FEDERAZIONE DI PRATO: ATTIVITA' SVOLTE ED IN PROGRAMMAZIONE

UN ARTICOLATO PERCORSO INIZIATO L'8 OTTOBRE E CHE TERMINERA'  18 NOVEMBRE
La Federazione di Prato, come da tradizione, ha festeggiato il 4 Novembre non solo con la sua partecipazione alla manifestazione pubblica che come ogni anno ha visto la presenza anche dei giovani delle scuole, ma inserendo questa ricorrenza in un percorso molto più articolato iniziato l’8 Ottobre e che terminerà il 18 Novembre, percorso che ha visto le seguenti iniziative:
7 Ottobre inaugurazione di una mostra fotografica dal titolo “Il coraggio del NO” che racconta l’esperienza di un internato nel lager nazista Arb. Kommando  nr. 7 di  Sandbostel nel nord della Germania. E’ seguita la presentazione del libro “Elio Materassi – 44 mesi di vita militare (diario di guerra e di prigionia)” edito dalla  Regione Toscana e dal Comune di Pontassieve.                          
4 Novembre, al termine delle manifestazioni pubbliche, presentazione del Vol. 9  della collana “Ultime Voci” da parte del Prof. Francesco Venuti con la  partecipazione di uno degli ultimi IMI (Internati Militari Italiani) del nostro  territorio. C’è stata anche una grande partecipazione di rappresentanti istituzionali sia alla presentazione del libro che al tradizionale pranzo con gli associati e i loro   amici e parenti creando così un momento conviviale molto partecipato.
18 Novembre conclusione della mostra e presentazione del libro “Quelli di Radio   Caterina – La Resistenza dietro il filo spinato”  che narra le vicende accadute dall’8 settembre ‘43 al 24 agosto ‘45, periodo di prigionia del Tenente Arrigo  Bompani. Il libro è  curato dal Gen. Antonio Ceglia con la presentazione di   Angelo Tranfaglia ex Prefetto di Bologna.
Come si può capire dal programma la tematica affrontata è quella relativa agli Internati Militari Italiani (IMI).
Dopo l’armistizio dell’8 settembre l’esercito italiano, lasciato senza ordini, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere verso l’ex alleato tedesco, si dissolse. Molti militari andarono a ricostituire un nuovo esercito che combatté a fianco degli alleati, molti militari decisero di unirsi alle bande partigiane e molti altri, circa 600.000 furono presi prigionieri dai tedeschi e portati nei campi di prigionia in Germania.  Più di quarantamila morirono di fame o di tubercolosi, per sevizie ed esecuzioni sommarie o sotto i bombardamenti.Abbiamo fatto questa scelta perché riteniamo che troppo poco si sia parlato e soprattutto fatto per ricordarli. Si pensi che solo nel 2006 è stata fatta una legge che “…. riconosce a titolo di risarcimento soprattutto morale il sacrificio dei propri cittadini deportati ed internati nei lager nazisti nell’ultimo conflitto mondiale”  un riconoscimento simbolico la “medaglia d’onore” e ha istituito un Comitato per tale riconoscimento.
Come dice  Gianni Oliva nel suo libro Appunti per una storia di tutti, prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, edito dal Consiglio Regionale del Piemonte e dall’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte “ La rivendicazione della Resistenza antifascista si è ridotta per decenni al dibattito politico sulla guerra partigiana. Solo negli ultimi anni registriamo il recupero di una dimensione più ampia comprendente, oltre alla guerra partigiana, la deportazione politica e razziale nei lager di morte, la partecipazione delle forze armate nazionali alla campagna anglo-americana in Italia e la resistenza degli IMI nei lager tedeschi cioè le centinaia di migliaia di militari che preferirono la fedeltà alle istituzioni e rivendicarono la loro dignità di uomini con una tenace resistenza al nazi-fascismo scegliendo quindi di restare nei lager in condizioni durissime che hanno portato alla morte di circa 40.000 di loro.”           
 
Le iniziative fin qui realizzate hanno avuto successo e buona partecipazione di pubblico che ha apprezzato la scelta fatta dalla Federazione ed ha mostrato vivo interesse per un argomento che era sconosciuto alla maggior parte degli intervenuti.
Alla fine della guerra  su questa immane tragedia calò un inesplicabile silenzio. Parve che nella coscienza nazionale fosse avvenuta una sorta di rimozione dell’evento, anche se ben altre furono le motivazioni politiche e sociali che la determinarono.

Chi aveva patito tante sofferenze, come ha dolorosamente dimostrato Primo Levi, aveva poca voglia di parlare. Aveva provato l’indicibile e temeva di non essere creduto e questo accompagnato da un silenzio colpevole delle Istituzioni ha fatto si che quella che si può considerare la più grave disfatta politica e militare subita dal nostro Paese in epoca moderna, sia passata sotto silenzio.