Fascismo, i giorni di Villa Merli

Barbara Caffi ricostruisce per le Edizioni Fantigrafica le storie dei prigion ieridi Cremona: nel dossier salvato nel 1946 le torture del carcere repubblichino
Un romanzo nero. Un racconto vero. Un dossier rispuntato tanti decenni dopo fa rivivere ancora una volta il tormento della guerra. Con le aride parole dell’ufficialità ricrea il clima torbido del fascismo di Salò che ancora oggi si preferisce dimenticare, ammorbidire, persino giustificare come tenta di fare un revisionismo impudico.

Barbara Caffi, «Villa Merli. Il dossier ritrovato. “Per quanto ch’io soffra nel morire”» (Edizioni Fantigrafica, pp. 199, euro 20)
Barbara Caffi, «Villa Merli. Il dossier ritrovato. “Per quanto ch’io soffra nel morire”» (Edizioni Fantigrafica, pp. 199, euro 20)

Perché il misterioso dossier colpisce al cuore considerando i chilometri di bibliografia che esistono sull’argomento? Perché queste carte, queste veline, questi rapporti e verbali d’epoca appaiono come crudi brandelli di carne sanguinante.

Che cosa è successo. Il 22 giugno 1946 fu pubblicato sulla «Gazzetta ufficiale» della neonata Repubblica il decreto presidenziale, la cosiddetta «amnistia Togliatti», che concedeva l’amnistia — un vizio di casa — agli autori di reati puniti con una pena detentiva non superiore a cinque anni. Le pene di morte si commutavano in ergastoli, gli ergastoli in trent’anni di reclusione, le sanzioni superiori ai cinque anni dovevano essere ridotte di un terzo. La legge non ordinava di distruggere i documenti sui crimini fascisti, ma lasciò quel dubbio in uomini dello Stato che ne ebbero la responsabilità. Molti documenti finirono così al macero, molti furono invece archiviati, altri fatti sparire. A Cremona, ad esempio, alcuni funzionari della questura nascosero i faldoni delle inchieste fatte dopo la Liberazione, gli interrogatori, le lettere, i telegrammi, tutto quel che riguardava la «villa triste» della città. Un poliziotto lasciò in eredità il dossier al figlio con la preghiera di renderlo pubblico settant’anni dopo.

Quel poliziotto credeva nella verità dei fatti come prima fonte della Storia. Il suo desiderio è stato ora esaudito. È nato così un libro firmato dalla giornalista Barbara Caffi, Villa Merli. Il dossier ritrovato (Edizioni Fantigrafica, Cremona).

«Il dossier su Villa Merli — scrive l’autrice — è costituito da centinaia e centinaia di pagine, brogliacci e veline battuti a macchina e annotati con matite e inchiostri colorati, carte rese fragili dal tempo che si ha paura solo a sfiorare. (...) Sono documenti che fanno venire i brividi ancora oggi, a più di settant’anni di distanza. A guerra appena finita, portavano con loro l’odore della paura, del dolore, del sangue, della morte».

Villa Merli, a Cremona, è sul viale Trento e Trieste, viale del Pubblico Passeggio, nell’Ottocento. Un tempo ospitava un cappellificio, poi divenne la grande villa di una famiglia borghese della città. Adesso è un condominio di mattoni rossi che ha cancellato la memoria di quel luogo sinistro e anche le scritte che i detenuti, partigiani, ebrei, antifascisti lasciarono incise sui muri delle cantine.

Dall’estate del 1944 alla Liberazione la villa fu sede dell’Upi, l’Ufficio politico investigativo della Gnr, la Guardia nazionale repubblicana. A capo dell’Upi era Angelo Milanesi, imprenditore di vernici, giustiziato a Bergamo il 5 maggio 1945; a capo della Gnr il console Luigi Tambini, giustiziato a Gallignano di Soncino il 26 aprile 1945. Un luogo fosco, Villa Merli, nell’onda della Villa triste di Milano, in via Paolo Uccello 10, dove imperversò la banda Koch e dove nelle notti di sinistra baldoria, tra cocaina e alcol, le persecuzioni e le torture contro gli uomini della Resistenza furono atroci.

Milanesi e Tambini, anime dannate, ebbero il ruolo di esecutori degli ordini di Farinacci. Il ras di Cremona, dopo la seduta del Gran Consiglio, il 25 luglio 1943, si rifugiò all’ambasciata tedesca a Roma «tremante di paura», come scrisse il colonnello delle SS Eugenio Dollmann nel suo Roma nazista; ricevuto da Hitler, criticò malaccortamente Mussolini e fu giudicato con severità: «Quell’imbecille maldestro di Farinacci», scrisse di lui Joseph Paul Goebbels nel suo Diario intimo. Dopo l’armistizio dell’8 settembre il ras, un po’ scaduto, tornò a Cremona su un’auto della Luftwaffe e cominciò le sue vendette.

A Villa Merli è un continuo andare e venire di spie e di delatori. Anche di traditori. Come Rino Puerari che apparteneva alla garibaldina banda Ghinaglia. Saltò il fosso e provocò l’arresto di 150 persone: «Molti ebbero a subire gravi sevizie», scrivono i rapporti.

Raccapricciante il racconto di Cesare Buongiorno arrestato nel luglio 1944, trasportato a Villa Merli in un cassone con un bavaglio in bocca, picchiato con un bastone di gomma e con uno staffile. Riuscì a salvarsi e dopo la guerra testimoniò davanti alla Corte d’assise: «Mi si applicò alla fronte un cerchio di ferro che stringeva sempre di più alla mia [risposta] negativa». Sul viso, intanto, gli veniva proiettato un fortissimo fascio di luce che veniva da un faro posto in un angolo della stanza.

Finte fucilazioni, sevizie, torture furono la norma. E anche proposte di fuggire fatte ai prigionieri da finti doppiogiochisti, con l’intento poi di uccidere a colpi di mitra chi cascava nell’inganno.

Qualcuno, come l’ingegner Roberto Ferretti, futuro questore della città, comandante della banda Ghinaglia, rimase a Villa Merli 94 giorni, ma fu rispettato. I fascisti pensavano forse già al futuro e non volevano inimicarsi troppo i capi della Resistenza. Ferretti, un uomo alto, con un gran naso, insegnava matematica al ginnasio. C’è ancora qualche ragazzo di allora che lo ricorda a far scuola in cantina, svagato. Aveva ben altro nella testa.

Sedicenti marchesi, preti spretati, attricette di terz’ordine popolano la villa. La banda Koch manda a Cremona suoi uomini per spiare Farinacci, nel nome del ministro degli Interni Buffarini Guidi, il gran nemico al quale il ras locale voleva succedere. L’Upi, a sua volta, indaga su Koch. Fin quando, il 25 settembre 1944, gli uomini della legione fascista Ettore Muti irrompono nella milanese Villa triste e arrestano una cinquantina di persone. Gli uomini della Koch sono eccessivi persino per i fascisti.

Barbara Caffi riesce a dominare una materia così intricata e perversa. Collega via via con i suoi limpidi scritti le carte del dossier dell’orrore, quadri di vita malvagia, tra lusinghe, minacce, violenze fisiche e morali. Con l’oggettività possibile per una persona umana sa muoversi in un sottosuolo macabro e inimmaginabile.

Dedica il suo libro, tra gli altri, «alla famiglia di Giulio Regeni».

La vittima di oggi.