22 SETTEMBRE 1943 : CEFALONIA, L’ECCIDIO DELLA DIVISIONE ACQUI.

Uccisi dai tedeschi che li assalirono dopo l’armistizio, dagli inglesi che li affondarono nelle navi che li deportavano in Europa e dal governo italiano che ne ingigantì il numero per avere più peso nella trattative di pace con gli anglo-americani. Infine anche dagli storici che dopo oltre 70 anni ancora faticano a fare i conti con la tragedia dei soldati della Divisione Acqui .

Il tutto in un balletto di numeri non rispondenti alla realtà ma manipolato per i fini che ognuno si era proposto. L’avvocato Massimo Filippini, figlio di uno degli ufficiali fucilati a Cefalonia, il 13 settembre 1943 sottolinea come l’ordine impartito al generale Gandin, comandante della divisione Acqui, di “resistere ai tedeschi” venne dato senza una preventiva dichiarazione di guerra contro la Germania ( essa venne dichiarata il 13 ottobre successivo dietro sollecitazione degli Alleati ) .

A Cefalonia (e non solo lì) gli italiani vennero lasciati colpevolmente soli. Tutto ciò a testimonianza della confusione che regnava nella catena di comando dopo l’8 settembre
A seguito dell’armistizio, i nazisti intimarono agli italiani di arrendersi e di consegnare le armi; il generale Gandin, dopo una rapida valutazione, decise di trattare la resa per guadagnare tempo forse sperando di ricevere aiuti dagli angloamericani; alcuni dei soldati reagirono però con episodi di insubordinazione a questa tattica.

Tra gli ufficiali si suggerì di indire un referendum che stabilì di ribellarsi ai nazisti. Alcune fonti ritengono che in realtà il “referendum” non fu altro che una specie di conta sulle forze disposte a passare con i tedeschi secondo un’ultimatum lanciato da questi ultimi. Poi l’ecatombe secondo gli ordini personali di Hitler.

Il 24 settembre Gandin venne fucilato ; circa altri 600 soldati e ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi a gruppetti nel cortile di quella che era chiamata “ Casetta Rossa”. La divisione Acqui venne annientata.
Secondo un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio emesso nel settembre 1945 le perdite furono circa 9 mila. Secondo gli accertamenti più attendibili, sempre ad opera di Filippini, a Cefalonia caddero 1.679 militari italiani in combattimento o fucilati, 314 ufficiali .

Dei quasi ottomila sopravvissuti alcuni confluirono nelle file dell’ELAS, il fronte greco di liberazione, parte raggiunsero il Peloponneso. Altri 544 morirono nel naufragio del piroscafo italiano Maria Amalia affondato da un sommergibile inglese. Un altro centinaio circa morì nell’affondamento della motovedetta Alma sempre per opera degli inglesi. Sull’isola rimasero circa in 1.600 parte dei quali integrati nella Repubblica Sociale.

Antonio A. – Fonte: “Storia in rete” articolo del prof. Aldo A. Mola / Corriere della Sera.