Ferruccio, 101 anni, pilota di guerra: «Mi rifiutai di bombardare i civili»

«Arrivavamo sopra Gibilterra e sganciavamo. Davo l’ordine io: “Aprire la stiva, bombe giù”. Poi viravamo di 180 gradi. Una manovra da condurre il più in fretta possibile per sfuggire alla contraerea. Come obiettivo avevamo navi e cantieri del porto. A guardarli dall’alto, sembravano inanimati. Però sapevo che sotto c’erano le persone. Militari, civili. Forse donne e bambini. Gente che con la guerra che combattevano noi non c’entrava niente». Ferruccio Bressan, 101 anni compiuti il 25 febbraio, ex sergente pilota dell’Aeronautica militare italiana durante il secondo conflitto mondiale, volava sul Savoia Marchetti S.M. 79. Un bombardiere che tutti chiamavano «il Gobbo» per via di quella postazione «curva» sulla fusoliera in cui sedeva il mitragliere.

Ferruccio non ricorda bene quante missioni fece su Gibilterra. «Forse due o tre. So che l’ultima volta rientrai in lacrime. Dissi al comandante che non volevo più bombardare, ero stanco di uccidere innocenti». Fu convincente. La richiesta fu accolta: «Mi trasferirono in un gruppo aereo destinato ai trasporti». Missioni persino più pericolose. Si trattava di portare rifornimenti alle truppe in Nordafrica. Decollo a Catania e atterraggio a Bengasi. All’approssimarsi della costa libica «spuntava la caccia inglese. Agguerritissima. Le sagome di Spitfire e Hurricane che all’inizio sembravano puntini tra sole e nuvole s’ingrossavano per ronzarci attorno come api sul miele. Poi si scatenava un inferno di fuoco e pallottole: volavamo serrati, uno vicino all’altro, per difenderci meglio dalle sventagliate delle loro raffiche. Se venivi colpito, precipitavi come una scatola di fiammiferi che prende fuoco... A me è andata bene: anche se a spararmi contro, centrandomi a una spalla e obbligandomi a un atterraggio d’emergenza con l’aereo incendiato fu la nostra contraerea, a Bengasi. Ci fu un blackout radio, non potei comunicare la parola d’ordine e ci colpì il fuoco amico. Morirono in cinque tra le fiamme e ci salvammo in due, il motorista, che perse un occhio, e io. Erano tutti amici...». E a questo punto Ferruccio smette di parlare.

Quando riprende cambia discorso e racconta di cosa ha fatto «per festeggiare i 101 anni e rivedere tutta la mia famiglia». Nello scorso autunno il sergente ha pianificato un lungo viaggio in Italia dove non tornava da trent’anni. A metà febbraio ha lasciato New York — dove si stabilì negli anni Cinquanta ottenendo la cittadinanza americana — per stare una paio di settimane tra Gaiarine (Trevigiano) e Sacile (provincia di Pordenone), i posti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia in cui è vissuto prima della guerra. Subito dopo aver rimesso piede in Italia l’ex aviatore ha ricevuto quella che definisce «una bellissima ed emozionante sorpresa», l’invito all’aeroporto di Rivolto (vicino Udine) delle Frecce Tricolori. I top gun dei sofisticatissimi Aermacchi Mb 339 — vanto della nostra industria aeronautica usato dalle aviazioni di mezzo mondo — si sono fatti fotografare accanto al sergente che pilotava il «Gobbo».

Ma la passione per il volo? Bisogna indietreggiare sino al 1937: «Lavoravo come operaio all’Alfa Romeo. Costruivo motori per aerei. Lì nacque tutto». Di giorno in fabbrica «e la sera studiava meccanica — racconta Lorenzo Poles, uno dei nipoti che lo ha accolto a Sacile — mentre al fine settimana correva a Malpensa per il brevetto». Prese le «alette», alla scoppio della guerra finì in Aeronautica che lo congedò nel 1942 dopo l’incidente a Bengasi, per le conseguenze delle ferite. Finita la guerra Ferruccio emigrò: prima in Argentina e poi negli Usa dove inventò un carburatore ad alto rendimento e un tornio per sagomare miniature metalliche. «Poi ho fatto l’orefice, ho preso il brevetto da paracadutista. E l’anno scorso a New York mi hanno rinnovato la patente. Scadrà nel 2028».