FEDERAZIONE DI VERONA, SEZIONE DI ROVERE' VERONESE: IV NOVEMBRE E INAUGURAZIONE CIPPO

Sotto una pioggia battente la giornata di Domenica 3 Novembre,  la Cerimonia della Festa delle Forze Armate per il paese di Roverè Veronese in provincia di Verona, è stata quest’anno particolarmente sentita, infatti presso il Monumento ai Caduti, è stato inaugurato un nuovo Cippo perché si è voluto dare risalto alla conclusione dei centenari; in particolare della fine della Prima Guerra Mondiale e della nascita dell’Associazione Nazionale Alpini a Milano.  Il cippo è stato realizzato per la deposizione di una zolla di terra raccolta presso la “colonna mozza” in occasione del pellegrinaggio annuale sul Monte Ortigara del 2017, a cento anni esatti dalla battaglia che lo consegno alla storia ed ai posteri come “il calvario degli Alpini”.

Nel Luglio del 2017, a seguito del Pellegrinaggio Nazionale, il consigliere del Gruppo Alpini di Roverè Veronese, Fiorentini Giuliano riportò a valle un piccolo sacchetto di terra raccolto con le nude mani sulla cima dell’Ortigara, là ove oggi c’è la Colonna Mozza.

Su quella cima le cronache ci dicono che è stata combattuta fra il 10 e il 29 giugno del 1917 una delle più cruente battaglie della prima guerra mondiale, ove a fronteggiarsi si trovavano la 6^ Armata Italiana e la 11^ Armata dell’Imperio Austro Ungarico. Alla fine delle operazioni si contarono perdite per 34.000 uomini fra morti feriti e dispersi, che ne fanno del monte un vero e proprio “camposanto”. Ogni pietra, ogni granello di terra di quel monte è stato irrorato del sangue, del sudore, della sofferenza che oltre 400.000 mila uomini hanno versato e sopportato su quei monti.

Perciò ogni anno l’Associazione Nazionale Alpini ricorda quei fatti attraverso un pellegrinaggio, ed è li che nel 1920 si riunirono per la prima volta a voler esserci ancora fra i propri commilitoni, amici, fratelli in armi, perduti in quei terribili momenti. Tale pellegrinaggio è condiviso con rappresentanti e reduci del fronte opposto, che lì hanno condiviso le stesse tremende condizioni dei loro fratelli contrapposti.

Nel 2017 con le celebrazioni del centenario, il Gruppo Alpini di Roverè, partecipando alla ricorrenza, matura il desiderio di “riportare” a casa i suoi figli caduti in quell’immane tragedia, e quindi metaforicamente lo fa portando a Roverè, quale “simulacro” una zolla, un piccolo sacchetto di quella terra che è pregna del sangue, del sudore e del valore dei suoi compaesani.

Allo scopo il Capogruppo, Pomari Fabrizio, ha incaricato l’architetto Antonio Trevisani, nonché socio del gruppo stesso,  di dare degna collocazione a quel simbolo, che allo scopo dice:

 “Ho immaginato quella terra quasi fosse un’icona, una sorta di oggetto sacro a cui bisognava dare una collocazione che ne esprimesse il suo alto valore simbolico”; quindi attraverso la collaborazione di ditte del posto ed artigiani, con un particolare ringraziamento a Pomari Roberto, Scardoni Luigi, Gandini Paolo e Gaio Andrea, si è realizzato un cippo in pietra rossa, che ne contenesse tale memoria. Il cippo alto circa cm 120, viene scavato allo scopo di crearne una nicchia in cui è stato collocato il vaso contenente la terra, e infine chiusa con una piastra in ferro, su cui è stato ritagliato un profilo di un soldato, intento a raccogliere un fiore, una stella alpina,  quale fiore che raccoglie in se il dono più prezioso di un uomo, la vita,  così come recitano le parole di una bellissima canzone alpina “……al è un splac plen di stelutis dal miò sang l’è stat bagnat……”.

Lo stesso cippo diventa simbolo, ne riprende e ne esalta il messaggio attraverso la scritta “Ortigara” 1917/2017, in cui si possono interpretare due reticolati,  che escono dal terreno ed in un gioco di intrecci diventano una “T”,  una croce a significare il calvario che su quelle rocce, migliaia degli alpini e migliaia di uomini, hanno vissuto.

La giornata è quindi proseguita, nonostante la pioggia persistente, ed a visto la benedizione del cippo da parte del parroco Don Matteo Zandonà con la deposizione di quella terra che metaforicamente “riporta a baita” i nostri nonni rimasti lassù.