Notiziario: Da via Candelai al Politeama: storie dei Bordelli di Palermo prima della legge Merlin

Da via Candelai al Politeama: storie dei Bordelli di Palermo prima della legge Merlin

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
Un antico proverbio in dialetto recita: "Unni ci su campani, ci su bbuttani!" ("dove ci sono campane, ci sono puttane". Significa, che ovunque c’è un agglomerato urbano, ci sono femmine di facili costumi, una prostituta. Palermo quindi, con tutte le chiese che ancor oggi annovera, non poteva sfuggire alla regola.
A Palermo, come in tutte le città italiane, sino al 1958 (chiusero il 20 febbraio, con la Legge Merlin) c’erano decine di case di appuntamento che il popolo chiama casini oppure bordelli ed erano legalmente riconosciuti. Erano quasi tutti ubicati nel centro storico.
Il più prestigioso era quello gestito da Teresa Valido, donna di una forte personalità, capace di mettere tutti in riga, anche i gerarchi fascisti che la frequentavano: si trovava in via Vittorio Emanuele, nei pressi della Marina. Il suo interno era lussuoso, specchi, divani, canapè, letti a baldacchino e donne nude alle pareti.
Poi i gerarchi fascisti furono sostituiti dagli ufficiali americani negli anni dell’occupazione e non mancava naturalmente la buona borghesia. Alle Pensione Flores in via Gagini, per esempio, si recava spesso il bandito Salvatore Giuliano.
La legge fascista aveva messo ordine alla gestione borbonica di questa attività definendo in modo preciso l'istituzione di casini sotto il controllo della Pubblica Sicurezza. Stabilì i rapporti fra tenutarie, subordinati e signorine lavoratrici, ponendo norme comportamentali di queste ultime, nelle ore di libertà e di lavoro.
Generalmente, le signorine che prestavano servizio in queste case, seguivano la regola della rotazione che avveniva ogni quindici giorni (nda. la quindicina), le ragazze cambiavano casa e questa girandola di luoghi serviva a tenere desta la curiosità e il desiderio dei clienti.
Erano quindi sottoposte ad esami di ammissione per il passaggio da città a città e da un casino ad un altro, mandando documentazione fotografica particolareggiata alla maitresse accettante. Se venivano ammesse, dovevano esibire il loro patentino di buona salute.
Le carrozze le prelevavano non appena arrivavano in città e le conducevano immediatamente in Questura al fine di registrare il loro trasferimento, prima ancora di recarsi nelle rispettive Pensioni. Naturalmente, le carrozze avevano la tettoia rigorosamente chiusa, per non destare scandalo.
Questa operazione veniva chiamata "cuppune" dal coupon, in pegno di pagamento che gli 'gnuri (cocchieri) ricevevano dalla Polizia per svolgere questo servizio. La vita nel bordello per le signorine si scandiva secondo ritmi rigidamente militari: tra le altre cose avevano il permesso di uscire solo un'ora al giorno e mai in gruppo.
Il giusto compenso per le prestazioni era definito marchetta, variabile per classe di categoria del bordello e divisa in parti eguali fra la direttrice e la signorina, a cui veniva addebitata un quota per gli alimenti.
I clienti appartenevano a tutte le classi sociali, la loro origine si capiva a seconda dell'entità della marchetta o dall'importanza e la raffinatezza del bordello che frequentavano. I frequentatori erano semplici padri di famiglia, sacerdoti arrivavano sul luogo in abito borghese ed in orari discreti, i militari, i ragazzotti di primo pelo, i pensionati.
Quando qualche persona importante doveva si doveva recare in una casa di appuntamento l'anticamera veniva chiusa, oppure si organizzavano gli incontri dalla mezzanotte in poi, orario ufficiale di chiusura.
Le tariffe delle "marchette" variavano da casa a casa, in media 5 lire per la prestazione normale, dieci per la doppia, 15 lire per mezz'ora di sesso e 30 lire per un'ora.
Il dottor Catanzaro (nessuno sapeva il suo nome) era il medico che ogni settimana visitava le ragazze prima delle dieci del mattino, orario di inizio dell'attività. Ma c'erano le irregolari sparpagliate nei bassifondi del centro, a cui si rivolgevano i minorenni e i poveracci, che si concedevano per molto meno e con molti più rischi. Scolo e sifilide erano infatti malattie frequentissime.
Altre case d’appuntamento erano la Pensione Iolanda e la Pensione delle Rose nel vicolo Ventura vicino al Politeama, la Pensione Buganè al numero 10 di piazza Sant'Oliva, di fronte al Circolo Ufficiali.
Qui aveva la redazione il giornale "L'Unità" ed il capo cronista del tempo (Daniele Enriquez) si divertiva a fare scherzi telefonici chiedendo prestazioni strane. Una volta restò di gelo quando dalla signora Anna, maitresse della Buganè, si senti rispondere "Non faccia lo scemo che l'ho riconosciuta: lei è quel porco di padre Morello".
La Taibi invece si trovava in piazza Monte di Pietà, la Verneille e la Settequarti erano entrambe in vicolo Marotta. In via Lungarini c’era la Pensione Igiea, dove la maitresse, affacciandosi al balcone, rimproverava i passanti che facevano chiasso dicendo "Smettetela, ragazzi. Ma insomma, una signora che ha lavorato tutta la notte ha o no il diritto di riposare?".
C’erano anche i casini meno eleganti e confortevoli: si trovavano disseminati in tutta la città, dalla Cala alla via dei Cassari, dal vicolo Ragusi a via dei Candelai: nel marzo 1943, durante un raid aereo, la Pensione 900 fu bombardata e rasa al suolo, seppellendo una decina di donne, la tenutaria aprì porte a decine di marinai che erano andati a festeggiare la libera uscita.
Approvata la Legge Merlin, alla vigilia della chiusura della Pensione Bugané si festeggiò con una certa malinconia, si brindò fra i più intimi ed assidui clienti. Le maitresse e le prostitute per l'occasione abolirono le marchette. Storico fu il discorso fatto da madame Teresa che dopo avere riunìto le donnine disse "Care ragazze, questa sarà l'ultima nostra notte, vi ho chiesto contegno, distacco e professionalità ma questa volta divertitevi e bevete con i clienti. È terribile che si chiudano le case ma proviamo a non pensarci e lasciamo almeno ai nostri amici un ricordo indelebile".
Nei pressi di piazza Marina, una orchestrina composta da violinisti suonò struggenti melodie per salutare le avvenenti donnine che lavorarono per l'ultima volta.
Soltanto in via Candelai quella sera non si brindò nè si festeggiò anzi si maledisse la senatrice Lina Merlin, perché la sua Legge fu approvata mentre proprio un nuovo bordello stava per aprire i battenti.
Dopo la messa al bando, le donne di vita si dispersero, molte con i risparmi comprarono degli appartamentini dove continuarono ad esercitare e fu così che si trasferirono nei posti più infimi della città vecchia: il Borgo e la Vucciria si riempirono di lucciole e caddero nelle mani dei protettori.
Il posto in cui in particolar modo si concentrarono fu piazza Gran Cancelliere, una traversa del Cassaro: le tariffe qui andavano da duemila a tremila lire .
Ciò che adesso sembra scandaloso un tempo era nella norma nonostante in quel periodo non ci fosse la libertà dei costumi di adesso, tanto meno le malattie odierne. Le prostitute erano l'unica via di accesso al sesso e andare nelle case di appuntamento era una filosofia di vita largamente condivisa.