APPROFONDIMENTI: Tornano a casa 100 caduti in Russia. Le storie: Pasquale e Carmine, i due gemelli in partenza per il fronte: «Giochiamocela a testa o croce»

Trovate le spoglie di fanti, alpini e bersaglieri morti durante le battaglie sul Don, tra il 1942 e il 1943. Saranno tumulati sabato nel sacrario militare di Cargnacco, in Friuli. Di loro, 94 resteranno ignoti; di sei sono state trovate le identità e la toccante cerimonia sarà davanti ai familiari

Settentasei anni dopo, rientrano in Italia le salme di cento caduti in Russia trovati mesi fa lungo le anse del Don, dove si combatterono feroci battaglie. Saranno tumulati sabato (grazie al fattivo adoperarsi di Onorcaduti, l’ufficio della Difesa che si occupa di ritrovare i nostri soldati dispersi dalla Grande Guerra in poi) nel sacrario militare di Cargnacco, in Friuli Venezia Giulia. Di loro, novantaquattro resteranno ignoti. Ma di sei abbiamo le identità; e di quattro abbiamo anche le foto e, in parte, le loro storie. Quelle testimoniate dagli archivi dell’Esercito, dalle lettere inviate a casa e soprattutto dai ricordi diretti dei familiari. I soldati sono morti tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943. Di freddo, di stenti, combattendo. Militari in grigioverde: alpini, fanti, bersaglieri. Anche volontari delle camicie nere.
Alla cerimonia ci saranno pure i parenti di alcuni dei caduti che il mese scorso, dai carabinieri, hanno ricevuto la notizia del ritrovamento dei resti. Parliamo di una scena toccante, quasi da film tipo «Salvate il soldato Ryan». Immaginate: una «gazzella» dell’Arma si presenta a casa, un militare suona il campanello; ma per fortuna il primo imbarazzato timore alla vista della divisa, da parte di chi apre la porta, sparisce subito. Perché il carabiniere sorride: «Siamo qui per portare quella che riteniamo una buona notizia». Luca Iorio, vigoroso e simpaticissimo

Da sinistra, Pietro Ramoino, Pasquale Iorio,  Lorenzo Scaramella e Giuseppe Muselli Da sinistra, Pietro Ramoino, Pasquale Iorio, Lorenzo Scaramella e Giuseppe Muselli

Pasquale iorio, il destino a testa o croce

signore di 87 anni di Sessa Aurunca, nel Casertano, un po’ è allegro e un po’ s’intristisce a raccontare, appunto, di quando qualche settimana fa lo abbiano informato che finalmente suo fratello Pasquale, fante del 79° reggimento della Pasubio, sarebbe tornato a casa. Luca aveva dieci anni quando Pasquale partì. Facevano parte di una famiglia solida e numerosa. Nove fratelli, tutti contadini come il papà Giuseppe, cavaliere di Vittorio Veneto. Pasquale era il primogenito, gemello di Carmine: le norme dell’epoca prevedevano che il primo a partire per il fronte fosse il primo a nascere. «Ma non c’era un documento preciso che stabilisse chi tra i miei fratelli fosse stato il primo a venire al mondo. Così decisero di giocarsela a testa o croce» è il ricordo nitido di Luca. Carmine si arruolò per primo, partì per la Sardegna. «Pensavamo fosse stato il più sfortunato... subito in divisa». Ma non fu così. Pasquale venne richiamato l’anno dopo e ... (leggi di seguito le storie di Pasquale e degli altri soldati, Lino, Giuseppe, Pietro, Lorenzo ed Eugenio).

E appunto: Pasquale venne richiamato l’anno dopo. Così decise il destino, così decise il lancio di quella moneta. Il soldato finì sul fronte russo. Aggregato alla divisione Pasubio. «Dalla guerra mio zio scrisse tre o quattro lettere» racconta adesso Raffaele — ingegnere, 47 anni, il figlio di Luca — assai rammaricato perché quelle lettere ancora non è riuscito a ritrovarle, finite chissà dove, in qualche solaio. Però il loro contenuto lo ricordano tutti in questa bella famiglia che sabato sarà per intero alla cerimonia a Cargnacco. Alcune delle parole tramandate valgono una poesia. Questa: «Cara madre fatte un buon Natale perché io me lo passo in guerra…». Un verso (definiamolo così) consegnato dalla posta militare a fine 1942; qualche giorno dopo Pasquale venne dichiarato disperso. «Mia nonna intuì tutto, da quelle parole. Intuì per la prima volta come stesse davvero suo figlio che prima non si era mai lamentato in quei racconti inviati a casa». E che forse proprio per questo non erano mai stati «oscurati» dal ferreo controllo della censura. Fatto sta che

Pasquale Iorio Pasquale Iorio

quando fu chiaro che Pasquale non sarebbe mai più tornato, mamma Lucrezia, nella sua casa arroccata nella bella campagna di Sessa Aurunca, indossò un vestito nero, quello del lutto, mai più smesso. Come mai più sparì dal suo volto quell’espressione malinconica — «come se per lei non fosse più festa, nemmeno la domenica quando eravamo tutti assieme» — che l’accompagnò sino alla scomparsa, negli anni Sessanta. Suo figlio Luca ricorda ancora commosso quando — era nei giorni terribili in cui da quelle parti il fronte si fermò per i cruenti scontri attorno a Cassino — la donna dava aiuto ai militari sbandati. «Che fossero italiani e inglesi per mamma non faceva differenza. Stavamo in campagna, qualcosa in più da mangiare lo avevamo. Una pignatta con pasta, fagioli e cipolle c’era sempre per chiunque la domandasse. E lei, nei volti stanchi e impauriti di quei ragazzi in divisa, ritrovava quel figlio lontano, atteso vanamente... Figurarsi: ospitammo a lungo quattro nostri fanti che vissero nascosti per evitare di finire deportati in Germania. Una volta arrivati gli alleati, di loro non ho saputo più nulla».

«Una gioia immensa, totale, infinita»

Ma il mese scorso cosa ha provato Luca Iorio nel sapere che erano state trovate le spoglie del fratello Pasquale? «Una gioia immensa, totale, infinita. Gioia per mia madre — è il fiume di parole inarrestabile — che ha sempre vissuto nella speranza di un ritorno. Gioia per me, che di lui conservo un ricordo nitido, come l’avessi visto ieri: era un lavoratore instancabile e generoso. E poi gioia per tutta la mia famiglia, finalmente riunita (altre sorelle del soldato sono ancora in vita, ma non sanno se andranno a Cargnacco, ndr). Raffaele è felice di potermi accompagnare a Cargnacco dato che io oramai mi sposto con difficoltà con una specie di girello. Saremo lì a ricordarlo, assieme agli altri caduti. Poi riporterò la sua cassetta qui a casa. H pensato a tutto: per ventiquattr’ore la lascerò nella stanza da letto dove ha sempre dormito. Poi ci sarà il funerale vero e proprio. Ma vuol saperlo? Sono felice, e per me sabato sarà una festa...»

Da sinistra il nipote e il fratello di Pasquale Iorio: ovvero padre e figlio, Raffaele e Luca, 47 e 87 anni Da sinistra il nipote e il fratello di Pasquale Iorio: ovvero padre e figlio, Raffaele e Luca, 47 e 87 anni

Lorenzo Scaramella, il fratello provò a cercarlo...

Tre fratelli in guerra, tutti di Samolaco, provincia di Sondrio. Tutti alpini. Miro, Remo e Lorenzo Scaramella. Miro e Remo torneranno, Lorenzo no. Sappiamo di sicuro che a un certo momento, nell’inverno tra il 1942 e il 1943 mentre la ritirata di Russia stava facendosi sempre più drammatica, nei pressi di un treno in procinto di riportare gli alpini a casa ci fu una scena così, anche questa da film. «Miro raccontava spesso che al termine di una delle tante battaglie disse a Remo di salire sul vagone — è il ricordo che viene da Annarosa Fallini, una delle nipoti — mentre lui sarebbe rimasto per cercare il fratello maggiore, diceva di averlo cercato fra tantissimi morti ma di non essere riuscito a trovarlo. Lui continuava a sperare di riportarlo a casa: vivo, morto, ferito...». Miro però non trovò nulla e tornò dalla Russia molto tempo dopo gli altri soldati rimpatriati nel 1943. Negli anni successivi, con i familiari, parlando «della guerra si emozionava a tal punto da non riuscire a raccontare più di pochi episodi, dal grande freddo alla povertà in cui vivevano cercando bucce di patate e gambi di verze scartati per farne una minestra». Di Lorenzo sappiamo ancora qualcosa, oltre a quel che ci viene descritto da una bella foto che lo ritrae sorridente e vigoroso in abiti civili, assai somigliante all’attore Daniel Craig: era il sesto dei quindici figli di Giacomo Scaramella e Maria Fattarelli, entrambi contadini. «Viste le dure condizioni di vita ai tempi, crescemmo solamente in nove, gli altri miei fratelli e sorelle non riuscirono a superare l’anno e mezzo di vita - è il ricordo scritto da una delle sorelle che farà di tutto per essere a Cargnacco — . In seguito alla morte di mia madre nel 1935 io fui data in adozione ai miei zii all’età di cinque anni, ma ricordo ancora bene Lorenzo che lavorava come contadino». Cinque anni più tardi il fratello venne chiamato alle armi nel 30° Battaglione Alpini genio guastatori; era l’11 giugno 1940. Venne dichiarato disperso dal 10 gennaio 1943.

Lorenzo Scaramella in abiti civili Lorenzo Scaramella in abiti civili

Giuseppe Muselli, camicia nera

Sappiamo qualcosa anche di Giuseppe Muselli, nato a San Bassano, borgo duemila anime nel Cremonese. Sappiamo che era stato arruolato nel XIV Battaglione Camicie Nere «Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale» e che era, nel racconto del nipote Giovanni Ungari, un temperamento «controcorrente». Secondo di cinque fratelli, stanco di stare in campagna, cercò fortuna a Milano dove lavorò come operaio per poi arruolarsi nelle «camicie nere». Scriveva regolarmente a casa, missive che inizialmente da entusiaste divennero sempre più deluse. Smise di scrivere dal dicembre 1942. I suoi resti, trovati a Krasnogorovka, nella regione di Donetsk, oggi in Ucraina, riposeranno da sabato a Cargnacco.

Giuseppe Muselli Giuseppe Muselli
 Giuseppe Muselli

Pietro Ramoino, autiere

Di Pietro Ramoino, nato a Pontedassio (Imperia), sappiamo solo che venne arruolato nel 201/mo Autoreparto. La data del decesso, o del momento in cui venne dichiarato disperso, è il 31 gennaio 1943. I resti sono stati ritrovati a Rossosch. Lontani familiari hanno fornito a Onorcaduti una sua foto.

Pietro Ramoino Pietro Ramoino

Eugenio Mazzesi e Gianni Omezzolli

A Rossoch sono stati ritrovati anche i resti di Eugenio Mazzesi (nato a Ravenna il 22.07.1922; reparto di appartenenza: IX° Battaglione misto genio, data di decesso o dispersione 25 febbraio 1943) ma di lui i lontani familiari ricordano ben poco. Se non che fosse molto bravo a disegnare.
Qualcosa in più sappiamo di Lino Omezzolli, classe 1910, di Riva del Garda, fante della Pasubio proprio come Iorio (e nulla ci vieta di pensare che i due soldati si conoscessero, o che fossero addirittura divenuti amici.) I suo resti sono stati trovati a Deresovka. A ricevere la notizia del «ritorno a casa» un mese fa è stato suo nipote Gianni Omezzolli (il cui padre era Arturo, fratello di Lino), uno che la divisa l’ha cucita addosso. Alpino nell’anima (è stato un sergente istruttore al Car di Cuneo nel 1964-65), dal 2000 al 2018 Gianni Omezzolli è stato capogruppo dell’Ana di Riva ed è ancora l’attuale vice. «Certo che sarò a Cargnacco, sabato...» ci racconta con la voce rotta dell’emozione evidente.

La piastrina di Lino Omezzolli La piastrina di Lino Omezzolli

Parla il generale di Onorcaduti

Alessandro Veltri, generale di divisione, sposato, due figli, è il commissario generale per le onoranze a caduti, l’ufficio della Difesa che si occupa della ricerca, del recupero e dell’eventuale rimpatrio dei militari italiani morti al fronte, dalla Grande guerra in poi. Parliamo di un milione di caduti. La gran parte dei quali riposa nei sacrari in Italia o all’estero. Ma di molti altri invece non sappiamo nulla. Per questo la ricognizione delle informazioni dei dispersi in Russia, in Africa, sui fronti in cui le truppe in grigioverde combatterono dal 1915 al 1918, è continua. Ogni indizio può riaprire un cold case storico, ogni dettaglio può servire per riportare a casa salme di dispersi e di restituirle alle famiglie. «In tanti casi ci sono ancora parenti in vita — spiega Veltri, un curriculum sterminato che comprende incarichi operativi in Afghanistan, al comando della brigata Sassari, e diplomatici, come in Israele dove è stato addetto alla Difesa in ambasciata —, come nel caso del recente rimpatrio delle salme dalla Russia». Il generale si riferisce, visibilmente commosso, «alle famiglie di Pasquale Iorio, Lino Omezzolli e Lorenzo Scaramella che parteciperanno alla cerimonia di sabato». Dei caduti, 94 resteranno senza nome, riposeranno a Cargnacco, assieme ad altri 12 mila militari, tutti rientrati dalla Russia, e tutti in gran parte senza nome. Veltri ricorda la storia di questo cimitero, «fondato da don Carlo Caneva, prete militare con gli alpini inviato in Albania, Grecia e Russia. Coltivava un sogno,

Alessandro Veltri Alessandro Veltri

quello di costruire un camposanto a Cargnacco, dove aveva sempre vissuto, per i militi ignoti morti in Russia. Gliene sarebbe bastato ritrovare uno: ma nel tempo, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino che ci ha dato la possibilità di collaborare più strettamente con le associazioni militari russe che si occupano di soldati dispersi, i rimpatri si sono moltiplicati, diventando decine, se non centinaia all’anno».
L’ultimo rientro si deve a Ferdinando Sovran, ex alpino di 8 anni di Spilimbergo, provincia di Pordenone, che da vent’anni va in Russia, sui luoghi della ritirata, in cerca di cimeli dei soldati italiani che hanno combattuto la Seconda Guerra Mondiale. Di villaggio in villaggio, parla con la gente, ascolta i contadini, raccoglie testimonianze e oggetti; spille, mostrine, documenti. Tra le sue mani ogni indizio diventa una pista da seguire, una storia che s’ingrossa. E che gira a Onorcaduti, dove gli specialisti - «007» esperti di storia militare e archeologia - mettono in moto l’investigazione. Come nel caso degli ultimi cento, quasi tutti ritrovati nelle regioni di Voronez e Rostov. Si tratta di aree in cui si è combattuta la «seconda battaglia difensiva del Don» o dove hanno transitato le truppe dell’ottava Armata italiana in Russia (Armir). Cento caduti restituiti alle famiglie e che da sabato riposeranno in Italia.