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Antonio Piero Fioravanti

Ricordi di Sessant'anni fa 1940/41 - 2001

PREFAZIONE di  Massimo Zamorani
Non è dovere del singolo la testimonianza finalizzata a riferire non tanto come i fatti sono avvenuti nel loro complesso e nella loro dinamica (questo è il compito affidato alla grande Storia), quanto cosa si è visto, cioè il proprio punto di vista personale e oculare dell'evento, soprattutto in questa epoca e in questo paese, dove la storiografia “politicamente corretta”, vale a dire asservita a tornaconti di varia natura, è stata imposta con arrogante prepotenza da una “superiore autorità”.
Si aggiunga che la testimonianza personale non si riferisce solamente all'evento visto nell'ottica individuale, ma si estende alla rievocazione di un'atmosfera, alla ricostruzione di stati d'animo propri del relatore e di altri uomini coinvolti nell'evento e che il caso ha posto accanto al testimone. Elementi, questi stati emotivi sinceramente espressi, che sono preziosi in quanto tessere di un mosaico di cui lo storico potrà disporre in avvenire, ai fini della valutazione globale della realtà.
ln base a queste premesse va considerato lo scritto di Antonio Fioravanti, che ha vissuto in prima persona un famoso fatto d”arme della II^ Guerra Mondiale: la battaglia di Maritzai, fronte greco-albanese, febbraio 1941. Fioravanti, milite del battaglione Camicie Nere da montagna “Varese”, era tra i volontari impegnati a respingere il vigoroso e impavido attacco della fanteria greca.
Il primo aspetto che si coglie nelle note autobiografiche di Fioravanti è la rievocazione dell'entusiasmo, quel che viene definito nei rapporti ufficiali con l'espressione “morale della truppa”. Questo morale era altissimo, cosa che può sembrare incredibile ai nostri giovani di oggi, ai quali è stato istillato l'rrore della guerra, ma solo l'orrore maledetto. Non il coraggio, non il senso del dovere, non il consapevole sacrificio, non la solidarietà umana e cameratesca, non la generosa accettazione della fatica e del dolore, non l'altruismo virile, che pure scaturiscono dall'orrore della guerra. Si diffidi della sincerità e genuinità di un entusiasmo espresso in condizioni di assoluta sicurezza, ma l”entusiasmo cli chi è immerso nel pieno del combattimento e del pericolo, suscita ammirazione. Sbaglia chi dubita si possa cantare sotto il fuoco, come riferisce in tutta semplicità Fioravanti, è invece possibile possa accadere quando l”evento in corso scatena negli attori un senso di gioia, di sicurezza, di vittoria.
Talune espressioni possono apparire retoriche, ma si consideri che il testo è datato aprile 1941, quando i fatti narrati erano appena avvenuti e il narratore vi aveva partecipato, li aveva vissuti, ne era uscito salvo e, visto l'esito della battaglia, ne era tornato vincitore. Allora non si parli di retorica, propria di chi degli eventi si limita a parlare ma non di chi li ha vissuti e sofferti sulla pelle propria. Non è dunque retorica, la frase che potrebbe apparire un po' enfatica, ma è - ripetiamo - entusiasmo. L'entusiasmo, appunto, che induce anche a cantare chi si trova sotto il fuoco e la distruzione.
A questo punto risulta, a oltre cinquant'anni dalla fine di una guerra pagata dall'umanità con cinquanta milioni di morti, ch l' umiliazione per la guerra perduta, l'orgoglio di averla combattuta, il rimpianto per i coetanei che non sono tornati e che non hanno potuto vivere una maturità virile perché hanno concluso l'esistenza a vent'anni, colmano un pesante zaino portato solamente da chi la guerra l'ha fatta davvero. Una minoranza, certamente, e una minoranza nella minoranza è costituita dai superstiti che la guerra l'hanno fatta in prima linea, a contatto di bombe a mano con un nemico di cui si arriva talvolta a vedere il bianco degli occhi.
Tra questi pochi c'è Antonio Fioravanti, Camicia Nera di Maritzai, che ha offerto, in tutta semplicità e umiltà, la testimonianza sua personale, contributo alla grande Storia.
Di questo gli siamo grati.