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Volume sesto - Prato 2013
Memorie dei combattenti della Federazione Provinciale di Prato dell'Associazione Nazionale Combattenti   
La nostra scuola: i Balilla vanno alla guerra
 Imperativo: CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE
La scuola di regime educò i giovani delle classi 1918/1926, futuri eredi delle aquile di Roma, ad essere i nuovi soldati, frutto del regime che noi tutti abbiamo conosciuto; il consenso fu di massa: oro alla Patria, ferro, ghisa, alluminio, compresa l’accettazione passiva delle difficoltà del vivere in autarchia prima e poi nel regime di guerra. La scuo­la, millantando la giustezza della rivendicazione di un posto al sole, del mare nostrum, soffocato dagli stretti di Gibilterra e di Suez occupati dagli Inglesi, propagandava la necessità della guerra. Alcune nazioni avevano colonie nei due emisferi, per cui era con­siderato giusto e necessario conquistare le colonie in Africa Orientale Italiana, rivendi­care la Savoia dalla Francia, e rivedere il trattato della “Vittoria mutilata” della guerra 1915/1918 (Pace di Versailles).
I programmi scolastici davano la priorità alle conquiste di Roma, alla storia della “rivoluzione fascista”, ai segni che indicavano l’Italia portatrice di civiltà. Attività fi­siche, saggi ginnici e olio di fegato di merluzzo in aula prima di iniziare le lezioni per compensare il cibo poco sostanzioso. Imperativo del duce: alla donna sta la maternità come all’uomo sta la guerra, è l’aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende. Canzoni sempre inneggianti alla guerra e poi figlio della Lupa, balilla, moschettiere, avanguardista, giovane fascista del Littorio, premilitare, servizio di leva, soldato pronto per la guerra.
I soldati delle classi di regime 1918/1924 combatterono e morirono su tutti i teatri di guerra del mondo: per moltissimi di loro non è stato possibile piantare una croce sulle loro tombe in quanto dispersi. Le classi 1925/1926 a partire dall’8 settembre 1943 com­batterono nella Resistenza o al servizio degli Alleati, altri servirono nella Repubblica Sociale al servizio dei Tedeschi invasori. La storia ci dice che questi giovani furono par­ticolarmente addestrati alla tortura e all’eccidio: sicuramente la responsabilità fu degli  adulti, che con facilità influirono su questi giovani- che avevano ricevuto dalla scuola una preparazione errata ed aberrante.
Oggi la scuola, grazie al sacrificio di chi diede la vita, è libera e democratica, indica come finalità educative la Pace e la Fratellanza, anche se forse è ancora insufficiente nell’insegnamento della storia dalla nascita della dittatura alla fine del conflitto. Dallo studio di questa epoca storica si può facilmente evincere che le classi 1905/1924 furono le più sacrificate: alcune fra servizio di leva e richiami prestarono servizio per almeno ben otto anni! «Ci hanno rubato la gioventù» potrebbero testimoniare tutti questi giovani di allora, che combatterono tutte le guerre, nel 1936 in Etiopia, nel 1938 in Spagna, dal 1940 al 1945 nella seconda guerra mondiale.
Sono passati 68 anni dalla fine di questa guerra, eppure non siamo stati capaci di esprimere una nuova classe dirigente e siamo in piena crisi sociale ed economica, abbia­mo una situazione di degrado morale eccezionale: omicidi, suicidi, violenza sulle donne, delinquenza comune e politica, disonestà diffusa, miseria morale e culturale. Sembra che tutti si siano dimenticati i sacrifici sopportati dalle generazioni precedenti e dai tanti che persero la vita. Oggi il revisionismo, facendo leva sull’indifferenza, sull’amnesia collet­tiva e sull’ignoranza programmata, cerca di sovvertire la realtà storica accreditando i carnefici come uomini di virtù, per cui si pone l’esigenza di fare chiarezza su chi furono gli oppressori e gli oppressi, gli assassini e le vittime.
Siamo diretti ormai da tantissimi anni da un individuo che detiene un potere economi­co e mediatico immenso, tramite un clan di affaristi, che è diventato una specie di padro­ne assoluto oltre che il creatore di tutti i guai italiani. Mi domando, ci domandiamo noi combattenti che cosa direbbero i nostri morti se potessero parlare, che delusione prove­rebbero, penserebbero ancora a un uomo inviatoci dal destino? Si chiederebbero come sia possibile che i loro figli facciano il loro stesso errore? «Credere, obbedire» gridano: attenzione alla terza parola!
Sergio Paolieri
Presidente della Federazione Provinciale di Prato
dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci
Prato, settembre 2013