Notiziario: 7 OTTOBRE 1943 FRONTE ALBANESE, GLI EROI DI KUÇ

7 OTTOBRE 1943 FRONTE ALBANESE, GLI EROI DI KUÇ

Il tragico epilogo delle vicende dei nostri soldati sorpresi in Albaniadall’armistizio dell’8 settembre 1943, e che non si erano arresi ai tedeschi, ebbe inizio il 4 ottobre 1943.
Dai reparti che avevano deciso di rimanere a BORSH si staccò il "GRUPPO LANZA" dal nome del Colonnello Gustavo Lanza, composto dal Comando del 129° Reggimento Fanteria, dalla Compagnia Reggimentale, da tutto il II Battaglione "ciclisti", dalla Compagnia mortai da 81 mm, dalle due Compagnie cannoni controcarri da 47/32, una della "Parma" e una della "Perugia", nonché dai reparti Servizi della 151a Divisione Fanteria “Perugia”, prese la via della montagna puntando verso KUÇ.
Perseguitati dai continui attacchi di aerei tedeschi si decise di lasciare la strada e di proseguire nel canalone protetti dall'oscurità della notte. Verso la mezzanotte giunsero finalmente a KUÇ che, nel frattempo, era stato dato alle fiamme dagli albanesi.
Trovatisi dunque in un paese fantasma fu deciso di procedere verso KALARAT e, di qui, verso VRANISHT, sulle montagne ad ovest del vallone in cui scorre lo Shiushica.
L'estate intanto aveva lasciato il posto all'autunno. In quei giorni, a complicare la marcia dei soldati italiani - già depredati finanche delle uniformi dagli albanesi - vi furono abbondanti piogge e vento freddo da Nord Ovest. Giunti sulla vetta, erano circa le 18 del 4 ottobre 1943, gli italiani furono accolti da una salva di mortai sparata dai tedeschi che erano decisi a tutto pur di portare a termine lo sterminio della Divisione "Perugia".
Trascorsero una notte terribile, accampati nei boschi ed assaliti dai banditi albanesi.
Il Tenente Piergentili ed il Tenente Mundula, con la rabbia e con il coraggio che nasce dalla disperazione, insorsero contro i rapinatori e li misero in fuga.
Nello scontro perirono il Caporale Bevilacqua mentre fu gravemente ferito il soldato Capomaccio che soccomberà, qualche giorno dopo, nell'Ospedale di Santi Quaranta.
In tutto furono dodici gli italiani feriti.
Al mattino del 5 ottobre 1943 seguente comparve un albanese che vestiva l'uniforme di Capitano medico italiano. Questi consigliò di scendere verso il fondovalle dove, assicurava, non vi era nessun pericolo. Giuntivi troveranno invece ad aspettarli i tedeschi.
L'albanese li aveva consegnati alla morte.
Così, alle 17.40 di martedì 5 ottobre, circa ottocento militari italiani furono fatti prigionieri dai tedeschi.
Tra loro vi erano 44 Ufficiali di cui 6 medici. I tedeschi imposero una marcia forzata verso KALARAT dove giungeranno nel cuore della notte.
All'alba del 6 ottobre 1943 il gruppo venne riunito per riprendere la marcia verso KUÇ.
Dopo cinque ore di marcia giunsero ai piedi dell'altura dominata dal paese.
Qui avvenne la separazione degli Ufficiali dalla truppa. E mentre quest'ultima veniva avviata verso SANTI QUARANTA agli Ufficiali fu imposto di percorrere di corsa i 5 km verso il paese.
Una strada in forte pendenza con un dislivello di più di 400 metri che provò duramente il Colonnello Gustavo Lanza ed il Ten. Col. Cirino che svennero durante la corsa.
Verso le 18 gli Ufficiali medici furono separati da quelli d'Arma combattente che vennero rinchiusi in una casetta lurida adibita dai tedeschi a servizi igienici.
Qui fu loro servita l'ultima cena: un kilogrammo di pasta scaldata servita in una latta arrugginita sulla quale fu buttato un pugno di sale. Perfino l'acqua fu negata.
Il mattino del 7 ottobre 1943, erano circa le 8.45, i tedeschi ordinarono agli Ufficiali di alleggerirsi il più possibile in vista di una lunga e spedita camminata.
Alle 9.45 li portarono sulla strada e li incolonnarono in fila indiana, distanziati di circa cinque passi l'uno dall'altro. Fu loro imposto il divieto assoluto di parlare e di voltarsi.
Alla testa ed alla fine della colonna vi era un picchetto di 12 tedeschi con il fucile a "pronti".
E mentre la colonna si avviava verso il tragico destino sulla zona grosse nuvole, spinte da un freddo vento, oscurarono il cielo.
Gli Ufficiali italiani lasciarono il paese alle loro spalle e discesero verso l'alveo del fiume Shushica
Là dove la strada si accosta al fiume vi è, ancora oggi, un pianoro allora ricoperto da grandi platani.
Qui furono fatti fermare e fatti disporre su due file distanti circa 20 m. Solo all'ultimo momento fu escluso dal gruppo e riuscì miracolosamente a scampare alla morte il Sottotenente della Reale Guardia di Finanza Amos Meliconi perché ritenuto d'arma non combattente in quanto alle dipendenze del Ministero delle Finanze e non a quello della Guerra. Fu escluso anche il Cappellano Militare che in realtà era il Capitano di Artiglieria Eraldo Caldeira. Questi aveva rinvenuto per strada lo zaino smarrito dal Cappellano Padre Rufino Sebenello e, per sottrarsi alla fucilazione, ne aveva indossato la tonaca. Non fu fatta salva la vita, invece, al Sottotenente di Amministrazione Rodolfo Betti che rimase fino alla fine col suo Colonnello. Nessuno fu risparmiato nonostante l'eroico tentativo del Colonnello Lanza e del Tenente Colonnello Cirino di salvare la vita dei propri subalterni invocando su se stessi e su se stessi soltanto le totale responsabilità.
Al "Cappellano" fu concessa la facoltà di impartire i conforti religiosi. E così tutti gli Ufficiali si inginocchiarono intono e recitarono l'atto di dolore. Ed offrirono a Dio la loro vita come olocausto.
Infine estrasse dalla tasca il crocifisso che fu baciato da tutti i morituri.
Poi un tedesco dette un attenti al quale nessuno ubbidì.
Un Sottotenente tedesco lesse loro la sentenza di condanna a morte mediante fucilazione nel petto per tradimento. Nessun interrogatorio dei prigionieri, nessuna difesa, nessuna corte marziale.
Una sentenza già scritta dalla penna del vigliacco criminale di guerra tedesco Walter Stettner Ritter von Grabenhofen e del suo fido Maggiore Siegfried Dodel.
Ecco come il "Cappellano" Capitano Caldeira descrive gli ultimi atti del tragico massacro:
i trentatré Ufficiali furono messi per quattro in ordine di grado;
furono costretti a togliersi la giubba della divisa;
a quattro per volta furono addossati alla scarpata;
il plotone di esecuzione, formato da otto soldati disposti su due file e comandati da un Maresciallo, sparava a comando sui condannati;
lo stesso Maresciallo poi finiva i moribondi con un colpo di pistola alla nuca.
Tutti gli Ufficiali affrontarono il plotone di esecuzione con dignità e onore e con l'orgoglio di essere Ufficiali italiani. Tutti morirono al grido "VIVA L'ITALIA".
Con quegli Uomini valorosi cadde, ma non fu presa dalle mani insanguinate del nemico, la Bandiera di Guerra del 129° Reggimento “Perugia” che, alla partenza da BORSH, fu divisa in parti uguali, tutte gelosamente custodite dagli Ufficiali del Reparto, col giuramento di ricomporla tornati in Patria.
Terminato l'orrendo massacro il plotone tedesco si allontanò dal luogo della strage mentre un temporale impressionante si scatenava sulla zona.
Nemmeno la sepoltura fu loro concessa. Solo successivamente, a distanza di diversi giorni, le salme furono ricomposte in TRE FOSSE COMUNI, due rettangolari, ed un approssimativamente triangolari dagli abitanti del luogo.
Nell'aprile del 1962 i resti mortali dei VALOROSI EROI di KUÇ furono esumati e traslati in Patria per essere inumati tra gli ignoti presso il SACRARIO MILITARE DEI CADUTI D'OLTREMARE DI BARI ove saranno custoditi ed onorati in perpetuo.
Per l'eroico tentativo del Colonnello Lanza e del Tenente Colonnello Emilio Cirino, atto nobilissimo di Comandanti e di Padri, perché come tali li ritenevano i giovani Ufficiali, questi due Uomini furono decorati con la Medaglia d'Oro al Valore Militare.
Analoga ricompensa fu concessa al Sottotenente Rodolfo Betti che non volle sottrarsi al martirio nonostante d'arma non combattente. Tutti gli altri Ufficiali per l'eroico grido "VIVA L'ITALIA" furono decorati con la Medaglia d'Argento al Valore Militare.
Il Colonnello Gustavo Lanza era un Ufficiale di carriera che aveva combattuto nella prima guerra mondiale con i mitraglieri della "Lupi di Toscana". L'8 settembre 1943 era in Albania, Colonnello Comandante del 129 Reggimento Fanteria “Perugia”. Fu tra gli Ufficiali più decisi a combattere contro i tedeschi e, per condurre l'azione nelle migliori condizioni, non esitò a prendere contatto con i partigiani albanesi. Ciò non impedì poi a Lanza di battersi con successo, ad Argirocastro, contro i nazionalisti albanesi, quando questi tentarono di disarmare gli italiani.
Il Colonnello Lanza riuscì quindi a raggiungere, con il suo Reggimento, il porto di Santi Quaranta, dove due navi avrebbero dovuto trasportare i nostri soldati in italia. Per proteggerne l'imbarco, fece occupare le alture sovrastanti il porto e ne fece minare lestrade di accesso. Pesantemente attaccato dai tedeschi, il Colonnello Lanza riparò a KUÇ, caposaldo della resistenza albanese. Appreso delle fucilazioni di massa che i nazisti stavano compiendo, si accordò con i partigiani, così che soldati italiani e patrioti albanesi affrontarono fianco a fianco i tedeschi.
Costretto dai tedeschi a ritirarsi, il Colonnello Lanza, con i superstiti del 129° Fanteria, riparò sulle cime del Kallarat. Divenuta impossibile ogni resistenza, il Colonnello Gustavo Lanza si assunse di fronte al Comando germanico tutte le responsabilità, chiedendo che i suoi Ufficiali e i suoi soldati fossero risparmiati. Furono invece tutti fucilati, con Lanza, in varie località della zona.
Alla memoria del Colonnello Lanza, fucilato dai tedeschi a 49 anni, venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di reggimento, in circostanze estremamente difficili, si opponeva decisamente alla intimazione di cedere le armi e guidava i propri reparti contro i tedeschi che in numero soverchiante intendevano imporre il disarmo dei suoi soldati. Catturato dopo strenua lotta, tentava, assumendosi ogni responsabilità, di sottrarre alla rappresaglia i dipendenti che avevano ubbidito ai suoi ordini. Prima di cadere trucidato in, mezzo ai suoi Ufficiali ricordava loro che il dovere si compie fino alla morte, ed innalzava a gran voce un pensiero a Dio ed alla Patria - Argirocastro - Santi Quaranta (Albania), 8 settembre - 12 ottobre 1943”.
Fra gli Ufficiali dipendenti venne fucilato anche il Sottotenente di Amministrazione Rodolfo Betti il quale, quando vide fucilato il suo comandante Lanza, corse davanti a tutti gridando: "Assassini, voglio morire con il mio Colonnello!", venendo così crivellato da una raffica di colpi a 23 anni.
Anche alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Direttore dei conti, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 partecipava valorosamente con il proprio reggimento alla guerriglia contro i tedeschi. Catturato insieme ad altri ufficiali, venne escluso, perché appartenente ai servizi, da coloro che dovevano essere fucilati per la resistenza opposta ai nazisti. Presente alla strage dei propri colleghi, non resistette al pensiero di poter sopravvivere alla immane tragedia e, portatosi con energica fierezza avanti a tutti, prese il posto di altro ufficiale gridando ai massacratori: «Voglio cadere dove è caduto il mio Colonnello». Nel momento in cui cadeva crivellato dal piombo tedesco trovava ancora la forza di gridare «Viva l’Italia!». Fulgido esempio di sacrificio, di dedizione al dovere e di amor di Patria - Monte Gallarate (Albania), ottobre 1943”.
Il Tenente Colonnello Emilio Cirino era nato a Montalto Uffugo in Provincia di Cosenza nel 1895. Pluridecorato Tenente Colonnello del Corpo degli Alpini, fu Comandante del II° Battaglione del 129° Reggimento Fanteria “Perugia” della 151ª Divisione fanteria "Perugia". Dopo la firma dell'armistizio dell’8 settembre 1943 ritornò brevemente in Italia per informare il Comando Supremo della gravissima situazione creatasi in Albania ritornandovi poi per riprendere la lotta armata contro le forze tedesche. Fucilato poco tempo dopo essere stato catturato, fu insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione:
“Comandante di battaglione di una Divisione dislocata in terra straniera, all'atto dell'armistizio, fedele al suo giuramento, si adoperò in ogni modo per organizzare ed attuare una tenace ed onorevole resistenza armata contro preponderanti forze tedesche. Inviato in pericolosa missione presso il Comando Supremo italiano per ricevere ordini, pur essendogli stato offerto di rimanere in patria, volle ritornare presso il suo reparto per dividerne la sorte, dando mirabile esempio di coraggio, attaccamento al dovere e spirito di sacrificio. Catturato dopo strenua resistenza, cadeva da eroe al grido di «Viva l'Italia» lanciato davanti al plotone di esecuzione. Magnifico esempio di elette virtù militari - Albania, settembre 1943”.