FEDERAZIONE DI VERONA, SEZIONE DI PALAZZOLO: CELEBRAZIONE DEL CENTENARIO DEL MONUMENTO AI CADUTI

Il monumento ai Caduti che sorge nel sagrato della chiesa parrocchiale di Palazzolo, il primo eretto in Veneto e uno dei primi in Italia dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, fu inaugurato il 3 agosto 1919, una domenica, con una grande partecipazione di popolo anche dai paesi vicini, alla presenza della banda musicale del 79° Reggimento Fanteria della Brigata Roma, dei sacerdoti della Vicaria e di don Augusto Corsi, maestro elementare comunale e collaboratore parrocchiale di Palazzolo, chiamato anche “il Curato”, che fortemente volle questo ricordo. Don Augusto durante la guerra visitava le famiglie, scriveva ai soldati in armi, custodiva tante lacrime, ansie e anche le cattive notizie provenienti dal fronte; meditava nel suo cuore generoso che tutto ciò non doveva andare disperso. Valutava che davanti alla chiesa, ove affluivano tutti gli abitanti del paese almeno una volta la settimana per la Messa domenicale, un monumento poteva essere l’altare sul quale posare degnamente il pianto e il dolore dei familiari degli eroi, che col lore sangue avevano bagnato la terra della Vallarsa, del Pasubio, del Grappa, dell’Ortigara, e di altri luoghi che formavano la linea del fronte. Appena a Padova, a Villa Giusti, fu firmato l’armistizio il 3 novembre del 1918, il sacerdote costituì un comitato chiamato “Commissione” da lui diretto. Incontrò le famiglie del paese, raccolse offerte, fece redigere il progetto del monumento e suggerì una colonna spezzata. Ordinò i marmi a Sant’Ambrogio di Valpolicella e l’artista Ferrari eseguì la scultura, ingaggiò muratori e manovali che in quel periodo erano i soldati invalidi rimpatriati dalla prima linea o dai campi di prigionia di Mauthausen, piuttosto che di Sigmundsherberg, definiti “le città dei morenti”. Pure il trasporto dei materiali fu complicato perché gli animali da traino erano stati requisiti quasi tutti. Durante questa ultima ricerca sul monumento ai Caduti è emerso il nome di Teodosio Fasoli, nonno materno di Francesco Berto, Alpino del Gruppo di Palazzolo che racconta quanto avvenuto. Per portare gli elementi marmorei da Sant’Ambrogio di Valpolicella a Palazzolo, Teodosio mise a disposizione una pariglia di buoi e guidò il carro con il manufatto a destinazione, compiendo l’ultimo tratto del percorso spronando gli animali all’ultima fatica salendo fino al sagrato della chiesa per l’erta e sassosa strada del “ghetto”, ora via Piave che, con le vie Tagliamento, Pasubio, Isonzo, Quattro Novembre, degli Alpini e Piazza Vittorio Veneto forma la rete stradale che dal monumento si snoda nel centro storico del paese in memoria della sanguinosa guerra. Teodosio, conducendo i suoi animali, si mostrava orgoglioso di poter collaborare seppur con la morte nel cuore; il cinque agosto del 1918 il figlio Luigi era deceduto per le gravi ferite al capo all’ospedale di Casale in Monferrato dopo una lunga degenza. I genitori notavano che le lettere scritte dal figlio durante il ricovero si facevano sempre più rare, confuse e indecifrabili e alla loro visita lo trovarono purtroppo alla fine dei suoi giorni terreni. La madre talvolta raccontava ai familiari dell’ultimo incontro col figlio ma era tale il dolore che la commozione aveva il sopravvento, gli occhi le si riempivano di lacrime e un nodo alla gola impediva il suo parlare. Su quel cippo che Teodosio stava trasportando c’era scritto anche il nome del suo “bel” Luigino! Aggettivo col quale don Augusto lo ricorda nella sua Ode ai Caduti. Il sacerdote non si fermò neanche davanti al problema finanziario. Le ristrettezze economiche che la popolazione stava sopportando erano molte e le offerte raccolte non coprivano l’intero costo dell’opera. Si seppe che pagò personalmente la differenza; gesto che ci fa comprendere quanto amasse la gente di Palazzolo. Tutto fu completato in soli otto mesi dalla fine del conflitto nonostante le molte difficoltà. Il monumento sorge su un piano semicircolare al quale si accede da una gradinata. Ha forma ottagonale, con base di tre gradini pure ottagonale che elevano il complesso marmoreo, sulle cui facciate superiori sono scritti i nomi di diciotto Caduti della Prima Guerra Mondiale. A ovest c’è lo stemma Sabaudo e sotto un solo nome: don Augusto Corsi – Palazzolo 5/1/1926. Una modanatura allarga ulteriormente la base, al centro della quale è scolpita in rilievo una scena di guerra: un cannone, delle lance, delle bandiere contornate da rami di quercia e palma, su altri tre lati i nomi di sedici Caduti della Seconda Guerra Mondiale. Sopra il cippo basale c’è una colonna spezzata, simbolo della vita stroncata, siulla quale è cesellata la seguente dedica: AI NOSTRI EROI – CADUTI PEL DOVERE – NELLA GUERRA MONDIALE -1914/1918 – GLORIFICANDO – RELIGIONE E PATRIA – 3 AGOSTO 1919. Sulla sommità in altorilievo è raffigurata una corona d’alloro, immagine del premio dato nell’antichità ai vincitori. In occasione dell’inaugurazione del monumento don Corsi compose una poesia così intitolata: INAUGURANDOSI MESTAMENTE IL CIPPO MARMOREO ALLE VITTIME CARE DELLA GUERRA MONDIALE 1914/1918. Nei versi ricordò i Caduti citando i loro nomi e i luoghi più diversi d’Italia e d’Europa dove persero la vita, chiamandoli “la Santa Schiera di Eroi”. Erano da poco terminate le celebrazioni solenni per i Soldati Defunti, che il maestro-curato pensava di dare degna e festosa accoglienza ai sopravvissuti. L’8 dicembre 1919, festa dell’Immacolata, nella chiesa gremita di fedeli commossi che pregavano con fervore, celebrò un solenne ringraziamento a Dio e alla Madonna per il rientro in famiglia dei reduci e prigionieri; il maggior numero di loro tornò quasi un anno dopo dalla fine del conflitto. La cerimonia ufficiale si concluse davanti al monumento dove, reduci e familiari dei Caduti si strinsero in uno struggente abbraccio con tutta la popolazione apprezzando la sollecitudine con cui furono ricordati i valorosi eroi. Don Corsi per l’occasione scrisse un altro elogio: AI REDUCI CARI – DE LA GUERRA NEFANDA – IL REDUCE CURATO – PALAZZOLO 8/12/1919 Nel 1945 nell’area circostante il monumento fu collocato un cannone da contraerea, usato come anticarro da 90/53, del peso di 1450 kg, rinvenuto a palazzo Palazzoli, occupato dalle truppe tedesche durante il secondo conflitto mondiale e adibito a officina. Il cannone fu posto con la bocca rivolta verso il basso, per significare la resa della micidiale arma di fronte al Supremo Sacrificio dei Caduti. Si contano anche quattro involucri di bombe da aereo inesplose.