APPROFONDIMENTI: ANDREA GRAZIANI, IL GENERALE “FUCILATORE”

di Giorgio Roverato

Quello che Cesare Alberto Loverre ci offre in queste pagine può essere letto in molti modi. Come una riflessione sulla giustizia militare, forse la più iniqua tra le giustizie possibili, o come una ricostruzione storica di un episodio minore della Grande Guerra, o ancora come una sorta di giallo irrisolto per il quale l’autore ci propone un possibile movente. In realtà il testo è tutto questo, ed altro ancora. Più che discettare sulla insolita carriera di quel fucilatore di italiani che fu il gen. Andrea Graziani, a me preme tuttavia focalizzare un aspetto che in filigrana si intravede nella vicenda qui narrata: vale a dire il tema della rimozione.

Innanzitutto vi è la rimozione attuata dalle gerarchie militari e dalle istituzioni. La rotta di Caporetto non fu solo esito inevitabile della supremazia militare degli Imperi centrali, ma ebbe come concausa l’insipienza dei comandi operativi italiani. Ebbene, non solo la Commissione d’inchiesta che indagò sugli avvenimenti di quei giorni non sortì effetti significativi; ma gli stessi alti ufficiali preposti a quella zona di operazioni, sulle cui responsabilità esistevano testimonianze evidenti, e che erano stati collocati a riposo d’autorità, furono presto reintegrati in servizio. Ed i personaggi più discutibili, è il caso del
Graziani, vennero comunque premiati con un posto di rilievo nella mussoliniana Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

C’è poi la rimozione operata dalla stampa dell’epoca, che pur a conoscenza dei ripetuti episodi di insubordinazione e di repressione che avvenivano al fronte e nelle retrovie, generalmente li ignorò ben oltre il periodo di censura militare. Esiste infine la rimozione padovana di un evento traumatico che accadde proprio alla immediata periferia della città: rimozione che la criptica lapide che Loverre ci ricorda in chiusura non cancella.

Padova è stata in anni non lontani ricordata come la “capitale della guerra”, epico avamposto della riscossa contro gli invasori: ma di quell’episodio vergognoso e tragico, e del clima che lo rese possibile e “normale”, nelle celebrazioni commemorative non c’è traccia. Certo, episodi dimenticati e lapidi abbandonate a se stesse ci sono in tutte le guerre, in tutti i conflitti in cui la violenza irrazionale è l’unica deriva. Ho ad esempio in mente i cippi che ricordano nell’alto vicentino, la terra da cui provengo, le esecuzioni di partigiani o di civili (quante vie “Sette Martiri” qui da noi, ed in tutta l’Alta Italia?).

Ebbene, anche di quegli episodi non rimane più traccia: ed anzi, la stessa denominazione di quelle strade ha ormai un significato asettico; e non solo per il tempo ormai trascorso, quanto perché il “ricordare” significa in fondo dar valore alle persone che lì furono trucidate (e nell’alto vicentino, e non solo, i partigiani ammazzati erano generalmente dei “rossi”, e quindi naturale causa delle “legittime” rappresaglie nazi-fasciste sui civili…).

A parte la genetica idiosincrasia per i “rossi” nelle province “bianche” (e il vicentino è stato provincia bianca per eccellenza), cosa spingeva, cosa spinge in quel caso come in questo padovano a “rimuovere” i fatti? Io credo per evitarsi interrogativi scomodi, ed in definitiva per non attentare alla (rassicurante) verità ufficiale. Ecco allora il compito risarcitorio della ricostruzione storica, di cui queste pagine ci danno pregevole esempio.

In un’epoca di disinvolto e strumentale “revisionismo” a fini politici, e cioè opportunisticamente contingenti, conviene ricordare che lo storico (il vero storico) è “revisionista” per sua intrinseca natura, spinto a continuamente rileggere le verità consolidate per arrivare a coglierne le contraddizioni, ad instillare dubbi. Ecco, lo storico semina dubbi, non dà certezze. E Loverre in questo suo scritto, a partire da un minuscolo episodio della più grande tragedia del grande conflitto e dal concetto di giustizia (in questo caso militare), proprio al dubbio ci conduce: ma la partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale fu “giusta”? rispose cioè, nelle premesse e nei comportamenti di chi la guerra concretamente condusse, a “fini giusti”? Come dire, il conseguimento dei confini geografici del paese meritava tanta violenza? anche quella spicciola su un Alessandro Ruffini qualsiasi? Queste pagine inducono a ritenere di no.

AL MURO

di Cesare Alberto Loverre

Cesare Alberto Loverre

Alcune considerazioni sulla guerra creatrice di diritto

Per ogni ordinamento giuridico occorre stabilire il rapporto tra fini e mezzi: la violenza appartiene a questi ultimi, non ai primi. Può la violenza essere mezzo a fini giusti o ingiusti? Nel primo caso sembrerebbe di sì, ma così ci sarebbe impedita una critica della violenza come principio, e avremmo solo “un criterio per i casi della sua applicazione”. La
Rivoluzione francese, che si ispirava al giusnaturalismo, non si poneva il problema se la violenza come principio fosse morale, seppure “come mezzo a fini giusti”, ma credette che essa fosse un prodotto della natura, da impiegare senza problemi, purché non se ne abusasse a fini ingiusti.

Non così per il diritto positivo, per il quale il potere è violenza “storicamente divenuta”: e si badi che in tedesco “potere”, “autorità” e “violenza” si esprimono con un unico termine: Gewalt. Al contrario del giusnaturalismo, per il diritto positivo è la legalità, non la giustizia, il criterio con cui giudicare i mezzi: in altre parole, il diritto naturale giustifica i mezzi con la giustizia dei fini, il diritto positivo garantisce la giustizia dei fini con la legittimità dei mezzi. Per la teoria positiva del diritto si deve distinguere fra «la violenza storicamente riconosciuta (la violenza sancita come potere) e la violenza non sanzionata».

La distinzione tra violenza legittima e illegittima discende perciò dalla legittimità del potere stesso, esige l’attestazione della sua origine storica, perciò il riconoscimento storico dei fini che tale potere si prefigge: solo i fini che rispondono a questo riconoscimento sono fini giuridici, tali che solo il potere giuridico li possa conseguire, sottraendoli al singolo, la violenza del quale è una minaccia all’ordinamento statuale. Nel diritto di guerra lo Stato deve riconoscere la violenza come creatrice di diritto.

Walter Benjamin

Con il militarismo, formatosi con il servizio militare obbligatorio, è sorto «l’obbligo dell’impiego universale della violenza come mezzo ai fini dello Stato»: con il militarismo essa è stata usata come mezzo a fini giuridici, poiché sottomettere i cittadini al servizio militare è un fine giuridico. Pertanto ogni critica alla violenza della guerra non può che coincidere con la critica a ogni potere giuridico. Anche la pena di morte non punisce un’infrazione alla legge, ma statuisce il nuovo diritto: infatti «nell’esercizio del potere di vita e di morte il diritto si conferma più che in ogni altro atto giuridico». Così, in sintesi, Walter Benjamin nel suo saggio giovanile Per la critica della violenza, scritto poco dopo la fine della Prima guerra mondiale.

Pochi anni prima, nel 1915, a conflitto avviato Sigmund Freud aveva pubblicato due saggi, raccolti sotto il titolo Pensieri attuali sulla vita e sulla morte, nel primo dei quali, La guerra disillude, lo psicoanalista viennese scriveva:

Il privato cittadino ha modo durante questa guerra di persuadersi con terrore di un fatto che occasionalmente già in tempo di pace lo ha colpito: e cioè che lo Stato ha interdetto al singolo l’uso dell’ingiustizia, non perché intende sopprimerla, ma solo perché vuole monopolizzarla, come i sali e i tabacchi. Lo Stato in guerra ritiene per sé lecita ingiustizia e violenza che disonorerebbero l’individuo singolo […]: e il cittadino è tenuto ad approvare tutto ciò in nome del patriottismo.

Sigmund Freud

Racconta Ernest Jones in Vita e opere di Freud che Karl Abraham, lette le bozze del saggio di Freud, gli indirizzò una lettera nella quale osservò che tra guerra e riti totemici vi sono forti analogie perché «in entrambi i casi l’intera comunità si associa a far cose assolutamente vietate al singolo individuo: l’azione in comune è la convalida necessaria perché l’orgia delittuosa possa essere compiuta». È lo Stato, oggi, non più la comunità, a convalidare l’orgia delittuosa e a sancirla come violenza legittima ai fini giuridici per mezzo del diritto di guerra, ripugnante instrumentum regni con cui il potere si mantiene, autogiustificandosi e perpetuandosi.

Quella che ci accingiamo a scrivere è solo una delle tante pagine infamanti della giustizia militare in tempo di guerra, con un epilogo che saremmo tentati di definire fatale, e che noi, per il gusto bizzarro di capovolgere l’ordine prestabilito della Storia, racconteremo per primo.

Ipotesi di un delitto

Tra il 28 febbraio e il 3 marzo 1931, anno IX dell’Era Fascista, la stampa nazionale e veneta riporta con grande evidenza in prima pagina un fatto del giorno prima, che desta scalpore. Queste note si basano sulle cronache de Il Gazzettino e di due quotidiani patavini, Il Veneto e La Provincia di Padova. Venerdì 27 febbraio: manca poco alle ore 7 del mattino. Il personale viaggiante del treno 3651, partito da Prato in direzione di Firenze alle 6.25, scorge sulla scarpata della ferrovia un’ombra scura. Il treno rallenta, il personale si rende subito conto che la sagoma informe è il cadavere di un uomo.

Il 3651 prosegue fino alla stazione di Calenzano, tra Prato e Firenze. Poco dopo sopraggiunge sul posto, in senso inverso, il diretto n. 38 da Firenze: anche da quel treno si nota il cadavere. Carabinieri e militi ferroviari si recano sul posto, al chilometro 16631; il corpo senza vita, steso su un fianco, è quello di un anziano signore vestito di nero, capelli e barba bianchi intrisi di sangue. Esso giace sulla scarpata sinistra della massicciata, pertanto presso il binario che da Prato va a Firenze, con i piedi accostati al binario stesso.

Si avverte il magistrato: dai documenti si accerta che il morto risponde al nome di Andrea Graziani, di anni 67, nato a Bardolino in provincia di Verona nel 1864. Ma il Graziani non è un uomo qualsiasi: è nientemeno che Luogotenente generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale con funzioni ispettive, insomma un grosso calibro del regime. Che ci fa un cadavere così eccellente a quell’ora in quel posto? Dai documenti di viaggio risulta che il Graziani era in possesso di biglietto ferroviario di prima classe rilasciato dalla biglietteria militare di Termini in data 26 febbraio, valido per la tratta Roma-Bologna-Verona.

PRIMO ENIGMA: che cosa ci faceva il corpo del luogotenente sulla scarpata sinistra della massicciata, cioè dalla parte della linea ferroviaria sulla quale marciano i treni diretti a Firenze provenienti da Bologna-Pistoia-Prato, ovvero in direzione opposta al treno su cui avrebbe dovuto trovarsi Andrea Graziani? A rigor di logica il cadavere si sarebbe dovuto rinvenire sulla scarpata destra: ma così non è.

SECONDO ENIGMA: a quando risale la morte del Graziani? E da quanto tempo il suo corpo giace dov’è stato ritrovato? Questo enigma viene presto sciolto: se il biglietto porta la data del 26, l’unico diretto della notte Roma-Bologna con coincidenza Verona-Brennero e con carrozza diretta Roma-Verona è il n. 36, che transita da Prato alle 21.15, pertanto il luogotenente della Milizia è caduto dal treno pochi minuti prima di quell’ora del 26 notte e il suo cadavere, rinvenuto come sappiamo prima delle sette del 27 mattina, è rimasto sui binari per dieci ore circa prima di venire ritrovato.

Eppure, anche in questo caso, non tutto è chiaro. Proprio alle 7 dello stesso giorno, ora d’arrivo del diretto a Brennero, un telegramma partito dalla stazione di frontiera informa il compartimento ferroviario di Firenze «che un cappello, un cappotto ed un ombrello, presumibilmente quelli del generale, sono stati rinvenuti in uno scompartimento di prima classe»: come mai sono state necessarie dieci ore prima che qualcuno si accorgesse della scomparsa del Graziani – certo un personaggio che non poteva passare inosservato – e che avvertisse le autorità?

TERZO ENIGMA: com’è caduto dal treno il luogotenente? Voleva recarsi alla toilette e ha sbagliato porta, dicono alcuni; no, impossibile, il generale era un viaggiatore abituale e non poteva confondere la porta della latrina con quella d’uscita, che tra l’altro sono sì vicine, ma disposte in modo da non poterle confondere. Dunque? Qualcuno l’ha spinto fuori con forza, molti pensano. Perché mai? Si obbietta che nelle sue tasche sono state rinvenute 4.100 lire in contanti, più una busta chiusa, che ne conteneva altre 1.500, recante la scritta “appartenente al generale Graziani”: chi l’avesse voluto uccidere l’avrebbe prima rapinato di una così cospicua somma.

Ma un uomo che cade per errore dal treno non va a finire sulla scarpata opposta a quella di marcia: sarebbe risucchiato dal convoglio in corsa e maciullato sotto le ruote, perciò solo una forte spinta l’avrebbe fatto finire così lontano… Sì, ma il movente dove sarebbe, se escludiamo la rapina? Appunto, quale potrebbe essere il movente?

Il 27 stesso il consigliere istruttore Cosentino, del Tribunale di Firenze, apre un’inchiesta per appurare fatti e circostanze, nonché eventuali responsabilità, ma l’indagine viene subito chiusa. Il 28 febbraio si tengono a Prato i solenni funerali del luogotenente della Milizia cav. uff. Graziani Andrea fu Giovanni Battista, alla presenza delle massime autorità, tra le quali si segnala quella del Segretario federale Pavolini; nel tardo pomeriggio Verona tributerà “imponenti manifestazioni di compianto alla salma” colà trasferita su carro ferroviario.

Carriera di un “fucilatore”

Chiuse in tutta fretta le indagini, celebrato il funerale, la stampa non parlerà più del caso. Ma i dubbi restavano: si era davvero trattato di incidente oppure qualcuno poteva avere avuto un movente per uccidere il luogotenente della Milizia? La domanda rimarrà senza risposta. Ma chi era veramente Andrea Graziani? Perché i quotidiani padovani si erano mostrati così interessati alla sua morte?

Andiamo a leggere il suo breve profilo biografico sulla Enciclopedia militare, opera in sei volumi «pubblicata sotto gli auspici de Il Popolo d’Italia» tra il 1927 e 1936. La carriera militare di Graziani si svolge secondo un collaudato cursus honorum, tipico di un ufficiale nato poco dopo l’unificazione d’Italia e passato attraverso le guerre coloniali e la Grande guerra: ma su non poche cose l’Enciclopedia, come vedremo, tace.

Nato nel 1864 a Bardolino, sulla sponda veronese del Garda, sottotenente nel 1882, Andrea Graziani fu in Eritrea nel 1887 e nel 1904 insegnante alla Scuola di Guerra. Durante il terremoto di Reggio e Messina (1908) meritò un encomio speciale e la medaglia d’oro di benemerenza per i soccorsi prestati. Colonnello nel 1914, poi maggiore generale, durante la guerra del ’15-’18 comandò le brigate Jonio e Venezia in Val Sugana e la 44a divisione sul Pasubio durante la Strafexpedition del maggio-giugno 1916: una divisione «invero gigantesca, questa 44a, addirittura superiore ai normali effettivi d’un corpo d’armata”, come ci informa Gianni Pieropan nel suo 1916: le montagne scottano.

Lo stesso Pieropan, solitamente incline ai toni ufficiali e assai di rado critico nei confronti degli alti comandi, descrive Graziani come «un veronese energico ed irrequieto, dalla barbetta pepesale, in perpetua agitazione» aggiungendo che l’uomo fu «assai discusso in guerra ed in pace» e ricordando che il generale Emilio Faldella, storico della Prima guerra mondiale, tracciò un giudizio assai severo di Graziani, definendolo «come notoriamente animato da spirito offensivo, ma anche irrequieto, autoritario, impulsivo, durissimo coi dipendenti, poco propenso a dare importanza alle perdite umane».

Di questo spirito autoritario, di questa durezza, di questa noncuranza per la vita dei soldati Graziani darà prova nel marzo 1917, quando gli verrà assegnato il comando della 33a divisione operante sul Carso. Piero Melograni ci ricorda, nella sua Storia politica della Grande guerra 1915-1918, che «nel 1917 il sintomo forse più rivelatore della tensione esistente fra le truppe fu costituito dal frequente ripetersi dei reati collettivi».

Il marzo del ’17 è un momento cruciale del conflitto e della storia europea: a Pietrogrado la
“rivoluzione di febbraio” aveva costretta Nicola II ad abdicare, dal 17 marzo la Russia è una repubblica con un governo provvisorio presieduto dal principe L’vov e sostenuto dalla borghesia, ma il peso dei bolscevichi si fa sentire sempre di più. Rientrato dall’esilio svizzero Lenin, con le Tesi di aprile, lancerà la parola d’ordine “Tutto il potere ai soviet”, preludio alla rivoluzione d’ottobre: sempre più forti diventano i fermenti tra i soldati degli opposti schieramenti, stanchi di combattere, e gli episodi di rivolta.

Georgij Evgen’evič L’vov

Nella relazione della Commissione di inchiesta su Caporetto, resa nota a guerra conclusa, si legge tra l’altro che i soldati «spesso sparavano dai treni, insultavano borghesi, operai e ferrovieri quali imboscati, […] al punto che si dovettero adottare severissime disposizioni per la loro traslocazione », disposizioni che si possono leggere nelle circolari del 28 marzo, del 5 giugno e del 16 luglio 1917, nonché del 5 gennaio 1918: come per le grida manzoniane c’è da credere che ciascun ordine emanato fosse più “severo” di quelli che lo avevano preceduto.

Proprio nel marzo ’17 si registra sul fronte carsico uno dei più gravi episodi di repressione nei confronti dei reparti che reclamavano turni meno disumani in trincea: il malcontento serpeggiante tra alcuni soldati della Brigata Ravenna venne sedato con feroce determinazione. Non si trattò di vero ammutinamento, ma di un «passeggero disordine» causato dalla sospensione delle licenze. Gli ufficiali erano riusciti a convincere i soldati a rientrare nei ranghi, per il generale della brigata la protesta era da considerarsi conclusa. Ma non per il comandante di Corpo d’Armata, che rimosse il generale brigadiere e ordinò a colui che gli era subentrato punizioni esemplari.

Le fucilazioni si susseguirono con raccapricciante stillicidio per circa un mese: alla fine, fra decimazioni, esecuzioni sul posto (persino in trincea), processi sommari, i fanti fucilati furono non meno di 29. La cronaca di questo “esempio salutare” – come lo definì il comandante del C. d’A. – è narrata da Valentino Coda nel suo libro Dalla Bainsizza al Piave all’indomani di Caporetto ed è riportata nella già citata relazione della Commissione d’inchiesta su Caporetto, nella quale la triste vicenda della bgt. Ravenna occupa ben sei pagine!

Anche il generale Graziani dette in quei mesi il suo contributo alla giustizia militare. In data 14 giugno 1917 Angelo Gatti registra nel suo libro di memorie Caporetto, dal diario di guerra inedito (maggio-dicembre 1917) che il maggiore generale Graziani lasciò ogni azione di comando della 33a divisione dal 23 al 26 maggio per dare la caccia con il moschetto ai soldati che tornavano indietro dagli assalti, al punto che una volta «il gen. Ciancio dové cercarlo per 4 ore inutilmente».

Non basta: Graziani si era reso responsabile pochi giorni prima dell’esecuzione sommaria del soldato novarese Pietro Scribante, del 113o fanteria, fucilato dopo «una parvenza di processo», come denunciò l’Avanti! del 7 agosto 1919, e dopo che già gli era stata approntata la bara; per l’esecuzione Graziani “scelse” tutti amici e compaesani del condannato. Di questi episodi, e di altro ancora, l’Enciclopedia militare tace: troppo imbarazzanti per una pubblicazione promossa dal quotidiano del Partito fascista.

Così infatti si conclude la voce biografica di Andrea Graziani: «nel novembre 1917 ebbe il comando del 1o raggruppamento alpino e nel maggio 1918 fu, con la divisione ceco-slovacca da lui costituita, nel settore di M. Altissimo. Fu collocato a riposo nel gennaio 1919 e nel 1927 promosso generale a riposo di C.d’A. nella Riserva». Ma gli omissis nella carriera del generale sono altrettanti capi d’accusa e silentio contro di lui. Portiamoli alla luce.

Primo: Graziani nel 1918 aveva fatto fucilare senza processo otto militari appartenenti alla divisione cecoslovacca, da lui stesso costituita con volontari disertori dell’esercito austro-ungarico, i quali – pur se di nazionalità non italiana – ricadevano sotto il regime penale del nostro esercito.

Secondo: il generale era stato sì collocato a riposo, ma d’ufficio, in seguito alle risultanze
della commissione d’inchiesta su Caporetto, la quale, se a parole ne aveva elogiato il discusso operato di ispettore alle retrovie durante la ritirata dell’ottobre-novembre 1917, lo aveva di fatto rimosso dal servizio attivo.

Terzo: (e questo può apparire incomprensibile), nulla si dice della sua adesione al fascismo, che lo ricompensò affidandogli la carica di Luogotenente generale con compiti ispettivi della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), grado ricoperto dal 1923 al momento della sua morte.

Quarto: anche della sua morte si tace: possibile che nel 1932, anno di pubblicazione del quarto volume dell’Enciclopedia militare, si ignorasse che Graziani non era più vivo dal febbraio del 1931? Forse le circostanze della sua oscura fine erano fonte di imbarazzo per il regime?

Quinto: non si fa menzione alcuna del compito affidatogli dal Comando supremo dopo la rotta di Caporetto, quello cioè di Ispettore Generale del Movimento di Sgombero delle truppe in ritirata tra Piave e Brenta, ufficio ricoperto dal 2 novembre 1917 fino agli ultimi giorni dello stesso mese. Lo zelo profuso da Graziani nell’assolvere a questo incarico andò ben oltre il suo mandato e gli valse la fama di “generale delle fucilazioni”. Vediamo, documenti e testimonianze alla mano, se questa fama fosse meritata.

Andrea Graziani

L’ombra del generale

All’alba del 24 ottobre 1917 il rombo dell’artiglieria austro-germanica aveva segnato l’inizio dell’offensiva nemica contro le truppe italiane schierate sul fronte dell’alto Isonzo: con lo sfondamento di Caporetto aveva inizio la biblica ritirata dell’esercito italiano, durante la quale almeno 300.000 soldati si sbandarono. Il 27 ottobre Cadorna decideva dapprima di attestarsi al Tagliamento e successivamente al Piave. Un milione di militari e 400.000 civili circa tentavano di attraversare i ponti sul Tagliamento, che le avanguardie austro-tedesche varcavano a Cornino nella notte tra il 2 e il 3 novembre.

Luigi Cadorna

Il giorno prima a Treviso il maggiore generale Andrea Graziani assumeva la carica, appositamente creata, di Ispettore Generale del Movimento di Sgombero: il compito era «curare la disciplina del movimento ferroviario e per via ordinaria del personale, dei quadrupedi e del carreggio sbandati». Il generale non perde tempo: nel pomeriggio del 3, a Noventa Padovana, Graziani fa fucilare contro il muro di una casa un artigliere, che sfilava con il suo plotone, reo a suo dire di averlo guardato con atteggiamento di sfida e di avere il sigaro in bocca.

Il 10 novembre ordina la fucilazione nella schiena di diciotto soldati e di tre civili a S. Pelagio di Treviso; il 13 e il 16 a Padova altri trentadue militari e tre “borghesi” sono messi al muro per suo ordine: cinquantasette fucilazioni sommarie in dodici giorni, delle quali trentasei eseguite nel Padovano. Leggiamo ne La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, libro «bizzarro e feroce, inquietissimo [e] dissacratore», come lo ha definito Mario Isnenghi:

Dietro le spalle del popolo di fanti […] fu drizzata una barriera feroce. L’ombra del generale Graziani, vestito da Carabiniere, si allungò sulle rive del Piave.

Quell’ombra, dice Alberto Monticone, si spostava incessantemente tra Piave e Brenta «portando con sé su una camionetta i carabinieri per le fucilazioni». La macabra conta delle esecuzioni ordinate da Andrea Graziani a Treviso e Padova è con ogni probabilità incompleta, dato che non abbiamo conoscenza diretta di tutti i bandi emanati dall’Ispettorato allo Sgombero: ci siamo limitati a riportare quelli pubblicati dall’Avanti! nell’estate 1919, quando il quotidiano socialista darà l’avvio a una violenta campagna di stampa contro l’operato di Graziani, della quale parleremo.

Aveva abusato del suo potere, Andrea Graziani? A questa domanda non si può che rispondere, parafrasando Walter Benjamin, che là dove lo Stato riconosce la violenza come creatrice di diritto, quando cioè ne fa uso come mezzo ai propri fini, non può esservi abuso. Né vale argomentare che l’Ispettore alle retrovie aveva agito in circostanze eccezionali, dato che la guerra – e il diritto che la regola – statuisce come lecita ogni norma o provvedimento eccezionali.

A riprova di ciò sarà sufficiente ricordare che Cadorna fu uno strenuo fautore delle esecuzioni sommarie e, ancor più, delle decimazioni (non previste dal codice penale militare), alle quali i comandi ricorsero senza scrupolo alcuno ben prima di Caporetto: basterà, a mo’ d’esempio, la lettura di un passo della circolare diramata il 1° novembre 1916 dal Tenente Generale Emanuele Filiberto di Savoia, comandante della III Armata:

Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi.

Emanuele Filiberto di Savoia

Accusato di ferocia, Graziani si giustificherà reclamando che occorrevano mezzi straordinari per salvare la patria in circostanze così gravi come quella provocata dalla disfatta di Caporetto. Era invece, come hanno dimostrato Enzo Forcella e Alberto Monticone nel loro libro Plotone d’esecuzione, prassi inveterata ricorrere ai “mezzi straordinari”, una vera e propria apologia della paura, perseguita ricorrendo alla potestà legislativa accordata in tempo di guerra al Comando supremo e ai comandanti dei corpi dall’art. 251 del codice penale militare, risalente al 1859: un potere enorme, che consentiva di applicare sanzioni che superavano per rigore le già dure norme del codice medesimo.

Dal maggio 1915 al novembre 1918 le condanne a morte dei Tribunali di guerra e dei Tribunali territoriali furono, secondo i dati forniti dall’Ufficio statistico del Ministero della guerra, 4.028, delle quali 750 eseguite, 311 non eseguite, 2.967 pronunziate in contumacia: ma quante furono le esecuzioni sommarie? E le decimazioni? L’Ufficio giustizia militare del Comando supremo fornì nell’estate 1919, su richiesta del Ministro della guerra Albricci, alcuni dati per sua stessa ammissione «inesatti e incompleti» che portavano a un totale di 107 fucilazioni sommarie nell’arco di tempo compreso fra l’ottobre 1915 e il novembre 1917.

È una cifra attendibile? Senz’altro no, sia perché l’Ufficio giustizia è in grado di produrre dati riferiti a soli 13 mesi sui 41 della durata del conflitto sia perché delle fucilazioni ordinate dal generale Graziani nel novembre ‘17 in territorio padovano e trevigiano – le quali per l’Ufficio ammontavano a 34, mentre non potevano certamente essere meno di 57 – non si tenne inspiegabilmente conto, come ammette una nota leggibile a margine del documento statistico conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato e pubblicato da Alberto Monticone nel suo saggio Il regime penale nell’Esercito Italiano durante la Prima guerra mondiale.

Il Comando supremo, insediatosi a Padova dopo Caporetto, non poteva ignorare la frenetica attività fucilatrice del generale Graziani, nota alla popolazione stessa se non altro perché i bandi dell’Ispettorato allo Sgombero erano affissi ovunque: perché l’Ufficio giustizia tacque sulle esecuzioni ordinate da Graziani o ne alterò le cifre? Scrive nel suo diario il colonnello Angelo Gatti, dirigente dell’Ufficio Storico del Comando supremo, in data 13 novembre 1917:

il generale Graziani, che è ispettore delle vie, ha fatto affiggere nelle vie di Padova un avviso che diceva che era stata pronunciata la sentenza di fucilazione nella schiena di … soldati per violenza. Il popolo di Padova si riuniva in attruppamenti per leggere e discutere questi e altri moltissimi bandi […]

Ugo Ojetti

Ancora: in una lettera alla moglie Fernanda, datata “Padova, 22 novembre 1917 ”, Ugo Ojetti, ufficiale presso il Comando supremo, definisce Graziani «quel pazzo del generale […] destinato alla pulizia e fucilazione delle retrovie ». Nel 1964 Fernanda Ojetti pubblica, curate e annotate personalmente, le lettere del marito a lei indirizzate tra il 1915 e il 1919: tra le Notizie biografiche che corredano il volume così scriveva di Graziani:

Graziani gen. Andrea (1864-1931)
Valorosissimo combattente.
Nel 1917 dopo Caporetto chiamato “il generale delle fucilazioni”. Arginò così lo sbandamento. Comandò le truppe cecoslovacche. Dopo molti anni, una notte cadde dal treno e morì. La morte fu attribuita ad una possibile vendetta.

Dunque tutti sapevano, né potevano non sapere. La stessa relazione della Commissione di inchiesta su Caporetto riconoscerà che «le ferree misure da esso adottate valsero ad impedire che lo sbandamento dilagasse nell’intero Paese» e che «questi energici provvedimenti portarono ottimi risultati»; eppure nel gennaio 1919, alcuni mesi prima che la relazione stessa fosse resa pubblica, il maggiore generale Graziani fu collocato a riposo d’autorità.

Uomo ingombrante, certo. Pazzo, fanatico oppure eroe? O forse indispensabile strumento della repressione militare, del quale liberarsi una volta finito il lavoro sporco? La sua stessa morte è piena di ombre e ambiguità: fu il violento epilogo di una carriera violenta, giunto in ritardo sulla storia, o l’anonimo suggello della nemesi? Se ripensiamo alle decine di soldati e di civili messi al muro da Graziani, la “possibile vendetta” cui allude sibillinamente Fernanda Ojetti potrebbe persino avere – ci sia concesso – una sua morale consolatoria, ma potrebbe lasciar intendere anche ipotesi meno scontate, come quella di un regolamento di conti interno al regime.

Ma non di questo vogliamo parlare. Riandiamo invece a quel soldato fucilato sul posto sotto gli occhi della popolazione di Noventa Padovana, all’artigliere Ruffini Alessandro da Castelfidardo, di anni ventitré, giustiziato in un pomeriggio di novembre dell’anno 1917 ai bordi della strada principale del paese, a poca distanza dalla chiesa parrocchiale.

Un esempio terribile

È inutile cercare la cronaca della fucilazione dell’artigliere Ruffini sulla stampa locale: né Il Veneto né La Provincia di Padova né Il Gazzettino la riportano. Dichiarata zona in stato di guerra fin dal 22 maggio 1915, Padova – come molte altre province venete – era sottoposta al potere legiferante dell’autorità militare, che si affiancava così «a quella accordata dal parlamento al governo per le necessità della guerra con la legge 22 maggio 1915, n. 671», come ci informa Alberto Monticone.

Per giunta, dopo Caporetto, la sede del Comando supremo si era trasferita da Udine a Padova il 27 ottobre 1917: la censura vigila inesorabile, molte pagine dei quotidiani hanno spazi bianchi. Con un esercito in rotta e il nemico alle porte (non pochi nel governo e negli alti comandi pensavano sarebbe stato necessario ritirarsi addirittura al Mincio) nessuna notizia “disfattista” deve essere pubblicata; curioso, dal momento che i bandi dell’Ispettore generale Graziani erano affissi a ogni cantonata.

Ma in Veneto – e non solo – l’atteggiamento della popolazione nei confronti della guerra destava preoccupazione. Avverte Piero Melograni che nelle province di Verona, Mantova e Padova gli abitanti delle zone rurali «benché si trovassero sotto la diretta minaccia dell’invasione nemica, non furono animate da sentimenti patriottici». Di ciò il generale Diaz, succeduto a Cadorna l’8 novembre ’17 come Capo di Stato maggiore, informa il presidente del Consiglio Orlando con una lettera in data 24 novembre:

Da informazioni avute da varie fonti […] si è potuto constatare come il contegno delle popolazioni rurali nel Veronese, nel Mantovano e nel Padovano sia ostile alla guerra […]. Anche qualche vecchio […] afferma che sotto l’Austria si stava benissimo […].

Ancora Diaz ad Orlando il 16 dicembre:

Viene riferito che fra queste popolazioni rurali si intensifica una irritazione decisa contro la guerra […] che si concreta in affermazioni stereotipate del genere seguente: “la guerra è voluta dai signori e dai generali; è fatta col sangue dei contadini […], della sconfitta sono colpevoli gli ufficiali […]”, nulla importa se vengono gli austriaci, “che trattano bene i paesi occupati […]”.

1917 i reparti schierati per assistere alla fucilazione. (Collezione Mayer).

In questo clima i poteri del Comando supremo rasentavano sempre più quelli di una dittatura militare. La stampa era imbavagliata – tagli cospicui al Veneto e ancor più alla Provincia di Padova il 12 e il 13 novembre, sospensione totale delle pubblicazioni dal 15 novembre al 15 dicembre 1917. Impossibile persino comunicare per corrispondenza “no-tizie diverse da quelle che sono portate a conoscenza del pubblico, dal governo o dai comandi dell’esercito e dell’armata, [sulla difesa dello Stato o sulle operazioni militari] ovvero sull’ordine pubblico […] per le quali possa essere comunque turbata la tranquillità pubblica”, come recitava il bando sui reati postali emanato da Cadorna il 28 luglio 1915.

Da quale fonte, allora, e quando l’opinione pubblica italiana venne a conoscenza dell’opera di pulizia di Graziani e del gravissimo episodio di Noventa Padovana? Bisogna attendere la fine della guerra, quando la censura sulla stampa verrà (momentaneamente) abolita e la relazione della commissione d’inchiesta su Caporetto resa pubblica. Il 28 luglio 1919 l’Avanti! pubblica in prima pagina un lungo fondo intitolato Il militarismo “caporettista” di Luigi Cadorna, nel quale il giornale del P.S.I. cerca di dimostrare che l’impreparazione militare degli alti comandi, non il disfattismo dei socialisti, avevano portato a Caporetto.

generale Armando Diaz

Proprio Cadorna, al contrario, era il vero disfattista, perché aveva minato la resistenza e la fiducia delle truppe, infliggendo loro «tutte le umiliazioni e tutti gli strazi» con proclami e «circolari feroci con cui si ordinavano, freddamente le fucilazioni e le decimazioni»; Cadorna vedeva dovunque sovversivi da mettere al muro, così «migliaia di uomini sono stati fucilati innocenti». Questa educazione alla ferocia aveva dato i suoi frutti: e qui l’Avanti! cita ad esempio l’episodio di Noventa:

Noventa di Padova, 3.11.1917
ore 16.30 circa.
Il generale Graziani di passaggio vede sfilare una colonna di artiglieri da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quello che mi piace” e per provarlo fa buttare contro un muricciuolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle povere donne inorridite. Poi ordina al T. colonnello Folezzani (del 280 artiglieria campale) di farlo sotterrare: “È un uomo morto d’asfissia” – e, salito sull’automobile, riparte. Il T. colonnello non ha voluto nel rapporto [porre] la causa della morte. Tutti gli ufficiali del 280 artiglieria campale possono testimoniare il fatto.

Il 31 luglio l’Avanti! pubblica la lettera di un certo Pietro Nazzari che invita la famiglia Ruffini «a costituirsi in parte civile e denunciare il suddetto generale per assassinio». Il Nazzari conclude promettendo altre rivelazioni sulla giustizia militare. Nello stesso giorno il quotidiano socialista pubblica il testo di due interrogazioni parlamentari «sull’atto di ferocia compiuto dal generale Graziani»: quella presentata alla Camera dai deputati Bussi, Bernardini, Beghi, Brunelli, Modigliani, Sichel, Bentini e quella firmata da Sandulli, Labriola, Vigna e Girardi.

Il 6 agosto Il Resto del Carlino (a pagina 3) e l’Avanti! (in prima pagina) pubblicano una lunga lettera del generale Graziani sul fatto di Noventa Padovana. Graziani conferma l’accaduto, anzi rivendica in pieno la legittimità di quella che definisce «la terribile decisione». Riassume le circostanze che lo hanno portato ad assumere l’incarico di Ispettore al Movimento di Sgombero e traccia un quadro fosco dello sbandamento delle truppe tra Tagliamento e Brenta: parla di «inenarrabili delitti o sevizie» commesse dagli sbandati «in danno delle popolazioni», le quali a suo dire avrebbero invocato ai Comandi «energiche esemplari misure a tutela della vita e delle proprietà dei cittadini». Per queste ragioni, osserva Graziani, «occorreva imporsi con mezzi straordinari, con qualunque mezzo», poiché «era in giuoco la salvezza dell’Italia».

Queste considerazioni costituiscono per il generale la premessa necessaria, anzi ineluttabile, alla fucilazione di Ruffini. Così prosegue la lettera: Fu appunto in tali circostanze che nel pomeriggio del 3 novembre, sulla piazza di Noventa di Padova, raggiunsi la testa di una colonna di artiglieri.

Dice Gioacchino Volpe, storico di grande statura che ricoprì cariche di prestigio e di responsabilità in seno al fascismo, che il generale Graziani «represse con la morte anche piccoli atti di insubordinazione» convinto «che ad estremi mali occorrevano estremi rimedi». Per rendere più efficace e rapida la repressione – è lo stesso generale a informare i lettori dei due quotidiani – egli si spostava in automobile da un punto all’altro delle retrovie «coadiuvato in modo ammirevole da ufficiali, da carabinieri, da reparti di cavalleria ecc.»

Con questa scorta di fedelissimi Graziani, in piedi sull’automobile, stava assistendo a Noventa allo sfilamento di alcuni plotoni di artiglieri lungo l’attuale via Roma quando improvvisamente sentii uomini della Sezione […] pronunciare ripetutamente – rivolti ad un compagno – le parole: ‘levati il sigaro, levati il sigaro.

Graziani crede di scorgere sul volto del soldato un riso di scherno, un atteggiamento di sfida:

Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale […], valutai la necessità, secondo la mia coscienza, di dare subito un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia […].

Il generale scende dall’auto, bastona il soldato, interviene un civile a difenderlo, ma Graziani si infuria ancora di più:

Legato il soldato dai carabinieri della scorta, lo ho fatto immediatamente fucilare contro il muro della casa vicina; tutto ciò si è svolto nel tempo di quattro o cinque minuti.

Rigore, efficacia, rapidità. Il generale sembra palesemente orgoglioso della sua efficienza, ma non tollera che si pensi che non abbia il coraggio delle sue eroiche gesta:

È assolutamente falso […] che io abbia ordinato o detto di dichiarare la morte avvenuta per asfissia od altra causa che non fosse la fucilazione.

Conclude dicendosi convinto che quell’esempio «ha fatto risparmiare molte vite di cittadini e anche di militari nella regione tra Piave ed Adige», soggiungendo di aver fatto «quanto ritenevo indispensabile per il bene della Patria in pericolo».

Nel commentare la lettera, l’Avanti! esprime il dubbio che quello non sia stato né il primo né l’unico esempio di disciplina dato da Graziani e annuncia di essere in possesso di informazioni (rivelatesi esatte) che proverebbero come egli avesse fatto fucilare in circostanze analoghe e per futili motivi altri soldati prima di Caporetto: il che avrebbe fatto cadere l’impalcatura delle sue giustificazioni, basate sul pretesto della necessità di arginare lo sbandamento.

Nei giorni successivi l’Avanti! documenterà ampiamente e in modo inoppugnabile il fanatico zelo giustizialista di Graziani prima e dopo la rotta di Caporetto, pubblicando lettere (firmate) di testimoni delle esecuzioni sommarie e copie dei bandi di fucilazione fatti affiggere da Graziani nel novembre 1917 a Treviso e a Padova.

Il 7 agosto l’Avanti! dà notizia che il padre di Ruffini «ha denunziato il generale al procuratore del re di Ancona». Quel numero del quotidiano socialista è dedicato quasi interamente al caso di Noventa Padovana, all’operato di Graziani e alle accuse contro le misure disciplinari messe in atto da Cadorna durante tutto il corso del conflitto. Ampio spazio viene riservato a una rassegna della stampa nazionale e veneta, con i relativi commenti alla lettera del generale Graziani comparsa il giorno precedente.

Dove si legge che La Provincia di Vicenza afferma che «il fatto del soldato percosso direttamente e poi fucilato senza nemmeno interrogarlo […] è e rimane di una tale gravità che ci dispensa da ogni commento»; Il Giornale del Mattino di Bologna, pur riconoscendo che «durante la ritirata sono senza dubbio avvenuti casi gravissimi di indisciplina anche tali da giustificare la pena della fucilazione» ammette che «non v’è dubbio che fu compiuto un abuso di potere […]» aggiungendo che «del soldato Ruffini i nostri corrispondenti ci danno notizie che concordano nell’affermazione che era giovane di ottima condotta, aderente o simpatizzante col Partito Repubblicano, ligio ai suoi doveri».

Il Resto del Carlino esordisce definendo la lettera del generale Graziani «un documento grave di storia della guerra» e, pur prendendo le distanze dalla «caccia all’uomo che da personaggi e da partiti interessati si fa da qualche tempo contro coloro i quali hanno condotto la nostra guerra» (evidente la polemica diretta contro i socialisti e lo stesso Avanti! ), tuttavia trova inspiegabile «come il generale Graziani abbia potuto credere di contribuire al ristabilimento della disciplina nell’esercito facendo fucilare un soldato che lo guardava (egli dice) con riso di scherno tenendo il sigaro in bocca».

Il quotidiano bolognese conclude con una critica ai comandi molto sfumata, ma anche inusitata per il giornale degli agrari emiliani: «il fatto di Noventa Padovana conferma l’equivoco fondamentale che esisteva fra i nostri alti gradi e il personale più umile dell’esercito». Non di equivoco si era trattato in realtà, bensì di una profonda frattura di classe: ma sarebbe stato troppo pretendere siffatto linguaggio dal Carlino. Il Corriere del Mattino di Verona mette l’accento sulla sproporzione fra «il delitto e il castigo» stigmatizzando «la concezione della vita che ha questo generale, concezione che è più orribile che non quella di un assassino».

L’Avanti! conclude la rassegna con un breve cenno al commento del Corriere della Sera: persino il quotidiano milanese, diretto dall’ultracadorniano Luigi Albertini, «mette in rilievo la responsabilità del Comando supremo che ha decorato Graziani». Il 9 agosto il giornale annuncia che il Ministro della guerra ha finalmente risposto alla Camera all’interpellanza socialista, deplorando la lettera di Graziani e annunciando di averlo deferito all’autorità giudiziaria.

Il 10 e il 13 agosto l’organo del P.S.I. riproduce copia dei bandi dell’Ispettorato Generale del Movimento di Sgombero recanti gli ordini di fucilazione del 10, del 13 e del 16 novembre 1917 con i nomi dei giustiziati. L’intera prima pagina dell’Avanti! del 13 agosto 1919 è riservata, come recita il titolo a tutte colonne, a Caporetto vergogna del militarismo nell’inchiesta parlamentare e in quella socialista.

Vi compaiono due lettere estremamente interessanti sia per il contenuto sia per i documenti che le accompagnano. La prima, a firma Papini Guglielmo, è intitolata Ruffini ed i suoi compagni non erano sbandati. Il generale Graziani ha mentito. Il Papini è in possesso di un documento riservato, che il giornale pubblica integralmente, datato Padova, 8 novembre 1917, – cinque giorni dopo la fucilazione del Ruffini – e indirizzato al Comandante generale d’Artiglieria e per conoscenza al Comandante d’Artiglieria del XII Corpo d’Armata, avente come oggetto “Notizie relative alla condotta tenuta dalle Artiglierie dipendenti”, firmato dal maggiore generale Pasqualino, comandante d’artiglieria a disposizione.

Nel rapporto l’ufficiale riferisce che:

in ottemperanza agli ordini verbali ricevuti […] le dipendenti batterie entrate in azione alle ore 2,15 circa del giorno 24 ottobre u. s. all’inizio dell’offensiva nemica seppero trattenere col loro fuoco il nemico fino al giorno 27 […] in cui venne dato l’ordine di ripiegare […] e di distruggere le bocche da fuoco […]. Per parte di tutti indistintamente furono fatti sforzi non umani per la salvezza del materiale […].

Il rapporto del gen. Pasqualino prosegue narrando le peripezie degli artiglieri, che a costo di gravissimi sacrifici, dopo aver protetto il ripiegamento della fanteria, si erano schierati con le batterie, salvate a dispetto degli ordini ricevuti, sulla riva destra del Tagliamento, dove li raggiunse un nuovo ordine di ripiegamento, durante il quale la 36a divisione subì gravi perdite, tra le quali quelle di alcuni ufficiali. Così si conclude il rapporto:

Termino la presente breve relazione dichiarando con serena coscienza che tutti gli artiglieri ai miei ordini fecero miracoli di volontà, sia sulla linea di fuoco, sia durante i vari rifornimenti, tutti difficilissimi […]. Riassumendo ho l’onore di assicurare l’E.V. che ancora una volta gli artiglieri d’Italia hanno saputo tenere ben alto il prestigio della loro arma.

Commento del lettore Papini Guglielmo: «Ebbene il soldato Ruffini faceva parte di questi artiglieri!».

La seconda lettera porta la firma di Armando Paleso : è lui ad inviare al giornale «copia di due manifesti affissi alle cantonate patavine dopo il Caporetto che tu vai per diritto di critica, di rivelazione e di ritorsione anatomizzando», come si esprime con prosa alquanto contorta lo scrivente. Eppure il Paleso dice cose importanti: si capisce che è stato testimone oculare dello sbandamento a Padova nei primi giorni del novembre ’17 e ne riferisce il clima polemizzando con gli alti comandi, e con Graziani in particolare, e contestando uno dei punti forti dell’autodifesa del generale fucilatore, ovvero che i soldati in rotta si sarebbero macchiati nelle campagne del padovano di gravi crimini:

Nota di particolare importanza e che contraddice quel signore […] è che gli sbandati nel territorio di Padova nulla hanno commesso di men che corretto e che Padova […] ebbe cure affettuosissime per gli eroi sfortunati, ai quali, i superiori, riservavano castagne secche, bastonate e fucilazioni […]. E il Comando Supremo con la sua numerosa sbirraglia come è piovuto a Padova! Disordinatamente. Le automobili servivano ad andare a ritirare… la valigetta alla stazione. Furono requisite tutte le stanze disponibili nel Comune per scegliere e bene la propria cameretta; mentre gli ufficiali a disposizione, e cioè quelli destinati ad andare al macello, dovevano dormire sotto le loggette Pedrocchi […]. Se la città di Padova non insorse armata contro gli alti papaveri dell’esercito in quel tempo, lo si deve alla sola paura del nemico che si sentiva vicino e che trasformava la stazione ferroviaria in un quadro di tragicità terribile, ove autorità militare e politica per molti giorni fu assente, mentre spontaneamente il fante aiutava i funzionari.

Sullo sfondo desolante di una Padova invasa da un esercito in rotta, dove lo sfacelo è simbolicamente rappresentato da quel caffè Pedrocchi, vanto della città, ridotto a bivacco, concludiamo la nostra breve incursione tra le cronache e le testimonianze del “caso Graziani”, pagina tristissima, anche se minore, della storia della Grande guerra nel Veneto.

Ma ci sia consentita qualche riflessione sulla responsabilità che, in quel momento, gravava su coloro i quali «preposti a un comando cui poteva reggere anche un capitano […] se la sono tanto meglio cavata in quanto che si creavano una fama di energia ordinando fucilazioni», come scrisse il padovano Attilio Frescura nel suo Diario di un imboscato.

Costoro, i generali e gli alti ufficiali, «i quali per primi conobbero la situazione, disponendo di automobili si misero senz’altro in salvamento»: così Aldo Valori nel suo libro La Guerra italo-austriaca, pubblicato nel 1920. Piero Melograni ritrovò, tra le carte del generale Caviglia, un documento dattiloscritto, nel quale tra l’altro si accusano «i troppi comandanti [che] si ritirarono prima delle truppe: ciò nei grandi e nei piccoli reparti»; questo dattiloscritto, che riproduceva il Riassunto di quanto risulta all’Ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito circa le giornate di Caporetto, non fu mai reso pubblico: accuse tutt’altro che generiche e per giunta di fonte non sospetta.

Fu così possibile che un Pietro Badoglio avesse abbandonato le truppe a se stesse rendendosi irreperibile per giorni senza per questo pagare; le tredici pagine della relazione finale della Commissione di inchiesta su Caporetto che lo riguardavano furono asportate, né mai più ritrovate. Pochi giorni dopo lo sfondamento Badoglio fu “inspiegabilmente” – come una certa storiografia ufficiale continua ipocritamente a ripetere – promosso vice capo di Stato Maggiore.

Negli stessi giorni il generale Graziani imperversava con il suo lugubre corteo di carabinieri tra Brenta e Piave per dare esempi terribili di disciplina ai fanti che di esempi sotto gli occhi ne avevano già in abbondanza: quelli dei comandi che fuggivano. Tra coloro che pagarono per i responsabili ci fu anche l’artigliere Alessandro Ruffini. E degli alti papaveri che ne è stato?

Di certo sappiamo che già nel 1922 cominciò la revisione delle risultanze della Commissione di inchiesta su Caporetto: alti ufficiali, quali Cavaciocchi e Bongiovanni, collocati a riposo d’autorità – come Graziani – furono reintegrati in servizio; Capello chiese e ottenne di essere giudicato da una Commissione di pari grado istituita con apposito decreto del 12 aprile 1922; Cadorna veniva insignito del grado di Maresciallo d’Italia – istituito per l’occasione da Mussolini – il 4 novembre 1924, insieme a Diaz, dopo avere ricevuto in dono una villa a Pallanza con i proventi di una sottoscrizione nazionale…

Quanto al generale Graziani, il 18 agosto 1923 venne incorporato nella Milizia con il grado di Luogotenente generale, equivalente a quello di generale di divisione nell’esercito: gli saranno affidati compiti ispettivi.

“Per le vie del nostro paese”

E dell’artigliere Alessandro Ruffini, del suo corpo prima bastonato, legato, messo contro un muro, poi crivellato dai colpi sparati dai carabinieri di Graziani, che ne è stato? Ce lo dice un sacerdote che ha tentato a suo modo di fermare sulla carta questo attimo di storia forse minima, ma profondamente tragica. Quel prete, don Giovanni Battista Celotto, durante la guerra parroco di Noventa Padovana, ha annotato sul Liber Chronicus quanto segue:

Novembre.
La ritirata. Caporetto. La IIa Armata passa per le vie del nostro paese. I soldati presentano un aspetto compassionevole. Senz’armi, vestiti male, affamati. Ufficiali e soldati domandano ricovero e pane. Lì 3 novembre il Generale Graziani comandante le retrovie fa fucilare presso la casa Miari abitata dal Comm. Suppiei il soldato Ruffini Alessandro da Castelfidardo. Sembra che il Ruffini abbia tenuto un contegno provocante davanti il generale. Il Comm. Suppiei cercò di difenderlo e salvarlo, ma nulla fece: fra la costernazione dei presenti e lo spavento dei soldati l’esecuzione ebbe seguito. Don Carlo Celotto fu chiamato quando ormai il Ruffini era cadavere: gli dié gli Olii ss. in fronte e ne accompagnò la salma al cimitero dove fu tumulata.

Abbiamo cercato invano la sua tomba nel cimitero di Noventa. Abbiamo trovato, invece, murata su quello che fu il palazzotto Miari-Suppiei, questa piccola lapide:

A RICORDO
DI
RUFFINI ALESSANDRO
N. 29.1.1893
M. 3.11.1917

Accanto cinque fori: i segni dei proiettili che ottantatré anni fa salvarono la Patria in pericolo. Quel palazzotto è oggi una banca: nessuno più oggi vi passa accanto “con aspetto compassionevole”, malvestito, affamato. Automobili sfrecciano davanti a quella lapide: chi per avventura riuscisse a leggerla – neppure un marciapiede che consenta di sostare e riflettere – si chiederebbe, inconsapevole, che cosa essa significhi: il passato non si addice al Veneto del progresso.

L’angelo della storia, ha detto Benjamin, ha il viso rivolto all’indietro:

Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti, e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa tempesta.