Con la penna e il fucile in terra di Russia

Furono tutti, seppur con gradi e compiti diversi, scaraventati nel turbine del fronte russo. Alcuni di loro avevano già combattuto in Grecia e in Albania, ma tutti furono accomunati da un comune destino: narrare, a conflitto concluso, quella immane tragedia, raccolta in diari, racconti, testimonianze. Scrive Giulio Bedeschi, autore di Centomila gavette di ghiaccio nonché di una proficua letteratura bellica, nel suo più celebre libro: “Spostando il tiro delle batterie e dei mortai in tutti i settori tenuti dalla Julia, i Russi tentavano di scardinare la disperata resistenza. Gli Alpini sostenevano la massacrante pressione che il combattimento imponeva, e fra una vampa e l’altra il loro occhio correva lungo i trinceramenti che fumavano e si sbrecciavano, constatando che nonostante l’inferno scatenato dalle artiglierie e la furibonda pressione dei battaglioni russi, nonostante i morti, i feriti, il gelo, la pazzia di star resistendo contro un nemico incomparabilmente più forte, la loro linea era ancora inviolata. Sovrumana per resistenza e capacità di sacrificio, la Julia teneva come un unico prodigioso mostro dai diecimila cuori, dalle ventimila braccia abbarbicate alla terra”. Ufficiale Medico, Giulio Bedeschi, con il grado di Sottotenente partì volontario per le operazioni in Grecia al seguito dell’11º Reggimento Fanteria della Divisione Casale, transitando poi nella Divisione Alpina Julia, 3° Reggimento Artiglieria da Montagna, con cui prese parte alle operazioni in Unione Sovietica.

Ritirata di RussiaE fu qui che l’allora ventisettenne medico si guadagnò una prima Croce di Guerra al Valor Militare, per i duri combattimenti del dicembre 1942: “Ufficiale Medico di Batteria alpina, di provato valore, in una difficile situazione che portava a continui, durissimi combattimenti difensivi, assolveva il suo compito di sanitario con serenità, calma e capacità incurante del micidiale fuoco nemico. Con la parola e con l’esempio trasfondeva in tutti gli elementi della batteria, la sua fede e la sua ferma fiducia nel successo e contribuiva oltre al suo stretto compito, a tutte le attività della batteria, specie nei momenti più avversi. Dava così conferma di doti non comuni di valore, di entusiasmo e di irremovibile tenacia alpina. Iwanowka, Quota Ovest di Nowa Kalitwa, Russia, 17-25 dicembre 1942”. E quando vennero i giorni della ritirata, delle marce a tappe forzate per fuggire dall’accerchiamento sovietico, non antepose mai il suo rango di ufficiale, restando sempre in mezzo alle sue Penne Nere e a quanti gli chiedevano aiuto e conforto. Fu in questa occasione che a Giulio Bedeschi venne conferita una seconda Croce di Guerra: “In un lungo periodo operativo, metteva in luce elette qualità di soldato. In aspro combattimento contro le forze avversarie, assisteva fra i pezzi numerosi feriti gravi. Medio Don, Fronte Russo, 16-30 gennaio 1943”.

Don Carlo GnocchiE conforto gli Alpini lo avrebbero ricevuto da un Cappellano, che negli anni successivi alla guerra mondiale, spenderà tutte le sue energie verso le vittime più indifese che il conflitto aveva causato: i bambini. Don Carlo Gnocchi, Cappellano Militare del Battaglione Alpini Val Tagliamento sul fronte greco-albanese e poi al seguito della Divisione Alpina Tridentina in terra russa, affrontò, affidandosi a Dio, il dramma della ritirata, dei combattimenti e dell’inclemenza dell’inverno sovietico. In una sua opera, Cristo con gli Alpini, così diversa dalle “gavette” di Bedeschi, scriveva: “Si può vincere l’insidia degli uomini, uomo contro uomo, anche se più agguerrito di armi, ma occorre una forza interiore e un valore personale di assoluta eccezione per vincere la guerra di una natura così ossessionante e disumana, e una stagione così ostile come quella che gli Alpini hanno dovuto affrontare e superare. Questo inesorabile andare verso l’orizzonte pallido e lontano, come verso l’infinito irraggiungibile, nella cornice di un paesaggio disperatamente nudo e disteso, nel quale la tragedia e l’eroismo individuale diventano risibile e vano sforzo contro il predominio bruto della natura, è tale da scoraggiare ogni resistenza e dar l’impressione di un silenzioso fatale naufragio del corpo e più dello spirito, in così passiva e crudele smisuratezza e prepotenza del cielo e della terra”.

Cimitero dei Bersaglieri in RussiaRientrato in Italia, Don Carlo peregrinò da nord a sud in tutta la penisola italiana, raggiungendo i familiari dei commilitoni caduti e mai più ritornati, dopo che ne aveva raccolto le ultime volontà e le ultime confessioni. Negli ultimi due, tragici, anni del conflitto, fu protagonista del salvataggio di numerosi cittadini italiani di origine ebraica ricercati dalle autorità naziste e della fuga di altrettanti prigionieri di guerra alleati fatti espatriare attraverso la Svizzera. Più volte arrestato, venne incarcerato presso San Vittore e liberato solo per l’intercessione del Cardinale di Milano, Ildefonso Schuster, lo stesso che, nell’aprile 1945, cercherà di ottenere la fine del conflitto senza un eccessivo spargimento di sangue, ospitando all’interno della Curia un incontro tra Benito Mussolini e i principali esponenti della Resistenza. Quella di Don Carlo Gnocchi dopo la guerra, fu una missione, che lo segnò profondamente: inizialmente, immediatamente dopo la fine del conflitto, decise di aiutare gli orfani degli Alpini e, in seguito, i giovani rimasti invalidi per la guerra, quelli che diventeranno i “suoi” mutilatini. La sua esperienza in Russia gli valse anche una Medaglia d’Argento al Valor Militare: “Cappellano del Quartier Generale di una Divisione Alpina, durante quindici giorni di duri combattimenti in azione di ripiegamento, incurante del pericolo si portava dove più infuriava la lotta per porgere ai feriti il conforto della fede ed ai combattenti la parola incitatrice di vittoria. Medio Don, Schebekino, Fronte Russo, 16-31 gennaio 1943”.

Mario Rigoni SternRiuscì a scrivere della propria esperienza in Russia (ma non solo), anche un Sottufficiale dalla dura scorza, come viene plasmato fin da giovane chi è natio della piana veneta dell’Altopiano di Asiago. Il Sergente Maggiore Mario Rigoni Stern, combattente in Francia, fin dal giugno 1940, e poi in Grecia e Albania, nella campagna di Russia prestò servizio nel Battaglione Alpini Vestone, Divisione Tridentina. Del suo libro, Il Sergente nella neve, chiare e limpide restano, come impresse nel marmo, le parole dell’incipit, che gettano immediatamente il lettore nel dramma di una guerra che era ormai persa: “Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il Quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde”. Si guadagnò anche lui, in terra di Russia, una Medaglia d’Argento al Valor Militare, ottenuta durante alcuni combattimenti nel settembre 1942, nel tentativo dei Russi di sfondare le linee italiane tenute dagli Alpini: “Sottufficiale di alti sentimenti, volontario, ardito, sprezzante del pericolo, durante l’attacco di una forte posizione avversaria, avuti inutilizzati i mortai d’assalto della sua squadra, assumeva il comando di un plotone di fucilieri, che era rimasto senza ufficiale, portandolo arditamente sulla quota assegnata, infondendo in tutti ardimento, calma e serenità. Ferito leggermente fin dall’inizio dell’azione, rifiutava di lasciare il reparto resistendo con mirabile tenacia ai reiterati contrattacchi dell’avversario. Durante la fluttuazione della lotta, con grande rischio della propria vita si lanciava a riprendere un’arma automatica che aveva dovuto essere abbandonata riportandola in salvo. Fulgido esempio di eroico ardimento, capacità e di sprezzo del pericolo. Quota 236,7 di Kotowkij, Fronte Russo, 1º settembre 1942”.

Carlo VicentiniE quasi come un ritornello, a tratti assillante, a tratti eco di una speranza lontana, quella semplice frase che Mario Rigoni Stern si sentiva ripetere come una nenia: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”. Ed ecco che il racconto si fonde con un altro grido, al tempo stesso di speranza e disperato: quello lanciato dal Generale di Corpo d’Armata Giulio Martinat che, al grido di “Avanti Alpini! Avanti, di là c’è l’Italia! Avanti!”, armato di un moschetto e qualche bomba a mano, si mise alla testa degli ultimi superstiti del Battaglione Edolo, suo primo reparto che ebbe l’onore di comandare e guidare nella campagna di Libia e con il quale cadde senza alcun rimpianto durante la rottura dell’accerchiamento il 23 gennaio 1943 a Nikolajewka. E chi non riuscì a tornare in Italia perché fatto prigioniero, trascorse anni di sofferenze e patimenti rinchiuso nei gulag della Siberia. Tanti non fecero ritorno, morti di fame e di stenti dietro ai reticolati, e tanti altri poterono rivedere l’Italia solo parecchi anni dopo la fine della guerra: gli ultimi ventotto prigionieri vennero rimpatriati tra il 1950 e il 1954. Carlo Vicentini, Sottotenente di Complemento del Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino, in Noi soli vivi narrò la campagna di Russia e gli anni difficili della prigionia. Nella Battaglia di Natale del 1942 si guadagnò una Medaglia di Bronzo al Valor Militare: “Comandante del Plotone Comando, nel corso di un duro contrattacco da parte di un reparto nemico preponderante in numero e mezzi, alla testa degli specialisti del suo reparto, interveniva con decisione nel momento critico e decisivo del combattimento. Sotto violenta reazione nemica cooperava saldamente alla riconquista di importante posizione e saldamente contribuiva alla sistemazione di difesa alla posizione stessa, contro ritorni offensivi dell’avversario. Instancabile, manteneva poi tra difficoltà di clima e di spazio, con scarsi mezzi, il collegamento di reparti più avanzati e laterali, sì da permettere il tempestivo intervento dei rinforzi nelle successive puntate nemiche. Quota 204,8 di Iwanowka, Russia, 22 dicembre 1942”.

Colonna ARMIRMa il peggio doveva venire. Esaurita l’offensiva di Natale, infranta contro le difese lungo il Don, nel gennaio 1943 l’Armata Rossa lanciò l’attacco finale che avrebbe annientato la linea tenuta dall’ARMIR: il reparto di Carlo Vicentini, per rompere l’accerchiamento, si aprì la strada combattendo. Nei pressi Nikitowka, per tre giorni, duri scontri videro impegnati gli Alpini e per Vicentini giunse la seconda Medaglia di Bronzo: “Dopo essersi distinto nella caccia a carri armati avversari, alla testa di un nucleo di Alpini affrontava decisamente un carro leggero in agguato, costringendolo ad allontanarsi. Permetteva così lo sganciamento ed il ripiegamento senza ulteriori perdite dei resti già provati del proprio Battaglione. Partecipava a numerosi sanguinosi scontri successivi tendenti, invano, ad aprirsi un varco nell’accerchiamento nemico. Astakoff-Nikitowka, Fronte Russo, 16-19 gennaio 1943”. Attacchi vani perché venne fatto prigioniero. E così scrisse: “Quando le porte vennero aperte, dai carri bestiame scesero i prigionieri sopravvissuti. Ci voleva molta, molta fantasia per riconoscere in quegli individui barcollanti sulle gambe anchilosate, infagottati in luridi abiti, in quelle facce sporche, irsute, scavate dal digiuno, i baldi giovani che nemmeno un mese prima, tenevano in scacco l’Armata Rossa e cantavano a squarciagola: e se la buffa ti lascia il passaggio, noialtri Alpini fermarti saprem”.

Era stato deportato al Campo di Concentramento numero 188: Tambov, lo stesso campo in cui molti prigionieri, per sopravvivere, dovettero ricorrere al cannibalismo, nutrendosi dei corpi dei compagni che non ce l’avevano fatta. Della campagna di Russia in tanti hanno scritto. Oltre a Giulio Bedeschi, Don Carlo Gnocchi, Mario Rigoni Stern e Carlo Vicentini, altri reduci scrissero pagine altrettanto commoventi e drammatiche. Tra questi, il Capitano Medico Ettore Sacco, il Tenente Nuto Revelli, i Sottotenenti Egisto Corradi ed Eugenio Corti, e Fidia Gambetti, che partì volontario come Camicia Nera e, dopo essere stato fatto prigioniero, tornò in Italia quale fervente antifascista, divenendo poi anche redattore de L’Unità. E tutti i loro scritti, le loro memorie e testimonianze un unico filo li univa e li unisce tutt’ora: il ricordo di quanti non fecero ritorno dalle bianche lande desolate della steppa russa, dal Don ghiacciato e dai reticolati dei campi di prigionia. E un testimone da lasciare ai giovani che sarebbero venuti dopo e che la guerra l’avrebbero conosciuta solo leggendola nei libri di scuola: testimoniare, a gran voce, che orrori come quelli della Seconda Guerra Mondiale non abbiano mai più a ripetersi.