Biblioteca / Saggi / I Libri che parlano di Noi / DIARIO DI PRIGIONIA di Giovanni Russo

a cura di Umberto Russo - Francavilla al Mare
Introduzione         
Mio fratello Giovanni nacque a Francavilla al mare (Chieti)  il 5 aprile 1913; ebbe questo nome in ricordo di uno zio paterno, studente universitario di medicina, morto venticinquenne due  anni prima della sua nascita. Da noi fu sempre chiamato  Giovanni, ma quando si formò a Roma una cerchia di amici e una  famiglia propria divenne Gianni.
Nella capitale si era trasferito  ancora ragazzo, in casa di un nostro zio paterno, Umberto, che  non avendo prole lo accolse e lo fece studiare come se fosse un  proprio figlio; la moglie, zia Leda, spesso ricordata in questo Diario, lo allevò con cure materne. Giovanni tornava regolarmente a  Francavilla soltanto nel periodo estivo, talvolta in occasione delle  feste di Natale.  A Roma frequentò l'Istituto Tecnico Commerciale “V. Gioberti”; dopo aver conseguito il diploma di ragioniere si iscrisse alla  facoltà di Economia della Sapienza, dove si laureò. Nel frattempo,  mediante concorso, era entrato nella Corte dei Conti. L”incontro  con la futura moglie, Marcella Marini, romana, avvenne nell”agosto 1938; ben presto l'amicizia si mutò in amore e produsse il  fidanzamento tra i due giovani. 
L' entrata in guerra dell”Italia nel secondo conflitto mondiale  (10 giugno l940) e il richiamo alle armi di Giovanni non costituirono un ostacolo insuperabile al coronamento del loro amore: il  22 gennaio 1942 a Roma, nel corso di una licenza matrimoniale,  Giovanni poté sposare Marcella; egli in quel periodo era di stanza  come ufficiale col grado di capitano in Albania, dove restò fino    all'armistizio dell°8 settembre 1943. 
Le vicende successive - la colpevole inerzia dei comandi militari italiani, la cattura da parte dei militari tedeschi, il trasferimento nel Lager - sono da lui stesso rievocate in questo Diario,  a un anno di distanza (si vedano i brani dal 4 Settembre al 13 settembre). Durante la prigionia l'atteggiamento di Giovanni fu costantemente ostile ad ogni forma di collaborazione volontaria con  coloro che da alleati si erano trasformati in feroci persecutori: le  pagine del Diario sono una testimonianza eloquente di questa sua  volontà decisa, mai incrinata da dubbi e oscillazioni, di resistenza  sia agli allettamenti della propaganda della Repubblica fascista di  Salò, sia alle minacce ed alle angherie dei carcerieri nazisti.  Che questo atteggiamento ideale, che comportava rinunce,  sofferenze, privazioni di ogni genere, si basasse su una presa di  coscienza politica ben anteriore alla cattura, è lo stesso Autore a  dichiararlo più volte nelle pagine del Diario, e non c'è motivo per  dubitarne: senza una radicata volontà di opposizione al fascismo  e alla sua politica bellicista, non sarebbe stato possibile, nelle disumane condizioni della prigionia, resistere ad oltranza, come in  effetti egli fece.
Piuttosto c'è da chiedersi come fosse nato in lui questo sentimento antifascista, soprattutto di forte critica all`entrata in guerra dell'Italia. Non dispongo di testimonianze o documentazioni  dirette che possano dare una risposta certa all'interrogativo, ma  alcuni ricordi personali mi aiutano a formulare un'ipotesi che ritengo molto vicina al vero.  Esprimeva gli stessi sentimenti, per di più rafforzati dalle conoscenze che poteva acquisire personalmente grazie alle alte cariche rivestite, il nostro zio matemo Luigi Trivelli, Senatore del  Regno e Presidente di Sezione della Corte dei Conti; negli stessi  mesi della prigionia di Giovanni dovette assumere la responsabilità primaria della conduzione della Corte e coraggiosamente, quando le truppe naziste occupavano Roma, spalleggiate dal  governo repubblichino di Salò, propose e fece approvare dalle  Sezioni unite della Corte una sentenza che dichiarava illegittimo  appunto quel governo.
Ebbene, ricordo bene che, ancora prima  dei drammatici eventi del '43-44, deplorava l`entrata in guerra  dell'Italia, pronosticava con amarezza il disastro che ne sarebbe  seguito, condannando senza appello la politica fascista. La comune appartenenza alla Corte dei Conti, oltre, s'intende, allo stretto  vincolo di parentela, dà forza all'ipotesi che appunto questa sia  stata la genesi della posizione politica di Giovanni.  ll Diario percorre, con note quotidiane, un periodo di circa  dieci mesi della sua prigionia, quello che va dal 7 gennaio al 13  novembre 1944. All'inizio di questo lasso di tempo Giovanni,  preso prigioniero a Durazzo, in Albania, nel settembre `43, si trovava nel campo di Benjaminowo (Polonia), ma era già stato recluso nel Lager di Bremervörde (Germania); nell'agosto del “44  fu trasferito di nuovo in Germania, a Wietzendorf. Più che parlare  delle privazioni, delle sofferenze fisiche, della fame, delle minute  vicende della comunità prigioniera, l”Autore consegna al Diario  i suoi pensieri, gli affetti che di continuo gli attraversano il cuore,  i momenti di crisi e i riaffioramenti, ben più radi, della speranza:  è, dunque, una cronaca dell'intimo, che sembra volutamente attenuare le voci esterne per concentrarsi sulla tormentosa vita dello  spirito; di qui l”originalità di una scrittura nata in situazioni così  difficili da sopportare, eppure da queste non condizionata del tutto.
Ciò che, invece, sembra dominarla è la memoria inestinguibile  degli affetti lasciati in patria, il ricordo delle figure famigliari, soprattutto della Mamma e della moglie Marcella, che per certi versi assumono il ruolo di protagoniste in absentía di questo Diario.  Intorno a loro, ondate di ricordi, ora del paese natale, ora di Roma  e dei suoi dintorni, con altre figure, specifiche situazioni, rievocate quasi a compensare, mediante le loro immagini velate di una  cara nostalgia, la brutalità assurda del presente. In particolare, le  pagine dedicate ai ricordi francavillesi, immersi nel clima solare  dell`estate, evocano ambienti e modi di vivere ormai tramontati  per sempre. 
Per tutto il Diario affiora una sorta di leit-motiv che, se posso  esprimere un'opinione affatto personale, mi ha sorpreso,   non conoscendone l`esistenza in base ai miei rapporti con Giovanni. Si  tratta della fede religiosa, che nel periodo cui si riferiscono le pagine del Diario subisce delle crisi, a volte profonde, e delle riprese di forza, ispira l”attesa di una soluzione felice o si capovolge in  un pessimismo globale, si esalta nella preghiera o si atterra nella negazione del divino. Alla conclusione, tuttavia, a suggellare questo itinerario così complesso (e sostanzialmente penoso, quando  si consideri la situazione in cui venne percorso) c'è un”invocazione significativa al Cristo perché conceda al mondo la pace: un'aspirazione che, si può ben dire, percorre ed anima dall”interno  tutte le pagine del Diario, ed è pienamente congruente con quelle  convinzioni politiche che ho prima delineate.  Non credo di dover aggiungere altre considerazioni su questo  scritto: chi lo leggerà certamente potrà formularne delle proprie,  come accade per qualsiasi testo che venga diffuso tra più persone.  Mi sia consentita un'ultima osservazione, che concerne specificamente la sua forma: mi colpisce la correttezza, a volte l”eleganza  del dettato, frutto evidente di una buona formazione scolastica; a  questa dote si accompagna, come traspare da molti passi del Diario, un'apertura culturale di tutto riguardo.  Al ritorno in patria, Giovanni riprese il suo posto nella Corte  dei Conti, dove continuò la sua carriera fino al ruolo di Presidente  di Sezione. Nel 1952 da Roma si trasferì a Cagliari, per assumere le funzioni di dirigente della Sezione di controllo della Corte  presso la Regione Autonoma della Sardegna.
La Regione, nata da  poco, era in quel tempo impegnata nell'arduo compito di darsi  un'organizzazione amministrativa efficiente e potè contare sulla  sua capacità ed esperienza per superare le difficoltà dell'avvio dell'istituto autonomistico.  A Cagliari, una città più a misura d'uomo rispetto alla metropoli romana, Giovanni poté riaccostarsi agli ambienti dello sport:  già negli anni giovanili aveva praticato il calcio da dilettante, ora,  in età matura, aveva modo di interessarsi alla compagine locale  che, appunto in quel periodo, nel giro di tre anni dalla Serie C riuscì a raggiungere l'agognata Serie A; Giovanni fu Vicepresidente  della Società: tra gli atleti che potè conoscere da vicino era il ben  noto Gigi Riva. Dovette interrompere questa esperienza allorché.  promosso al grado di magistrato, a termini di legge non poteva  amministrare società di Serie A. Ma la sua passione per lo sport  lo indusse, per così dire, a ripiegare su un altro settore, quello del basket, e divenne così presidente della Società “Pallacanestro Brill”, che seguiva in tutte le attività, comprese le trasferte.
Proprio durante una trasferta con la squadra a Milano Giovanni fu colto da infarto: chiuse così la sua esistenza, a 60 anni, il 3 ottobre l973; da poco tempo era andato in pensione. Giovanni e Marcella, dopo Stefano Maria, avevano avuto altre due figlie:Daniela e Maria Cristina.
Umberto Russo
Nota al Diario
II testo originale è scritto su una serie di foglietti di varie dimensioni, con grafia molto minuta, quindi a volte di difficile lettura.
La ragione di questo tipo di scrittura va ricercata nella carenza di materiale cartaceo nel Lager, di cui l 'A. stesso più volte fa cenno e che, divenuta molto acuta negli ultimi tempi del Diario, ne determina praticamente la fine.
L'A. ebbe cura, in occasione dei vari trasferimenti dall't1no all'altro campo, quando le puntigliose ispezioni dei Tedeschi frugando negli scarsi bagagli dei prigionieri cercavano, come suol  dirsi, il pelo nell'uovo, di nascondere i suoi foglietti e riuscì così a riportarli in patria dopo la liberazione.
Il figlio Stefano ne fece una trascrizione, che presenta alcuni, ben pochi, fraintendimenti dovuti, come detto, alla particolare grafia dell'originale; ho apportato perciò le necessarie correzioni per questa stampa.
Al testo integrale del Diario mi è parso opportuno aggiungere in appendice la pagina che narra del ritorno a casa dell'A., ovviamente scritta a distanza di tempo (circa otto mesi) dall'ultimo foglio del Diario stesso.
Ho premesso al testo una introduzione e aggiunto note esplicative e informative utili a chi volesse leggere queste pagine con cognizione di causa, ma ritengo di dover precisare che la pubblicazione e destinata in particolare (se non esclusivamente) ai membri della nostra famiglia, soprattutto alle sue nuove generazioni che non hanno conosciuto gli orrori della guerra e molti dei personaggi che vi sono citati.
Dedico questa pubblicazione alla cara memoria di mio nipote Stefano, scomparso anche lui troppo presto: e in primo luogo alla sua paziente opera di trascrizione che si deve la possibilità di conoscere queste pagine.
U.R.