Caserme e fortini Le Marittime fortificate

Dovunque passino, gli uomini si lasciano tracce alle spalle. Se si tratta di uomini armati, le tracce si chiamano fortificazioni, ricoveri, bunker, strade militari. Spesso si tratta di strutture costruite sugli stessi siti già occupati da altre opere militari più antiche. L’evoluzione delle fortificazioni ci racconta in controluce come si sono trasformate nel tempo le tecniche belliche e le vicende politiche europee, la loro dismissione testimonia l’epilogo pacifico di secoli di tensioni sulle Marittime...

Nel 1871 viene redatto il “Piano Generale per la Difesa dello Stato”, detto anche Piano Ferrero, per la protezione dei confini del giovane Regno d'Italia. Nel 1882, a seguito della stipula del Trattato della Triplice Alleanza con Austria e Germania, il Piano viene profondamente rivisto: con la Francia nemica, il confine occidentale assume una notevole rilevanza strategica. Dal 1876 iniziano anni di febbrili attività, nei quali le Alpi Occidentali vedono la costruzione, o l’ammodernamento, di numerose **fortificazioni a protezione delle principali vie di sbocco verso la Pianura Padana.

La Valle Gesso, a causa dei suoi impervi valichi che consentono il transito esclusivamente a piccoli contingenti di fanteria con armamenti leggeri, rimane solo marginalmente interessata dai lavori. I colli principali della valle vengono comunque difesi da truppe mobili, ospitate in caserme e ricoveri in quota. Negli alti valloni del Valasco e della Valletta sorgono rispettivamente i ricoveri ai Laghi inferiori di Valscura e ai Laghi inferiori di Fremamorta; l’alto Vallone della Barra** vede invece la costruzione dei due ricoveri Lombard e del ricovero Malariva, nei pressi del Lago del Praiet; altri ricoveri per pochi uomini, dei quali oggi non restano che poche pietre, sono edificati in corrispondenza dei valichi minori.

Ben presto la sistemazione difensiva viene completata con due grosse caserme. Nel 1894, si lavora ai Laghi superiori di Fremamorta, dove vengono realizzate la Caserma Umberto I, in grado di ospitare 120 uomini e 3 ufficiali, e una scuderia per 10 uomini e 10 “quadrupedi” (cavalli e muli). Qualche anno più tardi, ai Laghi superiori di Valscura viene costruita la Caserma del Druos, per 400 uomini, 6 ufficiali e 10 muli. Sull’effettiva data di costruzione di questo edificio non vi è certezza: documenti militari d’epoca la datano nel 1903, mentre fonti bibliografiche più recenti la collocano negli anni 1916-17. È verosimile che durante il primo conflitto mondiale la caserma sia stata solo ristrutturata, anche con il contributo di prigionieri di guerra austriaci, e che in tale occasione sia stata intitolata al Capitano Massimo Longà del 1° Reggimento Alpini, deceduto sul Monte Ortigara nel giugno 1917.

Nella malagevole Valle Gesso, mancano dunque le imponenti fortificazioni in pietra di fine '800, fulcro degli sbarramenti e dei campi trincerati, impiegate a difesa dei più comodi (e dunque più vulnerabili) valichi delle vallate vicine. In Valle Vermenagna, il Colle di Tenda viene dotato di due linee difensive, imperniate sul Forte Colle Alto e sulla Caserma difensiva Centrale, appoggiati sul fianco destro dai Forti Pernante, Giaura e Margheria, sul fianco sinistro dai Forti Taborda e Pepino.

In Valle Stura, a supporto del Forte Albertino di Vinadio, vengono costruite la Batteria Neghino sul fianco destro, le Batterie Serziera e Piroat sul fianco sinistro. Durante la Prima guerra mondiale, combattuta sul fronte orientale, non si annoverano nuovi lavori di fortificazione sulle Alpi Marittime: nell’evoluzione delle opere difensive mancano pertanto esempi di postazioni basate su torrette a scomparsa e cupole corazzate, sorte in altre piazze per far fronte all’aumentata potenza e precisione di tiro delle artiglierie.

Gli interventi di fortificazione lungo questo settore dell’arco alpino riprendono solo dalla metà degli anni ’20. Vedono la luce le prime realizzazioni di quella che sarebbe divenuta la nuova concezione degli schieramenti difensivi, mutuata dalla guerra di posizione del primo conflitto mondiale: una serie di linee difensive, sviluppate in profondità e appoggiate da armi automatiche in postazioni casamattate, si erano rivelate una difesa quasi insuperabile, atta a smorzare gli assalti nemici e a preparare eventuali controffensive. In base a questa idea nasce, nel 1931, il Vallo Alpino del Littorio, una linea fortificata lungo l’intero confine italiano, formata da migliaia di casermette e opere difensive vere e proprie, che avrebbe dovuto proteggere i “Sacri Confini della Patria” dagli attacchi nemici.

Ancora una volta, la Valle Gesso resta a lungo ai margini degli interessi strategici. All’inizio degli anni ’30, quando in altre aree alpine i cantieri sono già aperti, sulle Marittime c’è ancora poco movimento. Solo sul finire del decennio ha inizio la costruzione di due linee difensive, la prima disposta lungo lo spartiacque alpino, la seconda alla confluenza delle principali vallate. È così che vengono costruite, quasi in serie, piccole Opere da combattimento costituite da singoli monoblocchi di calcestruzzo seminterrati, progettati per resistere ai piccoli calibri, armati con una o due mitragliatrici e presidiati da un pugno di uomini. A differenza di quanto accade quasi ovunque, le feritoie delle casematte non vengono nemmeno dotate di piastre metalliche di corazzatura.

Le Opere sono spesso affiancate da piccoli nuclei armati, con protezione alle schegge e alle armi leggere, detti NAS, arroccati sui fianchi dei pendii rocciosi a difendere malagevoli colletti secondari o semplicemente a incrociare il tiro con le Opere maggiori. Lungo la prima linea difensiva, troviamo sia Opere che NAS al Colle di Finestra (Opere 126 e 127), al Colle di Ciriegia (Opera 133 e Opera 134, quest’ultima rimasta a livello di progetto), al Colle di Fremamorta (Opera 136 e Opera 135, mai terminata) e alla Bassa della Lausa (Opera 144); solo NAS ai Passi di Pagarì e della Rovina, al Colle di Mercantour e alla Bassa del Druos (dove era però stata costruita, al risparmio, una batteria in caverna).

Alla difesa dei valichi contribuiscono poi truppe mobili, alloggiate in decine di casermette e bivacchi, di dimensioni variabili in funzione dell’importanza della direttrice da coprire. La seconda linea difensiva era costituita da cinque Opere in tutto: tre poco a monte di Terme di Valdieri, nei Valloni della Valletta (Opere 274 e 275) e del Valasco (Opera 276); due presso il Ponte della Rovina (Opere 270 e 271), allo sbocco dei Valloni della Barra e della Rovina. Tra le due linee, al Gias delle Mosche, al Pian della Casa, al Gias Isterpis e al Piazzale dei Cannoni presso il Gias della Siula, erano schierate delle postazioni di artiglieria a supporto della prima linea.

Solamente all’inizio degli anni ’40, ipotizzando di dover fronteggiare anche forze corazzate e tiri di artiglieria di grosso calibro, prende corpo la sistemazione della terza linea difensiva, ubicata nei pressi di Tetti Cialombard, a monte della frazione di Andonno (Valdieri). Qui vengono progettate (e in parte realizzate) quattro grosse Opere in caverna, dotate ciascuna di numerose postazioni in casamatta, locali logistici e cameroni, con presidi di decine di uomini. La maggiore di esse, l’Opera 8 Avanzata, in sinistra orografica del Torrente Gesso, è stata quasi interamente demolita da recenti lavori di cava; alle sue spalle, l’Opera 8 Arretrata è ancora in discrete condizioni. In destra orografica, l’Opera 9 può dirsi quasi terminata e i lavori per l’Opera 10, nata per conferire profondità allo schieramento, sono stati interrotti a livello di scavo in roccia alla fine del 1942, quando le sorti del conflitto erano ormai segnate.

Ormai in rovina, spesso mimetiche e ben nascoste, le opere militari stupiscono oggi gli escursionisti per l’ingegno e per la capacità tecnica di chi le ha ideate e costruite... sono un buon motivo in più per guardarsi attorno con curiosità mentre si cammina sulle strade e sui sentieri del Parco!