APPROFONDIMENTI SUL RANCIO DEL SOLDATO

Si è parlato spesso dell'inadeguatezza della preparazione dell'Esercito Italiano durante il secondo conflitto mondiale rispetto all'esercito tedesco, col quale non si riusciva a reggere il confronto, e poi a quello Statunitense, contro il quale non si riusciva quasi a reggere lo scontro.
Ebbene, tutto il gigantesco coraggio e valore dei soldati italiani in guerra (riconosciuto persino dagli avversari e dagli stessi alleati tedeschi) non venne vanificato solo dalle armi scarse e arretrate, ma anche dal problema della gestione del PASTO DEL SOLDATO, la cui somministrazione fu quasi sempre irregolare e il cui apporto calorico era una frazione rispetto a quello degli avversari e degli alleati tedeschi i quali, al contrario, fino alla capitolazione, poterono contare su un rancio giornaliero di circa 4000 calorie, durante i combattimenti, e circa 2500 nei periodi di tregua. Il pranzo del soldato italiano, durante la guerra, era invece composto da una tazza di caffè nero con talvolta due fette biscottate, una gavetta di pasta o riso in brodo con un pezzo da 375 grammi di lesso - che può sembrare una bella quantità, ma che comprendeva anche l'osso, che ovviamente non era mangiabile. La cena di solito era costituita da una minestra di verdura o legumi. FINE.
Se questo pasto poteva comunque essere considerato sufficiente per le retrovie, in situazione di combattimento la fame era garantita, soprattutto per la quasi totale assenza di integrazioni alimentari ipercaloriche (cioccolato, caramelle, caffè o the, pancetta..). Queste integrazioni erano rilasciate dagli ufficiali a loro discrezione, in momenti considerati particolarmente difficili per la truppa. In questi casi eccezionali essi autorizzavano la distribuzione ai reparti di spirito alcolico (3 cl, secondo disponibilità poteva essere cordiale, brandy o anice), marmellata (50 gr) e cioccolato (25 gr). Alpini e bersaglieri, come già succedeva durante la Prima Guerra Mondiale, ricevevano razioni leggermente più abbondanti, giustificando il fatto con la maggiore fatica che sostenevano i reparti e le condizioni climatiche in cui dovevano operare.
Non esistevano vere e proprie cucine da campo mobili, e per la preparazione del rancio ancora venivano utilizzate le enormi marmitte della metà dell’ottocento. Era preparato nelle retrovie e, come durante la Grande Guerra, veniva poi portato a dorso di mulo o a piedi al fronte, giungendo spesso freddo e insozzato dalla polvere, questo ovviamente dando per scontato (e non lo era) che il soldato incaricato della consegna non avesse incontrato durante il tragitto un cecchino, un aereo nemico in perlustrazione o una salva d’artiglieria. Le stufe di queste cucine inoltre, a differenza di quelle alleate, non erano studiate per funzionare a nafta o benzina, bensì erano alimentate a legna, spesso di difficile reperimento in loco (pensiamo ad esempio al fronte libico). Quando il già scarso rancio non arrivava affatto al fronte, era necessario affidarsi alla razione di emergenza, o “pasto di riserva”, che per il soldato italiano consisteva in due gallette di granturco per un totale di 400 gr e carne in scatola, che i soldati in nord Africa scherzosamente chiamavano “Arabo Morto”, a causa della iniziali sulla latta “A.M.” (Amministrazione Militare), il che la dice lunga su quanto queste scatolette dovessero essere apprezzate.
Scrive Gaetano Cosmo, 5° reggimento d’artiglieria d’Armata, di stanza in Albania: “un Giorno, io e il mio amico Galli di Como montavamo la guardia quando fummo spettatori di un funerale che aveva luogo in un cimitero vicino. Gli Albanesi portavano cibo al morto, invece che fiori. Quando i parenti del deceduto de ne furono andati, andammo sul luogo della sepoltura e rubammo il cibo, perché non ne potevamo più’ delle solite razioni dell’Esercito”.Nella foto; rancio italiano