FIGURE DI COMBATTENTI: Francesco Angileri

Jugoslavia, febbraio 1943: quando il senso dell’onore guida le proprie scelte

La storia italiana abbonda di episodi apparentemente minori, ma che non è male conoscere nella misura in cui consentono di rivalutare un popolo troppo spesso misconosciuto, nell’errata presunzione che non abbia saputo esprimere alti valori civili, patriottici e morali. In realtà, non mancano esempi sublimi, come quelli di Enrico Toti, l’eroe della Prima Guerra Mondiale tornato alla ribalta in occasione del centenario, o di Salvo D’Acquisto, immolatosi durante l’occupazione tedesca – subito dopo l’armistizio dell’8 settembre – per salvare dalla rappresaglia una ventina di Italiani, rastrellati a fronte di un attentato partigiano.

Si tratta di due Medaglie d’Oro che non hanno bisogno di presentazione, essendo entrate a buon diritto nel Pantheon delle glorie italiane; tuttavia, non sono eccezioni, perché gli episodi di valore sono stati innumerevoli, in tutta la storia d’Italia dal Risorgimento in poi, anche se nella maggior parte dei casi hanno finito per essere dimenticati.

Vale la pena di ricordare, a titolo di esempio, quanto accadde in Erzegovina nel febbraio 1943, in seguito alla battaglia della Neretva, combattuta dalle forze armate italiane contro formazioni partigiane largamente soverchianti (nella proporzione di 1 a 100): dopo il disfacimento della Jugoslavia nell’aprile 1941, il controllo del territorio era diventato oltremodo arduo per la presenza di una guerriglia sempre più forte, nonostante le divisioni in essere fra cetnici fedeli alla vecchia Monarchia, e comunisti agli ordini di Tito.

In quell’episodio, documentato in maniera dettagliata nella storiografia (confronta Antonio Lenoci, Cittadino Soldato Eroe, Editoriale Alpe Adria, Tolmezzo 1988, 270 pagine) il reparto agli ordini del Capitano Ferruccio Missio, forte di poche centinaia di uomini e di soli quattro cannoni, venne affrontato da quasi 20.000 titoisti, evento che si risolse con l’accerchiamento e l’inevitabile resa: pur presumendo che gli ufficiali sarebbero stati passati per le armi, il Comandante scelse tale soluzione nel generoso tentativo di salvare la vita al resto della truppa. In effetti, i superstiti furono fatti prigionieri, qualcuno dei quali, fortunosamente sopravvissuto, ha potuto testimoniare gli eventi (ci fu un solo traditore che scelse di abbracciare la causa partigiana ed il cui nome è stato giustamente cancellato).

Il più giovane ufficiale della formazione italiana era il Sottotenente Francesco Angileri di Marsala, assai affezionato a Missio, che al momento della cattura gli tolse i gradi e lo spinse fra i soldati in modo da risparmiargli la vita, ben sapendo che agli ufficiali non sarebbe stata risparmiata la mattanza. Nondimeno, quando fu chiaro quale sarebbe stata la conclusione della vicenda, e si stava già preparando il plotone d’esecuzione, Angileri non ebbe esitazione, facendosi riconoscere e fucilare assieme al suo Capitano ed agli altri 29 ufficiali che ne condivisero la sorte, in palese spregio delle leggi di guerra che i partigiani, in quanto formazioni non riconosciute, e senza divisa, non intendevano osservare.

Sono passati quasi tre quarti di secolo ed il ricordo della Neretva vive soltanto negli Atti dell’Ufficio Storico della Difesa e nella letteratura militare, unitamente a quello del generoso eroismo di Francesco Angileri, che volle onorare fino all’estremo sacrificio il proprio grado, e naturalmente, il vincolo di fede e di onore che lo legava al Capitano ed agli altri ufficiali; ma che nello stesso tempo volle rifiutare una prigionia che per lui sarebbe stata a più forte ragione ignominiosa (senza dire che, soprattutto dopo l’8 settembre, i partigiani slavi si fecero un vanto di «non prendere prigionieri» nemmeno fra la truppa).

In questa ottica, è cosa buona e giusta ricordare fra gli Eroi dimenticati anche il Sottotenente Francesco Angileri, caduto sul campo dell’onore, in ossequio a valori che al giorno d’oggi sono difficilmente comprensibili da quanti vivono all’insegna del materialismo e del consumismo, ma che proprio per questo è doveroso proporre alla conoscenza ed alla meditazione degli ignari. Certo, si tratta di un singolo episodio nell’ambito di una più vasta, immensa tragedia, che del resto è tale anche per l’iterazione infinita di quelle individuali; ma si tratta di un episodio che definire encomiabile sarebbe riduttivo. I valori umani, civili e patriottici per cui Francesco Angileri si è immolato nel plumbeo inverno jugoslavo del 1943 trascendono il tempo e lo spazio, ed onorano la sacra memoria di questo Eroe purissimo.