Alpini in Russia sconfitti due volte Sul Don e come reduci trascurati

In un saggio edito dal Mulino, Maria Teresa Giusti ricostruisce la disfatta più dolorosa
subita dall’esercito italiano nel corso della guerra voluta da Mussolini al fianco di Hitler
di Paolo Mieli

L’Urss pagò alla Seconda guerra mondiale un prezzo altissimo in vite umane: nel giugno del 1941, al momento dell’attacco hitleriano, il Paese contava 196,7 milioni di abitanti; il 31 dicembre 1945 erano scesi a 170, 5 milioni. All’appello mancavano 26 milioni. Per nascondere l’entità delle perdite, Stalin disse che i morti erano stati soltanto sette milioni di persone. Quei morti non furono inutili dal momento che, come scrive Elena Zubkova in Quando c’era Stalin (il Mulino), la vittoria fece aumentare in misura senza pari non solo il prestigio internazionale dell’Unione Sovietica, ma anche l’autorità del regime all’interno del Paese. Il mese di maggio del 1945 segnò il culmine dell’autorevolezza di Stalin, «il suo nome divenne tutt’uno con la vittoria nella mente delle masse, ed egli prese ad essere considerato, di fatto, come mandato dalla Provvidenza». Il popolo dell’Urss, invece, pagò un duplice prezzo al conflitto: il numero dei morti di cui si è detto e le deportazioni. Secondo Oleg V. Chlevnjuk, che in Stalin. Biografia di un dittatore (Mondadori) li ha censiti, furono trattati da collaborazionisti nonché deportati «calmucchi, gruppi etnici del Caucaso settentrionale (ceceni, ingusci, karachay, balcari) e tatari della Crimea, nonché la totalità delle minoranze bulgare, greche e armene» per un totale di un milione di persone.

Il generale Giovanni Messe (1883-1968) fu a capo delle truppe italiane in Russia fino alla fine del 1942
Il generale Giovanni Messe (1883-1968) fu a capo delle truppe italiane in Russia fino alla fine del 1942

Però i russi — e le diverse minoranze etniche appartenenti all’Unione Sovietica — non furono gli unici (tedeschi a parte, ma qui il discorso è diverso) a patire delle conseguenze di quella tragica avventura hitleriana. Quel che accadde ai soldati italiani dell’Armir fu importantissimo per abbattere il morale fascista e provocare la caduta del regime. E il peggio venne poi allorché nella neonata Repubblica italiana i reduci di quella sfortunata impresa militare furono trattati alla stregua di reietti. Del documentatissimo libro di Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia. 1941-1943 (il Mulino), il primo dato che colpisce è che su un totale di 229 mila uomini partiti per combattere contro l’Armata rossa, più di un terzo non rientrò in patria. E dei circa 70 mila che furono presi prigionieri dai sovietici, ne tornarono in patria poco più di 10 mila. La Giusti riesce a sfatare il mito negativo che solo gli italiani soffrissero di carenze organizzative: sulla sconfitta tedesca adesso si può dire in modo documentato «che la stessa Wehrmacht entrò in crisi a causa della difficile situazione logistica in Unione Sovietica». Le fonti documentarie dimostrano la difficoltà di relazione al vertice dei comandi, evidenziano la diversità dei caratteri degli alti ufficiali, in particolare dei generali Giovanni Messe e Italo Gariboldi.

Nel corso della guerra le relazioni con i tedeschi non erano state facili. Due volumi — Alpini e tedeschi sul Don (Rossato) di Alessandro Massignani e Invasori, non vittime (Laterza) di Thomas Schlammer — contengono un’ampia documentazione del fatto che, dopo un’iniziale cordialità tra italiani e tedeschi, i rapporti andarono guastandosi e si trasformarono, in seguito alle sconfitte subite, in ostilità. Ostilità che, nel corso della ritirata, divenne sempre più esplicita. Lo stesso Galeazzo Ciano riferisce nei suoi diari della crescente irritazione in proposito di Benito Mussolini (convinto all’inizio che la guerra sarebbe stata velocissima e vincente) nei confronti di Adolf Hitler. Il fatto è, scrive la Giusti, che «la Germania stava conducendo una guerra di sterminio e di annientamento, finalizzata allo sfruttamento della manodopera e delle risorse energetiche dell’Urss, per la qual cosa aveva persino programmato l’eliminazione per fame di trenta milioni di civili». Gli italiani, invece, ebbero un comportamento più umano. Dai diari di guerra dei nostri connazionali emergono giudizi molto duri sui tedeschi, «soprattutto in merito alle violenze usate verso la popolazione e i prigionieri di guerra», laddove gli italiani, invece, cercarono di avere un atteggiamento assai diverso.

Questo però non modificò il successivo comportamento dei russi nei confronti dei soldati italiani sconfitti. Nel 1944 — riferisce la Giusti — allorché l’Italia di Vittorio Emanuele III e di Pietro Badoglio era passata dalla parte dell’alleanza antifascista, l’Urss richiese la consegna di dieci militari italiani ormai rimpatriati e ne trattenne in prigionia 24 (alcuni fino al 1954), con l’accusa di aver commesso crimini contro la popolazione e i prigionieri di guerra sovietici. Tra questi, i tre generali catturati (Emilio Battisti, Etelvoldo Pascolini e Umberto Ricagno), alcuni ufficiali come il cappellano Giovanni Brevi e il tenente medico Enrico Reginato. Del resto — e questo vale per tutti i militari dell’Asse accusati — in Urss «il concetto di crimine di guerra era applicato in un’accezione molto ampia, secondo la quale erano criminali anche i civili costretti a collaborare con gli occupanti». Dal 1943 al 1952, documenta la Giusti, nell’Urss furono giudicate per crimini di guerra 81.780 persone, di cui 25.209 militari stranieri, molti dei quali erano all’epoca segregati nei lager sovietici. In totale il numero dei giudicati come «criminali» arrivò a 40 mila, perlopiù tedeschi e austriaci; la maggior parte degli altri condannati era invece costituita dai cittadini sovietici, militari e civili, che avevano collaborato con le truppe dell’Asse.

Dopo la morte di Stalin (1953), prosegue la Giusti, il governo sovietico decise di liberare i reclusi, dichiarando che non sussistevano più i motivi della pena: tra questi vi erano 12 italiani. Inoltre, nel 1991 fu approvata la legge sulla «Riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche», in seguito alla quale alla procura militare russa sono arrivate ben 12 mila richieste di riabilitazione di cui ottomila sono state accolte. In molti casi si affermava che i processi erano stati «condotti sulla base di testimonianze poco attendibili o false denunce». Dalle fonti russe venute alla luce dopo il 1991 è poi emerso «un quadro più completo» da cui escono sfatati «alcuni miti che hanno fino ad oggi rappresentato l’Urss come un Paese unito nella lotta contro il nemico». La documentazione — tratta soprattutto dall’Archivio centrale del Servizio federale di Sicurezza della Federazione russa, dall’Archivio centrale del ministero della Difesa russo e dall’Archivio statale della Federazione russa — ha dimostrato che, scrive la Giusti, «in realtà la struttura sociale sulla quale si incardinò il sistema di occupazione nazifascista era molto complessa». Molto più di quanto si sia potuto fin qui immaginare. E lo stesso movimento partigiano sovietico che, agli ordini di Stalin, si batteva contro tedeschi e italiani «era caratterizzato da luci e ombre». Spesso «più che combattere i nemici, i partigiani si accanivano contro i nazionalisti russi o i collaborazionisti, in una sorta di guerra fratricida, come accadeva del resto anche in Jugoslavia nella lotta tra partigiani comunisti e nazionalisti serbi». E come, per certi versi, era accaduto anche nel corso della guerra civile spagnola (1936-1939) nonché, nel corso della Resistenza, in Francia e in Italia.

Quanto alle accuse di «collaborazionismo», fa una certa impressione la lettura delle lettere dei militari sovietici all’epoca censurate dall’Nkvd (Commissariato del popolo agli Affari interni): gran parte di queste missive riporta «considerazioni negative sull’andamento delle operazioni o di sfiducia nei comandi». Altre volte, beninteso, compaiono espressioni di entusiastico patriottismo. Ciò che crea sconcerto è l’atteggiamento spietato di Stalin, che non esitò a emanare decreti draconiani non solo contro i collaborazionisti, ma anche contro i disfattisti, persino contro coloro che si dicevano «incerti della vittoria», accusati di «minare l’umore collettivo».

Ma torniamo ai soldati dell’Armata italiana in Russia. Sorprende il racconto di quel che accadde a coloro che avevano avuto la fortuna di sopravvivere e di tornare in Italia. Il viaggio di rientro fu terribile. Riferisce Eugenio Corti — in I più non ritornano. Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo(edito da Garzanti nel 1947, poi da Mursia nel 1990 e nel 2013 da Ares) — che «quelli in treno non furono giorni piacevoli: stipati sui carri due uomini per cuccetta, continuamente tormentati dalla fame e dai pidocchi e circondati dal fetore di membra in cancrena, con soste continue — anche di decine di ore — nelle stazioni e stazioncine». Poi, quando arrivavano in Italia, quei reduci venivano accolti da familiari dei militari rimasti in terra russa, che mostravano foto dei parenti per avere notizie. Per anni e anni. Fino al 1954, quando tornarono gli ultimi.

Racconta Enrico Reginato, in 12 anni di prigionia nell’Urss (Canova): «Arrivati a Udine, madri, sorelle, spose, padri, fratelli di soldati dispersi in Russia, con l’ansia dipinta in volto, ci assediano… Fra scoppi irrefrenabili di pianto vedo mani agitarsi intorno a me, mani che mi porgono fotografie sbiadite di ragazzi fiorenti e vigorosi che non sono più tornati». E quelli che tornano sono irriconoscibili. Anche per come sono vestiti. Gino Daniele, rientrato nel 1945, ricorda che indossava un paio di pantaloni da ufficiale polacco, una giacca da ufficiale lettone con guarnizioni dorate, una bustina tedesca e scarpe da pallone, ormai senza chiodi con la suola rotta legata con il fil di ferro. Il luogotenente Umberto di Savoia lo ricevette assieme ai suoi compagni di traversie e ordinò di dar loro dei vestiti nuovi. «Scelsi un bel completo che poi mi fu rubato in treno», racconta Daniele.

Molti furono ricoverati in ospedali psichiatrici. Ma il loro stato confusionale era tale da mettere in difficoltà persino chi doveva scrivere un’anamnesi. Il libro di Massimo Tornabene, La guerra dei matti. Il manicomio di Racconigi tra fascismo e Liberazione (Araba Fenice) riporta questa descrizione: «Risulta provenire dall’Armir… ha mantenuto contegno fatuo, stolido, disarmonico; ride scioccamente, assume atteggiamenti infantili; tende a ingerire oggetti svariati che gli capitano sottomano».

Anche Nuto Revelli, in Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana (Einaudi), così si descrive: «Ho i nervi scossi. Sento sulle mie spalle il peso dei morti, dei dispersi in Russia. Mi ritorna alla mente lo spettacolo di quella gente sfinita, con i piedi in cancrena, che non riesce più ad andare avanti, che abbiamo abbandonato ai bordi delle piste gelate». E c’è dell’altro. Valerio Andreatta, in Uno dei tanti. Memorie dalla campagna di Russia alla deportazione in Germania (Cierre Edizioni-Istresco), racconta dei festeggiamenti per il suo ritorno, ma poi prosegue con queste parole: «Sono tornato ma mi sento depresso, non ho lavoro, non ho soldi, non ho più quelle salde amicizie dell’anteguerra, molti amici non sono tornati. Non sento intorno a me nessuna solidarietà, nessuna considerazione da parte di nessuno e tanto meno delle istituzioni».

E siamo giunti al secondo dramma dei reduci dall’Unione Sovietica. Dopo la fine della guerra, scrive Maria Teresa Giusti, alle difficoltà pratiche del reinserimento sociale si aggiunsero le strumentalizzazioni politiche che servivano a far ricadere sui reduci militari le responsabilità delle disastrose condizioni materiali e sociali in cui si trovava il Paese. Le loro manifestazioni e rimostranze, tese a rivendicare diritti sacrosanti che né la società né il governo sembravano riconoscere — ne parla Mirella Serri in I profeti disarmati 1945-1948. La guerra fra le due sinistre (Corbaccio) — sarebbero state bollate come fasciste da socialisti e comunisti. La società italiana e il governo «non seppero trovare una mediazione né una forma di riconciliazione tra quanti, a vario modo, avevano combattuto per il Paese, evidenziando così da subito l’impossibilità di considerare il combattente come figura unitaria».

E fu così che i militari «considerati complici del regime fascista», furono «relegati nell’oblio». Se non peggio, come capitò alla gran parte dei reduci dalla campagna di Russia. Pur avendo cercato di assorbire negli uffici statali e nelle aziende private il 10 per cento di questi reduci, racconta la Giusti, il governo italiano riuscì solo in parte a «risarcire» gli ex combattenti. La loro assunzione finì poi per creare attriti sociali dal momento che molte aziende, per rispettare la legge, li assumevano dopo aver licenziato altri lavoratori. Ciò che — insieme alla circostanza che erano accusati di aver «combattuto contro un potere comunista» — contribuì a creare un duraturo pregiudizio nei confronti dei reduci dell’Armir. Un pregiudizio destinato a depositarsi nelle ricostruzioni storiche e che ha resistito fino a pochissimo tempo fa. In qualche caso fino ai giorni nostri.

Bibliografia

Nel libro La campagna di Russia 1941-1943 (il Mulino, pagine 376, e 26) Maria Teresa Giusti ricostruisce una delle vicende più tragiche della guerra fascista. L’autrice lavora all’Università «Gabriele d’Annunzio» di Chieti-Pescara ed è una specialista della Seconda guerra mondiale. Nel 2003 ha pubblicato il lavoro pionieristico, condotto per la prima volta utilizzando gli archivi sovietici, I prigionieri italiani in Russia (il Mulino), di cui è uscita la seconda edizione ampliata nel 2014. Inoltre Maria Teresa Giusti ha firmato nel 2009, con Elena Aga Rossi, il saggio Una guerra a parte (il Mulino, 2011), un’ampia ricerca sulla campagna dell’esercito italiano nei Balcani. Numerosi i libri di memorie sulla campagna di Russia. Tra i più noti, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (Einaudi 1953) e Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi (Mursia, 1963).