratica.

Piccoli frammenti sparsi sopravvissuti nelle mura domestiche, nelle associazioni, nei circoli di appassionati. Frammenti che a volte emergono in afosi pomeriggi estivi perché ancorati a ricordi personali o ad uno strano bisogno di evasione dal non senso del presente. Così Isbuscenskij, frammento dimenticato non solo di un pezzo di storia italiana, ma simbolo di qualcosa oggi così effimero che si chiama o forse vale la pena dire, chiamava, valore.

Steppa russa, tarda estate ’42, i russi passano il Don e sfondano sul settore della Divisione italiana “Sforzesca”. Il Raggruppamento Truppe a Cavallo Barbò, di cui facevano parte il “Savoia” cavalleria, i “Lancieri di Novara” e il reggimento di artiglieria a cavallo “Voloire”, era la riserva d’Armata, dell’Armir, e viene impiegato nella fase di contenimento dello sfondamento. Il 24 agosto doveva dirigersi verso q. 231, protetto dalle artiglierie del “Voloire”, tuttavia durante la notte reparti di fanteria russa si avvicinano all’accampamento e sono pronti ad attaccare il Raggruppamento. Una pattuglia in avanscoperta li individua ed innesca il combattimento. Il Colonello Alessandro Bettoni, che comanda il “Savoia” ordina al 2° squadrone del Capitano Francesco Saverio De Leone, di salire a cavallo e caricare a fondo i sovietici sul fianco. Parte la carica a sciabole sguainate e bombe a mano. Se non avete mai visto una carica della cavalleria italiana sappiate che il comandante, in testa allo squadrone, ordina il “Caricat!” e poi il turbine dei cavalieri si lancia all’attacco al grido di “Savoia!”. Così sul Don nell’irreale agosto 1942. La carica ha successo, ma lo squadrone rimane isolato dietro le linee nemiche perciò deve caricare nuovamente per tronare nelle linee italiane. Chissà se i fanti russi hanno pensato di essere stati trasportati indietro nel tempo? Nel mentre Bettoni ordina l’appiedamento del 4° squadrone, comandato dal Capitano Silvano Abba, cavaliere di prim’ordine, sportivo d’eccezione già vittorioso ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936. Il 4° squadrone deve alleggerire la pressione sulla carica del 2°. In quest’azione il Capitano Abba viene colpito e ucciso. In questi momenti concitati carica anche il 3° squadrone. I russi si scompaginano e si ritirano, ora colpiti anche dalle artiglierie del “Voloire”. Finisce l’ultima carica di cavalleria dell’Esercito Italiano contro truppe regolari. Finisce con 32 morti, di cui 3 ufficiali; 52 feriti e circa 100 cavalli fuori combattimento, tra i quali Albino, il cavallo cieco che, dopo la guerra, verrà riconosciuto dai reduci del “Savoia” e tenuto nelle scuderie del reggimento come mascotte. Finisce con la medaglia d’oro allo stendardo.

Storie di valore raccontate anche in un film, uno solo, del 1952 “Carica eroica” di Francesco De Robertis. Ricordate in un libro di Lucio Lami, Isbuscenskij. L’ultima carica. Poco altro.

Nel frattempo parole come “valore” escono dai circuiti della lingua italiana, perché gli atti di valore paiono essere antidemocratici e soprattutto, se proprio si devono nominare, devono essere categoricamente quelli della “parte giusta”. Chi è stato aggressore non ha valore, nemmeno quando compie il suo dovere. Chi è stato aggressore nella steppa russa contro i buoni sovietici e viene catturato come prigioniero, non ha diritto alla vita e se resiste, non può tornare a casa come gli altri. Così funziona. Nessuno protesta.

Silvano Abba, nato a Rovigno nel 1911, in quella parte d’Italia reclamata, contesa, avuta e poi perduta. Orfano di un combattente della Grande Guerra. Si iscrive all’Accademia di Modena, dalla quale uscirà ufficiale, entrerà in cavalleria e poi sarà uno sportivo d’eccezionale valore, ricorda un altro eroe, sempre cavaliere, sempre morto in guerra, ma nella Prima, mezzo dimenticato se non fosse per quel cavallino rampante che tutti tifiamo nei circuiti di formula uno. Si, l’altro eroe è Francesco Baracca. Entrambi sportivi, entrambi medagliati, entrambi combattenti, entrambi cavalieri, entrambi morti, entrambi con la medaglia d’oro al valore, entrambi semi dimenticati. Il destino dei valorosi italiani.

In queste schiere ci stava anche Guglielmo Gallo, di Correzzola (PD). Semplice cavaliere che caricò ad Isbuscenskij e si salvò. Non raccontò mai al figlio ciò che fece, aveva capito che non era più tempo. In una banale conversazione a tavola si nominò la cosa e il figlio restò basito a sentire definire il padre eroe. Chissà quanti come lui.

Nel paradosso odierno gli sbandierati “valori” – nessuno si sofferma mai su quali siano essendo scontati (???!!!) – sono completamente privi di atti di valore a supporto. Chissà perché però, quando si racconta dell’ultima carica, i ragazzi si animano, mica sono fascisti guerrafondai, solo istintivamente capiscono il senso del coraggio, dello spirito di sacrificio e, come per tutti i ragazzi, si appassionano vivendo quella strana esperienza di invidia per non esserci stati e sollievo perché a loro non verrà sicuramente chiesto di fare altrettanto.

Il “Savoia” cavalleria ha poi un altro problema nell’Italia post bellica, il suo nome. Il 18 febbraio 1950 lo storico reggimento, diventa effettivamente “passato indesiderato” e cancellato, prendendo il nome di “Gorizia” cavalleria – per lo speculare “Piemonte Reale” cavalleria, per intenderci è il reggimento di Francesco Baracca, basterà togliere quel “Reale”. Il nome originale verrà ripristinato il 4 novembre 1958, di fronte alle “cariche” dei combattenti che ricordano il quarantennale della “Vittoria”. Questi ingombranti Savoia che, pur cacciati, rimangono, permangono, vanno combattuti con ogni mezzo! Ma non basta. Un esempio ce lo dà il Colonnello Alessandro Bettoni comandante del “Savoia” in Russia, già combattente medagliato nella Grande Guerra, è effettivo del “Savoia” dal 1920. Dopo la Russia e dopo l’8 settembre, entrerà nella Resistenza anche con ruoli di comando. Rientrerà nell’Esercito regolare, ma già nel 1947 dovrà lasciarlo. Infatti, non presterà mai giuramento alla Repubblica. Qualche anno più tardi, anche di fronte allo scempio del cambio di nome, trafugherà lo stendardo del “Savoia” per portarlo a Cascais ad Umberto II, il suo re. Gesto simbolico che non passerà nel dimenticatoio della storia come il resto; infatti a Bettoni verranno tolte la pensione e l’indennità della medaglia d’argento al valore. Bettoni, che continuerà a cavalcare partecipando alle olimpiadi di Londra del ’48, durante le quali pur disarcionato riceverà le ovazioni del pubblico inglese, come eroe di Isbuscenkij, morirà monarchico il 28 aprile 1951 a Roma, dopo una gara di equitazione. Non vedrà il ritorno del “Savoia”. Frammenti.

Non hanno maggior fortuna cariche ancor più sanguinose, come quella della cavalleria polacca contro i carri tedeschi. Anche quegli uomini che difendevano la loro terra erano solo parzialmente dalla parte giusta, perché nel ’39 il diabolico Hitler era compagno dei futuri buonissimi sovietici.

Frammenti di storia da dimenticare.

Se questi non possono essere ricordati come episodi di valore, epici, parte della nostra complessa storia, viene da chiedersi cosa possiamo effettivamente ricordare. E se, nel nostro democraticissimo Paese – democratico e non liberale -, non ci si può emozionare immaginando quel “Caricat!” e l’urlo “Savoia”, allora forse qualche conto non torna. Chissà se le nuove generazioni istruite alle scienze e alla tecnologia, avranno voglia e coraggio di fare un banalissimo 2+2.

Io ho conosciuto un Reduce del “Piemonte Reale” Delino Marcato di Pontelongo (PD), presidente per tantissimi anni della Sezione ANCR locale. Non andò in Russia, ma in Jugoslavia e in Francia. Anche lui non parlò molto, ma mi raccontava con gli occhi brillanti di quando si esercitavano alla carica, mi descriveva il “Caricat”, l’urlo “Savoia”, la corsa folle di cavalli e cavalieri. Mi raccontava del suo bellissimo cavallo nero, Elpanio. Frammenti di storia e di vite che non è giusto dimenticare.

Pubblicato su Opinioni Nuove Notizie, ANNO LVI, Numero 5 – ottobre 2019.