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La "Medaglia della Vittoria" , Gen. C.A.(aus) Enrico Pino
La prima guerra mondiale è stato il primo conflitto su larga scala dell’era industriale, combattuto con una tecnologia militare avanzata e con una dottrina strategica il cui principale fondamento era la guerra d'attacco, unica espressione dello spirito vitale che, nelle parole di Ferdinand Foch, avrebbe assicurato la vittoria finale: “Fare la guerra significa sempre attaccare”. 
Proprio per l'evidente squilibrio tra una tecnologia avanzata ed una tattica non adeguata, la visione che la guerra dette ben presto di sé fu tragica ed alla fine del 1914, dopo appena sei mesi dall’inizio del conflitto, esso non aveva più nulla in comune con quello franco – prussiano del 1870, con quello russo – nipponico del 1904 – 1905 e neppure con quelli più recenti che avevano interessato i Balcani: era nata la guerra di posizione e di massa, in cui il vero obiettivo non era più la conquista del territorio nemico e dei suoi centri politici, ma l'esaurimento delle sue risorse.
Una particolare caratteristica di questo conflitto fu il grande numero di nazioni che vi presero parte. Le ostilità erano iniziate fra le due Potenze Centrali (Germania ed Austria – Ungheria) e le Potenze dell’Intesa (Francia, Russia, Gran Bretagna), unite a Belgio e Serbia:  da un lato un blocco compatto di circa 120 milioni di uomini, che occupavano territori contigui, e dall’altro 238 milioni di uomini divisi, dal punto di vista geografico, in tre masse, separate da grandi distanze. Il breve arco di tempo che separa la data del 23 luglio 1914, dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell’Austria – Ungheria, dal 23 agosto dello stesso anno, con la dichiarazione di guerra del Giappone alla Germania, vide l’ingresso nel conflitto anche di Francia, Inghilterra e Russia, con la violazione della neutralità del Lussemburgo e del Belgio. Il novembre del 1914 vedrà inoltre la nascita di altri fronti negli angoli più disparati del mondo, dalla Mesopotamia al Camerun, dall’Africa Sud Occidentale tedesca all’estremo Oriente.
Nel novembre del 1918, dopo quattro anni di guerra, il conflitto si concludeva con un numero di nazioni belligeranti ben superiore a quelle iniziali e l’intervento del Giappone  aveva rappresentato una vera e propria svolta storica delle ostilità, tanto che per la prima volta le operazioni belliche avevano assunto contorni universali, dall’Europa all’estremo Oriente, passando per le rotte dell’Atlantico, così che il conflitto poteva essere definito “mondiale”.
La conclusione della guerra trovò l’Europa esausta, duramente colpita dalle perdite che incidevano significativamente sulla popolazione attiva e sotto l’influsso di una grave crisi economica e sociale dovuta alla smobilitazione dell’enorme apparato bellico che era stato messo in piedi: in totale erano stati mobilitati 65 milioni di uomini, quasi 9 milioni dei quali erano Caduti;  solo le nazioni vincitrici avevano avuto 42 milioni di mobilitati,  5 milioni dei quali Caduti.
I governi di ciascuna Nazione, così, mentre iniziavano a pensare alla ricostruzione economica del Paese, dovettero pensare anche alle famiglie dei Caduti, dei quali se ne voleva esaltare il ricordo.  In Italia avvenne un fatto assolutamente nuovo: in tutti i Comuni, anche i più piccoli e sperduti, venne eretto, quasi sempre al centro del Paese, un monumento ai Caduti, con l’indicazione di ciascun nome perché perenne rimanesse il ricordo del loro sacrificio.
Ma oltre ai Caduti, era necessario pensare anche ai combattenti che stavano rientrando nella società civile, cui spettava un segno di riconoscimento formale.
Così, fra le  numerose iniziative messe in atto nei Paesi Alleati per la celebrazione della vittoria, vi fu anche la realizzazione di un “medaglia della vittoria”, da attribuire a chi era sopravvissuto alla guerra; un segno che poteva essere considerato modesto rispetto ai monumenti in memoria dei milioni di caduti, ma che pure assunse, per la prima volta, un particolare rilievo.
Questa è la storia di questa “medaglia della vittoria”, che molto spesso vediamo, svilita, sui banchi dei mercatini domenicali.
Nel gennaio del 1917, in anticipo rispetto alla fine della guerra, la Gran Bretagna propose alla Francia ed al Belgio che fosse definita una medaglia comune per la fine del conflitto: la “Medaglia degli Alleati”, al fine di rappresentare la solidarietà fra le Nazioni Alleate attraverso un unico simbolo e, nel contempo, evitare lo scambio di medaglie che sino ad allora era avvenuto tra Nazioni Alleate al termine dei vari conflitti: a titolo di esempio, ai soldati del Regno di Sardegna che avevano combattuto nella guerra di Crimea era stata attribuita una medaglia sia dalla Turchia sia dall’Inghilterra, Nazioni  Alleate in quella guerra contro la Russia.
Questo tipo di pratica era piuttosto semplice quando i partecipanti al conflitto erano limitati, ma alla Prima Guerra Mondiale stavano partecipando milioni di combattenti appartenenti ad un numero di Nazioni molto elevato, cosa che avrebbe reso impossibile lo scambio delle medaglie fra tutti gli Alleati.
La proposta venne accolta favorevolmente dalla Francia, tanto che il 17 dicembre del 1918 un Deputato francese propose che una apposita legge istituisse una “Medaglia per la Vittoria degli Alleati”, secondo la tradizione che voleva ogni evento bellico francese venisse commemorato da una  medaglia.
Visto l’interesse che la proposta stava suscitando nel Paese, il 24 gennaio 1919 il Maresciallo Foch portò alla conferenza di pace di Parigi l’idea di un’unica medaglia commemorativa, che sarebbe stata assegnata a tutti i combattenti Alleati: “Ho l’onore di proporre al Consiglio Supremo degli Alleati che coloro che hanno combattuto nella Grande Guerra di tutte le Nazioni Alleate, dovrebbero ricevere un’unica identica medaglia commemorativa. Questo glorioso emblema, usato dai combattenti in tutto il mondo, dovrebbe concorrere a mantenere fra di loro il legame di stretta associazione attraverso cui, dopo la fortificazione dei nostri eserciti sul campo di battaglia, assicurerà una pace duratura, attraverso il legame delle memorie comuni,  e la grandezza delle Nazioni Associate”.
Il Consiglio Supremo di Guerra, formato dai delegati delle cinque principali Potenze, e cioè Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone, fu d’accordo nel raccomandare ai rispettivi Governi la concessione di una identica medaglia da  distribuire a tutte le truppe delle Potenze Alleate ed Associate e venne così costituita una Commissione Interalleata che iniziò le proprie riunioni nel marzo del 1919, per discutere degli elementi di dettaglio: nome, tipo di nastro, disegno, modalità per la concessione, ecc…
Il nome inizialmente proposto per la medaglia, “Medaglia degli Alleati”, fu respinto dalla Commissione perché avrebbe escluso gli U.S.A., Potenza Associata.
Vennero discussi, quindi diverse possibilità di denominazione, “Medaglia degli Interalleati ed Associati”, “Medaglia Internazionale della Grande Guerra”, "Medaglia Militare e Navale della Grande Guerra”, “Medaglia dei Combattenti della Grande Guerra”, “Medaglia della Grande Guerra”; alla fine, uno dei rappresentanti francesi suggerì “Medaglia della Vittoria” e questa denominazione venne subito accolta dalla Commissione in quanto era corta e non poteva trovare analoga dicitura da parte di qualsiasi altra nazione o coalizione.
Si passò alla scelta del tipo di nastro, che doveva essere uguale per tutte le nazioni proprio per indicare l’unione ad una causa comune. Il colore adottato fu quello dell’arcobaleno; secondo alcune indicazioni, questa scelta era indicativa di un’era nuova, di calma dopo la tempesta, mentre secondo altre l’arcobaleno era un simbolo moderno, indicatore di tempi nuovi. Con tale scelta, inoltre, i colori delle Nazioni vincitrici erano tutti presenti e fusi fra di loro nell’arcobaleno. In ogni caso, l’aspetto pratico della scelta dell’arcobaleno fu quello di eliminare il desiderio di qualche Stato di riprodurre i colori della propria Bandiera nazionale. Venne, però, deciso di adottare due arcobaleno contrapposti, con il colore rosso al centro, al fine di rappresentare i due gruppi di Nazioni, Alleate ed Associate, ma probabilmente anche per evitare che potesse essere troppo simile al nastro della medaglia inglese 1914 STAR, concessa nel 1917 ai combattenti inglesi che avevano combattuto in Francia o Belgio  fra l’agosto del ’14 ed il novembre dello stesso anno. Un prototipo di nastro venne realizzato sotto il controllo della Commissione ed un campione venne inviato a ciascuna nazione Alleata ed Associata.
Si trattò, infine, di decidere il disegno della medaglia. A tale scopo venne utilizzata la consuetudine che risale alla storia greca di celebrare le vittorie militari con l’erezione di un monumento, e la Nike di Samotracia, o Vittoria Alata, ne è l’esempio più famoso; così venne scelto di rappresentare una Vittoria alata sul dritto ed i nomi delle nazioni sul verso, non senza contrasti sulle modalità di dettaglio. Alcune delegazioni, infatti, premevano per avere un unico disegno da scegliere attraverso un concorso internazionale, e fra queste vi era anche l’Italia, mentre altre delegazioni intendevano mantenere la libertà di disegnare la propria medaglia, nell’ambito dei criteri indicati dalla Commissione; gli “universalisti” persero il dibattito.
Sul retro fu deciso di indicare, ciascuno nella propria lingua, “La Grande Guerra per la Civilizzazione”, conseguenza della forte convinzione che la Germania fosse stata in quella guerra un nemico dell’Umanità, con il nominativo delle nazioni vincitrici; quest’ultimo aspetto venne rimandato alla Conferenza di pace, che però non discusse mai questo argomento, per cui il retro rimase non bene definito.
In ultimo la Commissione decise che la sospensione fosse ad anello simile a quella della medaglia francese per la guerra 1870 – 1871 e che lo spessore fosse sostanzialmente lo stesso, mentre la composizione metallica sarebbe stata di bronzo, composto da una lega al 90% di rame e 10% di zinco e stagno.
La scelta delle modalità di distribuzione venne lasciata alla discrezione di ogni singola Nazione, partendo però dal principio formulato dal Mar. Foch: che la medaglia fosse ristretta ai soli combattenti, per non confondersi con le varie medaglie Commemorative che ciascuno stato avrebbe sicuramente realizzato.
Dai lavori della Commissione ne scaturì una risoluzione ed alcune raccomandazioni rivolte ai Governi:
  • era stato deciso di realizzare un medaglia per la “Grande Guerra” denominata “Medaglia della Vittoria”;
  • la medaglia sarebbe stata distribuita secondo criteri definiti da ciascun governo, ma era da evitare che la medaglia fosse confusa con ogni altra medaglia commemorativa che sarebbe stata concessa a tutti i mobilitati;
  • il nastro, identico per tutte le nazioni, avrebbe rappresentato due arcobaleni contrapposti in maniera da avere il rosso al centro, con un filetto bianco ai due lati;
  • la medaglia sarebbe stata rotonda, in bronzo e di 36 mm di diametro, di colore, patina e spessore uguali a quella per la Campagna francese del 1870 – 1871;
  • riconoscendo l’impossibilità di poter procedere, in un lasso di tempo accettabile, alla realizzazione di una gara internazionale per la creazione di una unica medaglia, ciascun governo avrebbe dovuto procedere alla realizzazione di una propria medaglia secondo alcune specifiche: sul davanti doveva essere rappresentata di una Vittoria alata, in posizione eretta, ad altezza completa ed a piena facciata; sul rovescio dovevano essere riportati l’iscrizione “La Grande Guerra per la Civilizzazione”, nella lingua della nazione, ed i nomi delle varie Nazioni Alleate ed Associate o le Armi; il bordo della medaglia doveva essere liscio.
Al fine di soddisfare più velocemente possibile il desiderio dei combattenti che stavano rientrando alle proprie città di ricevere un segno visibile della loro partecipazione alla guerra, venne chiesto di ricevere quanto prima l’assenso da parte di tutte le nazioni all’adozione della medaglia secondo le proposte formulate e di poter ricevere il modello adottato da ciascun governo.
Guardando i risultati finali, appare evidente come ciascuna nazione interpretò a proprio modo le raccomandazioni.
Ad esempio, Gran Bretagna, Italia, Francia e Siam non riportarono sul retro il nome delle nazioni partecipanti né lo stemma delle Armi, così come il Giappone ed il Siam non riprodussero la Vittoria Alata ma una figura leggendaria della propria cultura.
Nel luglio del 1919 venne offerta la possibilità anche alla Cecoslovacchia ed alla Polonia di partecipare alla creazione della “Medaglia della Vittoria”; la Cecoslovacchia accettò, realizzando un proprio conio, cosa che non fece la Polonia.
Non si sa se Brasile, Cuba e Romania fossero stati invitati ad assistere alle riunioni della Commissione o sollecitati successivamente a produrre la medaglia, come la Cecoslovacchia, né  se queste nazioni decisero, indipendentemente, di produrre una propria medaglia seguendo i criteri indicati dalla Commissione.
Un caso particolare si ebbe per la Serbia. Infatti, sebbene essa fosse rappresentata nella Commissione Interalleata ed avesse concordato con le sue risoluzioni, la creazione di questa medaglia contrastava con complessi fattori politici interni connessi con la nascita del regno di  Jugoslavia al termine del conflitto, in cui coesistevano le popolazioni della Serbia e del Montenegro, che avevano combattuto contro gli austriaci ed a cui spettava la medaglia, assieme a quelle della Croazia e della Slovenia che, essendo stati parte dell’Austria – Ungheria, non avevano diritto alla medaglia. Il Principe Alessandro saggiamente concesse una medaglia ai cittadini che avevano combattuto con il vecchio Regno di Serbia, compresi i montenegrini, ed una croce commemorativa della guerra a tutti i cittadini del nuovo regno che avevano partecipato alla guerra.
Bibliografia: Alexander J. Laslo, “The Interallied Victory Medals of Warld War I”, Duando Publisching – Albuquerque – New Mexico