FIGURE DI COMBATTENTI, BARLETTA: Angelo Doronzo, 105 anni, veterano di tre guerre

TESTIMONIANZA  a cura di Tommaso Francavilla
«Le persone più cattive le ho conosciute in tempo di pace». Angelo Doronzo nasce a Barletta il 27 luglio 1911. Dopo la maturità classica, va a studiare presso l’Accademia Militare di Pinerolo,  nella Scuola di Cavalleria. Concluso di corso di ufficiale, in qualità di sottotenente, entra nel corpo dei Lancieri D’Aosta, coi quali viene inviato al seguito del Regio Corpo Truppe Coloniali, alla conquista dell’ Abissinia (Etiopia).Dopo la guerra di Abissinia, nel 1937, il sottotenente Doronzo viene inviato nella Spagna insanguinata dalla guerra civile, assieme alle truppe italiane, a sostegno  del generale Francisco Franco. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Angelo Doronzo è inviato nuovamente in Africa. Nella sua carriera, ha conquistato 25 decorazioni, di cui una Medaglia di Bronzo al Valor Militare e due Croci di Guerra.

Angelo Doronzo si congeda all’età 50 anni col grado di capitano e torna a Barletta, per continuare a gestire l’azienda agricola del padre, appena deceduto. Sono le 11.30 di una calda mattinata autunnale, mi reco a casa del capitano Doronzo, con Ruggiero Graziano, presidente dell’ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra) e dell’ANCR (Associazione Nazionale Combattenti e Reduci). Ad accoglierci, ci sono i figli del capitano, la prof.ssa Tina Doronzo e l’ing. Pasquale Doronzo. L’intervista si svolge in un studio, carico di cimeli di guerra e storia.

Signor  Doronzo, dove fu inviato in Abissinia (Etiopia)?

«Nel 1935, fui inviato nella capitale, Addis Abeba, al seguito del Generale Rodolfo Graziani. Ci vollero 7 mesi per conquistare l’Abissinia, ma furono necessari  altri due anni per combattere i ribelli abissini, comandati da sette Ras ( capi militari etiopici – ndr), che comandavano rispettivamente sette regioni abissine. I guerriglieri ribelli erano ben armati, ma alla fine siamo riusciti a contenere la ribellione, riuscendo a fare incoronare imperatore Hailè Selassiè».

Cosa successe durante uno di questi scontri?

«Durante uno di questi scontri, fui ferito da un guerrigliero, mentre ero a cavallo; il proiettile mi colpì all’inguine,  mi salvai. Tutt’ora conservo il proiettile estrattomi. Non c’erano regole nella guerriglia contro i ribelli: ricordo che contro i guerriglieri abissini, una volta catturati, usavamo l’iprite, torturandoli. Li facevamo camminare nudi lungo dei sentieri cosparsi di iprite che, al contatto con la pelle, la ustiona, causando piaghe terribili. Li osservavamo morire in questo modo, lentamente».

Dopo l’Abissinia, dove fu inviato?

«Nel 1937, imperversava la guerra civile spagnola. Fummo inviati, assieme ai nazisti, a dare man forte alle truppe fedeli al generale Francisco Franco, che combattevano contro i le truppe repubblicane spagnole e internazionali. Noi e i nazisti fummo inviati in Spagna senza mostrine o divisa, indossavamo solamente una tuta grigia, per renderci irriconoscibili, in quanto la nostra presenza in quei territori non era “ufficiale”. Io partii direttamente dall’Africa, arrivando via nave a Siviglia, poi fui inviato a Toledo, dove, tra i tanti orrori, vidi in una delle chiese della città, i cadaveri di 4 suore impalate sull’altare maggiore, uccise dai soldati repubblicani. Trascorsi 8 mesi in Spagna, fu terribile, i soldati repubblicani e soprattutto gli spagnoli erano spietati».

Cos’altro vide in Spagna?

«Stavamo entrando a Madrid al seguito delle truppe del generale Perez. Dalla città assediata, i soldati repubblicani minacciarono di fucilare il figlio del generale, se fossimo entrati. Entrammo lo stesso e ci fecero trovare il figlio del generale, massacrato all’ingresso della città».

Cosa ha provato durante la sua permanenza in Spagna?

«Rassegnazione. Noi soldati eravamo rassegnati a morire e a vivere con la morte accanto. Affrontavamo la guerra come se fossimo in un film. Terminata la mia permanenza in Spagna, affrontammo un viaggio di 4 mesi per tornare in Italia, passando per l’Algeria e la Tunisia».

Dopo la Spagna, cosa fece?

«Per un breve periodo, fui inviato in Cina, a Tientsin, che a quel tempo, era un possedimento coloniale italiano. Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, fui inviato in Africa. Su 53 Stati Africani, ne ho attraversati 37, con la morte sempre accanto. Si rischiava di essere uccisi in qualunque momento. Io stesso, vidi un tenente italiano ucciso dai suoi soldati mussulmani àscari (soldati mercenari eritrei -ndr), soltanto perché non aveva concesso loro la preghiera del sabato».

Dopo l’armistizio, cosa ha fatto?

«Dopo la prigionia in Tunisia, in un campo di prigionia inglese – da cui evasi – tornai in Italia del nord. Dopo l’armistizio, girare per l’Italia del nord era pericoloso, mentre cercavo di tornare a Barletta con mezzi di fortuna. Ho dormito anche su un albero, per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, in provincia di Parma. Ho dormito nei fossati, pur di sfuggire e tornare a casa. Fino a quando, fui preso prigioniero in Molise, presso Ripalimosani. Fui rinchiuso in casa di un pastore, in attesa di essere trasferito in una prigione. Riuscii facilmente a scappare».

Stimava i partigiani?

«Certo, erano persone valorose e piene di coraggio. I partigiani non uccidevano indiscriminatamente, come ad esempio fecero i nazisti, un giorno, dopo l’8 settembre, su una collina nei pressi di Bologna, dove uccisero 52 abitanti di un paesino. Ho provato a non vedere o sentire nulla degli orrori che mi circondavamo».

Cosa pensava di Mussolini, Re Vittorio Emanuele III e il generale Francisco Franco?

«Il Re era una persona qualunque, al contrario di Mussolini, che fu un grande uomo carismatico. Invece, Francisco Franco era un lestofante».

Come giudica la guerra?

«Era necessaria per stabilire l’equilibrio tra le nazioni. Oggi, le guerre non hanno motivo d’esistere, il mondo è globalizzato, tutto uguale. Non esistono nemmeno le persone adatte a fare la guerra. La guerra bisogna saperla fare. Noi, eseguivamo gli ordini di Mussolini, eravamo “cose”, la nostra personalità non contava nulla. La cattiveria era un vanto per noi».

Dopo la guerra, come ha vissuto?

«Le persone più cattive  le ho conosciute in tempo di pace. Ho visto cose peggiori delle guerre in cui ho combattuto. Ho pagato tutto a caro prezzo, ormai ho perso tutte le lacrime».